La «via evoliana» allo Stato (prima parte)

Secondo articolo tratto dal n. 72 del “Diorama Letterario” diretto da Marco Tarchi, pubblicato nel giugno del 1984 e dedicato ad Evola nel primo decennale della sua scomparsa terrena, intitolato “Julius Evola – tra mito e attualità“. Dopo “Evola e noi” dello stesso Tarchi, oggi è la volta dell’articolo – in due parti – di Mario Bozzi Sentieri, intitolato “La «via evoliana» allo Stato”, dedicato ad un excursus sullo sviluppo della concezione evoliana dello Stato nel corso degli anni, man mano che l’elaborazione del barone assumeva sfumature differenti e prendeva forma compiuta.

Mario Bozzi Sentieri è oggi prolifico giornalista e scrittore, che, dalla destra tradizionale, passando attraverso la Nouvelle Droite di De Benoist – ama definirsi “gramsciano di destra” – è giunto a riconsiderare, in particolare, le tematiche partecipative alla luce dell’attualità socio-economica: in tal senso, segnaliamo che nel 2024 ha pubblicato, per le Edizioni Sindacali, il volume “Idee per una destra laburista”.

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di Mario Bozzi Sentieri

Tratto da “Diorama Letterario”, n. 72, giugno 1984

Vi sono parole, notava Stuart Chase, che rappresentando tutto ed il contrario di tutto e non significando niente perché significano troppe cose diverse e opposte tra loro, sono diventate dei veri e propri «mostri», famelici divoratori della verità. Non è evidentemente solo una questione etimologica e non dipende solo dal fatto che molte parole hanno perduto il loro significato originario. È, ben più in profondità, il quadro dei riferimenti, dei valori, che cambiando ha reso «viscido» il linguaggio ed in particolare le parole del linguaggio politico: «difficili da afferrare, una volta afferrate, ti scivolano di mano» – nota Norberto Bobbio (1).

Termini come destra e sinistra, rivoluzione e conservazione, sfuggono così dai facili schematismi dell’enciclopedismo ottocentesco, invitando alla riconsiderazione, alla riflessione più meditata, mentre autori frettolosamente «fissati» nei concetti astratti di una troppo modesta polemologia, «ritornano», magari sull’onda dell’anniversario, sollecitando una più attenta lettura, una più puntuale considerazione della loro opera. Così per Evola. Per l’Evola «reazionario e totalitario», come venne per anni definito, con malcelato disprezzo, da certa critica, nei confronti del quale oggi, a dieci anni dalla scomparsa, le etichette ormai obsolete, le superficiali definizioni possono finalmente lasciare lo spazio ad una più attenta e meditata lettura della sua opera, anche nei suoi recessi più «pericolosi», nelle pieghe ombrose della riflessione «politica», intorno alla società e allo Stato. «Scivolano» così effettivamente via, alla prova dei fatti e delle idee, le banalizzazioni strumentali, mentre il riscontro sostanziale delle tesi sollecita l’approccio meditato, la ricerca attenta nell’individuazione delle reali linee di tendenza di un impegno dispiegatosi lungo un cinquantennio, protagonista e partecipe di avvenimenti storici e di storiche trasformazioni. Un impegno che va dunque, oggi, ritrovato, rifuggendo ogni tesi aprioristica.

È in questo ambito che crediamo si possa e si debba parlare di «via evoliana» allo Stato. «Via» in quanto ricerca complessa e alterna, lungo il continuum di un impegno intellettuale, che se va colto e compreso nello specifico delle diverse tematiche non può essere tuttavia scisso dal più vasto e generale quadro della riflessione evoliana. «Così l’Evola ‘dadaista’ o l’Evola ‘filosofo’ o l’Evola ‘alchimista’ non si pongono, in realtà, come momenti ‘staccati’ di una vita intellettuale intensa e rigorosa – notava Mario Bernardi Guardi (2) – ma rinviano a un ‘piano operativo’ organico in cui l’interdipendenza delle parti vale sia come armonia strutturale esplicativa di una ‘visione del mondo’, sia come costante tensione al superamento, alla verifica di ogni scelta passata, sottoposta al vaglio di nuove e più mature acquisizioni».

Così per l’Evola «politico», la cui costante attenzione verso i problemi dello Stato e dell’organizzazione sociale procede, fino dagli anni della prima sistematica speculativa, parallela ed organicamente sovrapposta alle riflessioni filosofico-dottrinarie. È infatti del 1926 uno dei suoi primi scritti «politici» (3), seppure in senso lato, pubblicato dalla rivista bottaiana Critica Fascista (4). Nel 1924 Evola ha concluso Teoria e fenomenologia dell’Individuo Assoluto, che verrà pubblicata qualche anno dopo. Superata la fase nichilista, egli approda, fuori dalle secche di un idealismo illusorio e inconcludente, ad una concezione dell’Io in cui «libertà», «volontà» e «potenza» vivevano in senso assoluto e l’Io si poneva come «centro di responsabilità universale» (5). Allo stesso modo il concetto di gerarchia e di Stato «secondo potenza» venivano a fondarsi su quello di una assoluta libertà.

«Per essere assoluta – Evola scriveva su Critica Fascista – una libertà occorre che sia incondizionata. Ma incondizionatamente libero, evidentemente, è uno solo». L’Uno, Il Capo diventava allora non un rappresentante, né un mediatore, né il simbolo impersonale di una autorganizzazione, ma l’ordinatore, l’unica condizione. Al punto che il dominatore alla fine abolirà la stessa idea di «patria», cioè la immanentizzerà e non lascerà che se stesso, il suo nudo essere, centro sufficiente di ogni responsabilità e di ogni valore. Dirà: «Lo Stato, la Patria, sono io». L’«assolutismo» evoliano è, in questo momento, veramente totale. Esso si pone senza mediazioni alcune. Evola scrive: «non trarre la superiorità dalla potenza, ma la potenza dalla superiorità». Non sfiorato da problemi contingenti, né da questioni di basso equilibrismo politico, la realtà sembra interessarlo ancora poco: «Abbiamo delineato il presente concetto di Stato affatto a priori, indipendentemente da qualsiasi realtà storica. Apriorismo, pertanto, non significa astrattismo. L’idea deve giudicare la realtà, non viceversa. Compito della speculazione non è di constatare ciò che è, ma di determinare nell’incerto mondo degli uomini ciò che, come valore, deve essere. E se ciò che deve essere non corrisponde a realtà, non si dovrà per questo dirlo astratto, ma astratta ed ignava dovrà invece dirsi la volontà e la potenza degli uomini, che sono insufficienti alla sua realizzazione».

Il solco è tracciato. Ed il primo confine, aldilà del nichilismo, pur sotto il peso di un «assolutismo» troppo scolastico per apparire plausibile, evidenzia la necessità di una più autentica ricerca intorno all’autorità e allo Stato, in cui nulla venga concesso ai miti moderni e plebei. Se manca tuttavia in questa prima analisi la chiara e manifesta coscienza della crisi generale dello Stato, quale lo aveva concepito la rivoluzione borghese, e la dimensione storica e metastorica dell’Istituto statuale, già si presagiscono gli elementi «antiguelfi» di una polemica sul cristianesimo che di lì a poco si sarebbe scatenata in tutta la sua radicale portata: «Un impero il cui dominio sia puramente materiale, può coesistere con una Chiesa che a lui può dare quell’anima di cui manca; ma un Impero che non sia tale che in quanto lo permei una immanente spiritualità – una spiritualità che tuttavia non è materia di fede sognante ma valore immanente in atto in un Individuo – deve soppiantare, subordinare a sé ogni Chiesa (antiguelfismo). Tale il concetto romano di Impero – il Cesare Augusto, il Dominatore regale e sacerdotale; concetto che è altresì quello pitagorico, mithriaco, dantesco».

Nel 1928, a conclusione di una polemica giornalistica, nata dall’idea – come scriverà anni dopo lo stesso Evola (6) – di «muovere le acque, lanciando un programma rivoluzionario che investisse il piano della visione fascista della vita fino ad affrontare il problema della compatibilità fra fascismo e cristianesimo», esce Imperialismo Pagano.

Libro «datato», come veniva osservato nella nota introduttiva della ristampa anastatica del 1978 per le edizioni di Ar, ricco di riferimenti giornalistici e d’epoca, in Imperialismo Pagano emergono tuttavia elementi nuovi nell’approccio evoliano allo Stato, con particolare riferimento alla crisi europea e all’essenza del fascismo. Al fascismo che si fa Stato, che «ha messo un corpo», Evola pone un problema fondamentale: «questo corpo non ha ancora un’anima; e questa anima (…) può conseguirla solamente se con un rivolgimento radicale, profondo, assoluto, con un nuovo balzo in avanti, proprio nel senso opposto alla direzione di ‘normalizzazione’ e di imborghesimento che oggi comincia a pervaderlo, esso sappia risuscitare un ordine distinto di valori meta-economici e meta-politici». La crisi dell’Occidente va cioè assunta in tutta la sua vastità. Ed il «problema Stato», il problema della «decadenza dell’idea politica» non può essere isolato, ridotto a pura questione burocratico-amministrativa, a buon funzionamento istituzionale. «La causa vera della decadenza dell’idea politica dell’Occidente contemporaneo – scrive Evola in Imperialismo Pagano – risiede precisamente nel fatto che i valori spirituali con cui una volta si compenetrava l’ordinamento sociale sono venuti meno, senza che ad essi si abbia saputo ancora sostituire nulla. Il problema lo si è abbassato al livello di fattori economici, industriali, militari, amministrativi o, al più, sentimentali – senza rendersi conto che tutto questo non è che mera materia, necessaria finché si vuole, ma mai sufficiente, così poco capace di produrre un ordinamento sociale saldo e razionale, poggiato su sé stesso, quanto il semplice incontro di forze meccaniche a produrre un essere vivente».

Diventano allora rilevanti, confusi nella polemica anticristiana, i primi segni di una dottrina che, nel rifiuto dell’inorganicità e dell’esteriorità, inizia a costruirsi un proprio originale spazio, cosciente che la «conquista dello Stato» non è di per se stessa sufficiente a costruire il nuovo Ordine, ma va sostenuta da una ben più forte e sostanziale restaurazione-rivoluzione culturale. È in questa prospettiva che devono essere comprese ed inquadrate tutte le esperienze giornalistico-culturali condotte da Evola, sul terreno della ricerca politica, a partire dagli Anni Trenta. Sono gli anni della spregiudicata collaborazione a riviste come «Vita Italiana», «Lo Stato», «Politica», e della pagina periodica «Diorama Filosofico», pubblicata dal quotidiano «Regime Fascista» (7), gli anni in cui Evola, sulla base della chiara ed organica morfologia delle civiltà, tracciata nel 1934, con Rivolta contro il mondo moderno, manifesta una sua compiuta ed originale visione dello Stato e della sua decadenza, purgata dei giovanili «furori» assolutistici e differenziata rispetto alle tesi totalitarie allora dominanti.

Significativamente Evola parla non di mera crisi dello Stato, ma di «caduta dell’idea di Stato», in riferimento alla «dottrina delle quattro età» (8). Non dunque crisi storicamente limitata, ma un lungo processo involutivo e regressivo rispetto all’idea-base dello Stato come organismo spiritualizzato, «tale da innalzare per gradi da un vita naturalistica quasi prepersonale ad una vita supernaturale e superpersonale attraverso un sistema di ‘partecipazioni’, di subordinazioni atte a ricondurre costantemente ogni classe di esseri ed ogni forma di attività ad un unico asse centrale. Si tratta dunque di una gerarchia politico-sociale con fondamento essenzialmente spirituale, nella quale ciascuna casta o classe corrispondeva da una determinata forma tipica di attività e ad una funzione ben determinata nel tutto».

Quattro le caste principali che venivano, secondo una visione strettamente organicistica, a costituire tale sistema: al limite inferiore l’espressione delle energie indifferenziate (i servitori), su di esse il sistema degli scambi vitali ed economici (la borghesia abbiente, agricola e commerciale), quindi la volontà, «come ciò che muove e dirige il corpo come un tutto nello spazio e nel tempo» (l’aristocrazia guerriera), infine lo spirito, principio sovrannaturale della personalità umana (l’aristocrazia politica e i sacerdoti). È la separazione e l’opposizione tra autorità spirituale e autorità politica ad innescare il processo involutivo, con un dualismo doppiamente distruttivo, di una «spiritualità che si rende sempre più astratta, ‘ideale’, incorporea, sovramondana in senso cattivo e rinunciatario, da una parte – e dall’altra, di una realtà politica che si rende sempre più materiale, secolarizzata, laica, agnostica, dominata da interessi e da forze che sempre più appartengono non pure al mero ‘umano’, ma infine allo stesso subumano, all’elemento pre-personale del puro collettivo».

A questo punto il fenomeno di «caduta» procede inarrestabile, logicamente conseguenziale. Con la «rivolta dei guerrieri» viene a costituirsi a capo degli Stati una nobiltà militare secolarizzata, che afferma una «idea di potenza» burocratizzata e centralizzata, spiritualmente svilita. È allora che il sovrano, nel tentativo di consolidare il suo prestigio accentratore di fronte ai diversi Principi feudali, si allea con la borghesia e favorisce di fatto il passaggio dell’autorità statuale ai «poteri pubblici», incarnazione della «nazione». «Attraverso l’illusione liberistica giacobina – scrive Evola, sempre sulla rivista «Lo Stato» – abbassandosi l’idea della giustificazione dello Stato a quella mercantile e utilitaristica di un ‘contratto sociale’, prende forma infatti il capitalismo moderno e, infine, l’oligarchia capitalistica, la plutocrazia che, in regime parlamentaristico-democratico, finisce col controllare e col dominare la realtà politica (…). Per la forza di una logica piena di significato, la dominazione ragale passa ai ‘re del dollaro’, ai ‘re del carbone’, ai ‘re dell’acciaio’, e via dicendo». A questo punto dallo pseudo liberalismo individualistico borghese all’individualismo proletario di massa il passo è breve. Ed è l’avvento dell’ideale collettivistico bolscevico a costituire l’estrema spiaggia della parabola discendente. La crisi è in atto. E la vastità è tale da spostare il problema della ricostruzione dal singolo Stato ai grandi aggregati continentali.

Da questa realtà – dice Evola (9) – bisogna partire per tentare l’opera di ricostruzione; «l’Europa stessa, con le ideologie pervertitrici fiorite presso la sua decadenza, ha creato una specie di Nemesi, ha cioè propiziato proprio essa il formarsi e lo svilupparsi di forze estranee, le quali – a meno di una tempestiva reazione – son destinate a travolgerla. Infatti l’America è sorta portando alle estreme conseguenze gli ideali capitalistico-industriali e ‘attivistici’ inizialmente glorificati dall’Europa liberistico-illuminista quale vera ‘civiltà’. L’ideologia di Karl Marx ha servito di fermento per la formazione e la costituzione di un ente di moderna potenza dell’antica sostanza promiscua e barbara, del demos slavo». Presa coscienza di questa realtà bipolare è allora innanzitutto necessario attivare un processo inverso, che Evola definisce di «purificazione interna», tale da eliminare tutte quelle ideologie «antitradizionali, razionalistiche, materialistiche, antigerarchiche», che toccano dall’interno la stessa Europa.

segue nella seconda parte

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Note dell’autore

(1) Norberto Bobbio, Per una definizione della destra reazionaria, in Atti del Convegno «Nuova destra e cultura reazionaria negli anni ottanta», in «Notiziario storico della resistenza in Cuneo e Provincia», n°23, Giugno 1983, pag. 19.

(2) Mario Bernardi Guardi, Diorama filosofico, in «Civiltà», n. 8-9, Settembre-Dicembre 1974, pag.79.

(3) «Il mio primo scritto politico derivò da un invito del duca Giovanni Colonna di Cesarò, con cui ero in rapporti di cordiale amicizia, a gettar giù qualcosa per una rivista che, se ben ricordo, si chiamava L’idea democratica. Risposi che avrei potuto scrivere solo una demolizione della democrazia – ed egli accettò, dicendomi consistere proprio in ciò il privilegio della ‘libertà democratica’» (Julius Evola, Il cammino del Cinabro, Edizioni di Vanni Scheiwiller, Milano 1972, pag.76).

(4) Julius Evola, Idee su uno Stato come potenza, in «Critica fascista», 1 Settembre 1926.

(5) Julius Evola, Teoria dell’individuo Assoluto, Edizioni Mediterranee, Roma 1975, pag. 32.

(6) Julius Evola, Il Cammino del Cinabro, cit., pag. 77.

(7) Cfr. Julius Evola, Diorama Filosofico, Vol. 1 – 1934-35 a cura di Marco Tarchi, Edizioni Europa, Roma 1974.

(8) Julius Evola, Sulla caduta dell’idea di Stato, in «Lo Stato», Febbraio 1934.

(9) Julius Evola, La ricostruzione dell’idea di Stato, in «Lo Stato», Aprile 1934.

L’immagine in evidenza è tratta liberamente da pixabay.com, author: PublicDomainPictures.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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