l’Adamo primordiale e la Rosa dell’Eden

Concludiamo la parentesi sul tema dell’androgino e della coppia ancestrale Adamo-Eva, come preannunciato, con il contributo di Gaston Georgel, prestigioso studioso di metafisica, seguace di René Guénon, tratto dalla nota opera “Le quattro età dell’umanità”, dal cui capitolo IV abbiamo tratto e reintitolato alcuni estratti, integrati poi dagli approfondimenti redazionali nelle note, che affiancano le note dell’autore.

Nell’immagine in evidenza, “Adamo ed Eva”, Stanza della Segnatura dei Musei Vaticani, affrescata da Raffaello Sanzio ed allievi (1508-11).

***

di Gaston Georgel

Tratto da “Le quattro età dell’umanità” (capitolo IV)

Prerogative dell’Adamo primordiale

La posizione centrale dell’uomo primitivo, al di là d’ogni opposizione e contraddizione, implicava ancora ben altre prerogative, che la sola familiarità con le bestie. Abbiamo in precedenza ricordato che nel Paradiso «Non  si conosce né l’amore per la vita né l’odio pe la morte: così non ci sono affatto morti premature». In tal modo si spiegherebbe la proverbiale longevità dei primi uomini, riportata così efficacemente dalla tradizione cinese. «Stanchi del mondo, dopo mille anni di vita, gli uomini superiori s’elevano al rango dei genii e, saliti su una nuvola bianca giungono al soggiorno dei Sovrano dall’Alto» (1) e dalla Bibbia: «Il tempo che Adamo visse fu in tutto di 930 anni, poi morì» (…). Il tema della longevità degli antichi si trova egualmente in Esiodo; allo stesso modo vi si ritrova quello relativo al progressivo accorciamento della vita umana. Durante l’Età dell’Oro «gli uomini vivevano come dei … la vecchiaia miserabile non pesava su di loro (…) morendo sembravano soccombere al sonno» (2). Ma lo squilibrio s’introdusse durante l’Età dell’Argento, e la durata della vita umana s’accorciò (…). Questo testo d’Esiodo è da confrontare con quello della Bibbia.

Creazione di Adamo – Cattedrale di Monreale, XIII sec.

Tuttavia, longevità non significa immortalità, ma soltanto l’assenza d’ogni morte prematura. Esiodo infatti degli antichi ci dice che «morendo sembravano soccombere al sonno», il che esclude ogni idea di morte violenta o di malattia, ma non pone neppure in questione l’esistenza della morte. In effetti è metafisicamente assurdo supporre l’uomo corporeo immortale, perché «dato che ogni vita umana costituisce da sola un ciclo analogo a quello dell’umanità presa nel suo insieme, il tempo si ‘contrae’ in qualche modo per ogni essere, man mano che esaurisce le possibilità dello stato corporeo; deve dunque arrivare di necessità un momento in cui il tempo sarà per così dire ridotto ad un punto, e allora l’essere non troverà letteralmente più, in questo mondo, alcuna durata nella quale gli sia possibile vivere, di modo che non vi sarà più per lui alcuno sbocco che il passare ad un altro stato» (3). S’è trattato d’altronde di constatare, leggendo le vite dei santi, che l’essere giunto ad un certo livello spirituale non desidera affatto attardarsi indefinitivamente nello stato corporeo umano; anzi, al contrario, in un siffatto essere l’aspirazione verso la «patria celeste» diventa sempre più ardente, ed il soggiorno terrestre è considerato solo come un «esilio» (4).

Abbiamo poc’anzi mostrato come la longevità dei nostri progenitori dipendesse dall’assenza in essi d’ogni opposizione o contraddizione interna, il che permetteva all’uomo di svolgere, con armoniosa regolarità e sen’alcun accidente o altro impedimento prematuro la totalità del suo ciclo d’esistenza terrena; considereremo ora altre conseguenze del carattere «non duale» dei nostri antenati dell’Età dell’Oro, specialmente ciò che viene abitualmente chiamato l’incombustibilità o resistenza agli elementi, e che potrebbe anche definirsi più generalmente la «sottigliezza» dell’Adamo primordiale. Un vecchio testo cinese ci dà con notevole concisione un’eccellente definizione di quest’antico privilegio degli uomini dell’Età dell’Oro: «L’uomo assolutamente semplice piega con la semplicità tutti gli esseri … tanto che nulla gli si oppone nelle sei regioni dello spazio, niente gli è ostile ed il fuoco e l’acqua non lo feriscono» (5). Di conseguenza, scrive Chuang-Tze, «Niente può nulla contro il santo (6). Un diluvio che s’elevasse fino al cielo non riuscirebbe ad annegarlo, né a bruciarlo una siccità che sciogliesse metalli e pietre ed arrostisse pianure e montagne!» (7). Il fatto è che tali incidenti non possono accadere che nel nostro mondo pregno di contraddittorie opposizioni come il bene ed il male, l’ato ed il basso, la destra e la sinistra, il freddo ed il caldo, l’acqua e il fuoco, opposizioni che, nel punto centrale in cui s’incontrano, si trovano in qualche modo riassorbite o neutralizzate.

Bernadette Soubirous. Il 7 aprile del 1858, durante la 17° apparizione della Vergine Maria, Bernadette fu protagonista del cosiddetto “Miracolo del Cero”, esempio paradigmatico di “incombustibilità” (vedi nota 11)

Nello stato primordiale invece, cioè al centro dello stato umano, «queste opposizioni non esistevano. Sono derivate tutte dalla diversificazione degli esseri (inerente alla manifestazione, e com’essa contingente), e dai loro contatti causati dal moto rotatorio universale. Esse cesserebbero se cessassero la diversità ed il movimento; cessano immediatamente d’affliggere l’essere che ha ridotto il suo io e il suo movimento precipuo quasi a zero. Questo essere non entra in conflitto con nessun essere, perché è stabilito nell’infinito, cancellato nell’indefinito. È giunto e si stabilisce nel punto di partenza delle trasformazioni, punto neutro in cui non vi sono conflitti» (8). Di conseguenza per un essere così perfettamente «centrato» «il fuoco e l’acqua, che costituiscono l’archetipo dei contrari nel ‘mondo elementare’, si equilibrano e si neutralizzano l’un l’altro grazie alla riunione delle loro qualità, apparentemente opposte ma in realtà complementari, nell’indifferenza dell’Etere primordiale» (9). Ne consegue che «giunto a non essere più che pura potenza, imponderabile, interamente autonoma, il santo agisce in tutta libertà attraverso gli elementi, nessuno dei quali può urtarlo. Egli attraversa impunemente i corpi solidi. Per lui ogni materia è porosa» (10).

Si noterà, in breve, che è semplice trovare nella vita dei santi aneddoti illustranti i privilegi di cui sopra. Citeremo soltanto il Miracolo del Cero nella vita di Bernadette di Lourdes. Il fatto è particolarmente interessante, perché ci offre un esempio d’incombustibilità scrupolosamente constatato da testimoni degni di fede (11).

L’androgino primordiale e la creazione di Eva, “Rosa dell’Eden”

Il breve studio precedente relativo all’unità sociale e razziale primitiva (12) ci porta a considerare sotto il suo aspetto più profondo l’importante questione dell’unità primordiale dell’Adamo originario. Si sa che, secondo la Bibbia, egli era stato creato ad immagine e somiglianza di Dio: «Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza …”. E Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò ad immagine di Dio: maschio e femmina».  Così si trova definito l’Androgine primordiale creato «uno» a immagine di Dio, che rappresenta l’Essere anteriore ad ogni differenziazione tra Purusha (o principio attivo) e Prakriti (o Passività Universale). Poiché tutto il processo di manifestazione (dunque anche la manifestazione umana) comincia dall’Unità e continua con la dualità per giungere finalmente alla molteplicità. Cos’era dunque quest’enigmatico «Androgine primordiale» di cui parla anche Platone? (13) «Molto tempo fa la nostra natura non era affatto identica a quella che possediamo ora, ma di tutt’altro genere … a quei tempi l’Androgine era una specie distinta che, per la forma come per il nome, possedeva degli altri due sia la natura del maschio che quella della femmina …». La forma di questo Androgine era «interamente arrotondata, col dorso e i fianchi tondi» (esprimendo così l’idea della sfericità).

Jacob Boehme (1575-1624)

Da parte sua, l’esoterista tedesco Jacob Boehme descrive così l’Antenato originario del genere umano: «L’uomo primitivo, interamente spirituale e dotato d’un corpo immateriale ed invisibile, non aveva che organi adatti alla vita spirituale: ricavava le sue forze dalla natura primitiva, dalla sorgente della potenza … quanto alla sua vita divina, egli la suggeva dalla fonte della Luce e della grazia di Dio; aveva solo organi che comunicavano con la vita superiore; non aveva bisogno di nulla che corrispondesse ai bisogni della vita fisica e materiale». Non apparirebbe dunque all’immaginazione che come un Essere rassomigliante a quelle creazioni dei pittori cristiani che rappresentavano delle intelligenze celesti … quest’essere nuovo, questo figlio di Dio, suo vicario nella Creazione, possedeva – secondo ciò che Boehme suppone, ma non afferma troppo espressamente – il potere di continuarsi, di produrre da se stesso, dal proprio centro, nuove creazioni: «quest’essere era l’Androgine delle antiche tradizioni conservate da Platone».

Tale era dunque, secondo Boehme, l’Adamo primordiale, l’Androgine dal corpo sottile che regnava allora su tutta la creazione. Vediamo ora per qual processo di «discesa» il nostro primo padre si sarebbe all’inizio materializzato, per poi dividersi e diventare la coppia originaria «Adamo-Eva»: «L’individualità umana, una volta posta come esistenza fin allora sconosciuta nella Creazione … divenne oggetto delle tentazioni di Satana e delle esistenze inferiori, cioè della natura visibile e creata. Queste esistenze inferiori, questo mondo elementare e gli spiriti elementari che presiedono a questo mondo, che dopo la caduta di Satana non avevano comunicazione diretta con l’Unità, e che avrebbero potuto comunicarvi solo tramite l’Uomo, si sforzarono d’avvicinarlo, di unirsi a lui, per entrare per suo tramite il più possibile in Dio … C’era dunque attorno al primo uomo una tendenza universale degli Spiriti elementari all’unione con lui … L’uomo primitivo non aveva un’organizzazione capace di compiere quest’atto (di unirsi alle esistenze inferiori), ma concepì un vivissimo desiderio di farlo … È in questo desiderio contrario alla volontà dell’Idea di Dio che l’uomo primitivo perse la sua comunicazione con Dio; fu allora che cadde nel sonno, cioè sotto l’influenza delle forze inferiori, oppure, come dice la genesi, Dio inviò il sonno ad Adamo, e da questo sonno si risvegliò come un individuo appartenente a metà alla natura visibile, agli Spiriti inferiori, come loro parte ma non ancora come loro schiavo; da questo sonno si risvegliò già avviluppato nel corpo terrestre ed assoggettato a metà alla natura fisica … allora Dio, per arrestare l’uomo lungo questa via, divise la sua forza centrale, separò l’uomo in due. Gli istinti inferiori e il suo idela tratto da lui stesso, giunsero ad esistenza nell’idea della femmina: il desiderio dell’uomo diede origine ad un nuovo essere, separato dall’uomo, che apparve come donna. Dopo il sogno d’Adamo, dopo la sua intima unione col mondo visibile vi fu il risveglio, dove Adamo si trovò sdoppiato: riconobbe nella nuova individualità, nella donna, una metà di se stesso; ora non poteva continuare un’esistenza reale e creatrice che con questa metà» (14).

Creazione di Eva (William Blake)

Abbiamo precedentemente mostrato che questa stessa idea dell’Androgine primordiale era esposta in Platone. Vediamo ora in che modo il grande filosofo greco descriveva lo sdoppiamento dell’Adamo originario e, di conseguenza, la comparsa della dualità nel mondo terrestre: «Questo stato (androginico) cessò – ci dice – per una punizione degli Déi: gli uomini avevano tentato di «scalare il cielo». Allora Zeus «tagliò  in due gli uomini, come coloro che tagliano il sorbo per farne della conserva oppure un uovo con un crine», di modo che «il sezionamento aveva raddoppiato l’essere naturale» (15). Per dirla altri altrimenti, Adamo passava da uno stadio d’unità primordiale ad uno stato di dualità.

Se lo sdoppiamento dell’Androgine primordiale nelle due metà «yang e yin», attiva e passiva, maschile e femminile, cioè «Adamo ed Eva» appare nel teosofo tedesco come una «caduta» e presso il filosofo greco come una punizione degli Dèi, non è la stessa cosa nella Genesi, in cui la nascita di Eva ci è presentata piuttosto come il supremo compimento della Creazione, come lo sbocciare della prima rosa che viene a coronare nel giardino l’opera della primavera. E infatti, allorché la creazione sembrava compiuta, e dopo che Adamo era stato posto «nel giardino dell’Eden per coltivarlo ed accudirlo», Dio vide che qualcosa ancora mancava perché l’Opera  dei Sette Giorni fosse perfetta, e disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; gli creerò un aiuto simile a lui» (16). E «Jahvè Dio fece cadere un profondo sonno sull’uomo, e prese una delle sue costole da cui formò la donna, e la condusse all’uomo». Così, essendo Adamo provvisto d’una compagna, la Creazione era questa volta pienamente compiuta, finita, perfetta. «Ma ciò che è finito non dura a lungo»; infatti la caduta, nel racconto della Genesi, accade immediatamente dopo la creazione di Eva. Forse che nessun intervallo di tempo separa questi due fatti successivi, presentazione di Eva ad Adamo e caduta? A dire il vero, la questione resta irrisolta, ma se un tale intervallo è veramente esistito, come chiamarlo se non la «luna di miele» del Paradiso, breve periodo di felicità che durerà fino al momento in cui il «Figlio di Dio», abbassando lo sguardo dal cielo alla terra, s’accorse che «le figlie degli uomini eran belle», e credette di poter ormai, in compagnia di Eva, «vivere la sua vita» come un essere interamente indipendente!

Note

(1) Marcel Granet, Il pensiero cinese, p. 510

(2) Esiodo, Le opere e i giorni, 130.

(3) R. Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, cap. “trasmutazione e trasformazione”

(4) Ciò che in teologia viene definito l’immortalità d’Adamo prima della caduta dev’essere inteso in senso spirituale, come spiega Guénon nel già citato capitolo di Considerazioni sulla via iniziatica.

(5) Lie Tse, cap. II.

N.d.R. – Gianluca Marletta, nel volume “L’Eden, la Resurrezione e la Terra dei viventi” (Irfan Edizioni), dedica al corpo di Adamo il capitolo 2 paragrafo 2 (p. 36 ss.): il corpo del primo Adamo, osserva l’autore, “non è … ‘solo’ un corpo grossolano, come quello dei suoi discendenti, ma una realtà sottile, dove le possibilità fisiche esteriori sono unite alle possibilità animiche proprie all’elemento intermedio (psiché) dalla triade umana. Solo con la ‘caduta’ Adamo perde la sottigliezza del corpo originario per rivestire esclusivamente l’aspetto grossolano”. Significative sono, ad esempio, come riporta Marletta, le parole di San Paolo nella I° Lettera ai Corinzi, “in cui l’Apostolo spiega come il corpo del ‘primo uomo’, Adamo, non fosse strictu senso un corpo ‘carnale’ o ‘terreno’, ma (letteralmente) un ‘corpo psichico’ – Così sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un’anima vivente, ma l’ultimo Adamo (Cristo, nda) è spirito vivificante. Così che non c’è prima ciò che è spirituale (pneumatikòn) ma ciò che è psichico (psychikòn) (I° Corinzi, 15, 46); – Si semina corruttibile e risorge incorruttibile, si semina ignorbile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza, si semina un corpo psichico (sôma psychikòn) e risorge un corpo spirituale (sôma pneumatikòn) (I° Corinzi, 15, 42-44)”.

D’altronde, la sottigliezza è, insieme all’impassibilità, allo splendore ed all’agilità, una delle quattro caratteristiche fondamentali del Corpo dei Risorti, come descritta dal Catechismo Romano, sulla base delle Scritture e delle riflessioni dei Padri e dei Dottori della Chiesa (“L’ultima proprietà è  la sottigliezza, in virtù della quale il corpo sarà completamente sotto il dominio dell’anima, cui servirà e ubbidirà in modo perfetto”-  cit. da Marletta, op. cit., pag. 85). Il corpo del Cristo Risorto è l’archetipo del Corpo di Resurrezione, che ripropone le stesse caratteristiche della condizione edenica primordiale, con l’importante differenza che, dopo la Resurrezione, la possibilità della “caduta” è sostituita con quella dell’ “ascensione”, dell’apertura cioè verso gli Stati superiori dell’Essere: “con la sua Resurrezione, Cristo riconquista per sé (e per i suoi fedeli) lo stato edenico primordiale” (Marletta, pag. 84), con un corpo finalmente sciolto dai vincoli del tempo e della sequenzialità cronologica (Gesù risorto appare infatti in forme diverse, giovane o adulto, sano o piagato dai segni della Passione, poiché “ogni possibile manifestazione della sua Personalità è co-presente nell’unico Istante”, quello cioè in cui la Resurrezione si attua, libera da ogni successione temporale), ed in cui tutte le possibilità dell’esistenza fisica, unitamente a quelle sottili-animiche, si ripropongono unitariamente e sono modulabili liberamente (Gesù può, ad esempio, entrare a suo piacimento nelle stanze dove si trovano Apostoli e discepoli a porte chiuse) (Marletta, pag. 82 e segg.).

(6) Il Santo è l’uomo «assolutamente semplice», cioè colui che ha realizzato in se stesso lo stato primordiale dell’umanità.

(7) Marcel Granet, Il pensiero cinese, p. 516.

(8) Chuang-Tze, cap. XIX.

(9) R. Guénon, Il Simbolismo della croce, cap. VII.

(10) Marcel Granet, Il pensiero cinese, p. 516.

(11) Cfr. J. B. Estrade, Le apparizioni di Lourdes.  N.d.R. – Il 7 aprile del 1858, durante la 17° apparizione della Vergine Maria alla giovane Bernadette, avvenne il cosiddetto “Miracolo del cero”. La giovane teneva fra le mani una candela la cui fiamma, durante la visione, rimase a diretto contatto con la sua pelle per più di 15 minuti fino a bruciare del tutto, senza lasciarle segni o ferite sulle mani; la ragazza non accusò alcun dolore o fastidio. Il fatto fu testimoniato dai molti presenti, e soprattutto fu certificato ufficialmente dal medico Pierre Romaine Dozous, che, dopo la fine della visione, provò a passare rapidamente una candela accesa sulla mano della ragazza, che, tornata alla vita “ordinaria”, ebbe una reazione immediata. Dopo il miracolo, il dottor Dozous si convertì.

12) N.d.R. – Georgel si riferisce all’unità primordiale della casta unica primordiale Hamsa, secondo la Tradizione Indù, citata nei Bhagavata Purana (pag. 124-25): “All’inizio, durante il Krita-Yuga, la casta degli uomini si chiamava Hamsa».

Questa casta, o più esattamente questa super-casta Hamsa costituisce infatti una casta originaria posta al di sopra delle quattro caste storiche nelle quali l’umanità si divise in seguito, allo stesso modo che in origine esisteva una sola razza primordiale, madre delle quattro grandi razze che stavano per popolare il globo nel corso delle Età successive; l’unità dell’umanità primordiale implica infatti l’esistenza d’una sola casta e d’una sola razza, mentre la “discesa” nel campo della molteplicità doveva comportare allo stesso tempo la molteplicità e l’opposizione delle caste e delle razze, dei popoli e delle religioni. Al contrario, la “risalita” del saggio verso lo stato primordiale lo riconduce a quel punto centrale in cui tutte le opposizioni cessano, di modo che il Santo dev’esser considerato come appartenente alla super-casta Hamsa (…)”. Ma, precisa l’autore, “Quest’eguaglianza e questa fraternità originale non devono essere confuse coi loro riflessi invertiti: la “’consorteria’ totalitaria ed il livellamento democratico della ‘sottocasta’ proletarie verso la quale tende la nostra società moderna, allo stesso modo che l’ ‘autonomia’ del Santo non dev’esser confusa con la sua caricatura dell’era liberale: ‘lasciate fare, lasciate passare’, e neppure con quella libertà politica degli uomini del XIX secolo di cui il ‘democratico’ cinese Sun-Yat-Sen aveva dato la definizione seguente: ‘il giorno delle elezioni i Francesi sono liberi, all’indomani ridiventano schiavi!’. Conviene d’altronde notare in questo caso che l’attuale ‘confusione delle classi’ nella ‘sottocasta’ proletaria non è che la preparazione (o l’anticipazione) del ‘ristabilimento di tutte le cose nel loro stato primordiale’: ‘in cui gli uomini, dicono i testi tradizionali, formano una sola casta (cioè hanno un eguale grado di sviluppo spirituale), e sono essi stessi la propria legge (cioè essi sono autonomi e perfettamente liberi)’ “. (…) Questa riduzione al polo materiale (quello del regno della bestia) delle tendenze umane era come un’affermazione ‘alla rovescia’ dell’Unico. Questo rovesciamento delle polarità negli ‘ultimi tempi’ non potrà essere che il frutto di questa ‘nuova infusione dello Spirito’ che tutte le tradizioni prevedono e annunciano’ (Guénon, il Simbolismo della Croce).

Da notare come il riferimento all’ultima “sottocasta proletaria” e, più in generale, alla discesa verso l’ultimo gradino della scala nel fenomeno della regressione delle caste che troviamo in Evola stesso, se per l’epoca poteva avere come riferimento l’esito finale della progressiva “proletarizzazione” della società in senso strettamente economicistico, come si prospettava nell’età dell’affermazione dei cd. “regimi di socialismo reale”, oggi va letto come un riferimento alla sottocasta unica del (sotto)uomo totalmente materializzato, ibridato, standardizzato e despiritualizzato, dominato dagli istinti più inferiori attinenti ad una sfera biologico-vitalistica di ordine pre-personale, che sta gradualmente perdendo ogni identità: culturale, etnica, religiosa, sessuale. Il vero dominio finale della casta dei servi  si sta realizzando in questi termini, con l’esasperazione e la traslazione degli effetti del dominio della terza casta, da un piano economicistico di partenza ad un piano materialistico più generale, che preluderà la dissoluzione finale.

(13) Platone, Il Simposio, 189e.

(14) Il sistema di Jacob Boehme, di Adam Mickiewicz, in Voile d’Isis, aprile 1930.

(15) Platone, Il Simposio, 189e.

(16) Genesi, II, 18

 

 



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