L’aquila e il fascio littorio, simboli cosmici (I parte)

Dopo aver analizzato i significati tradizionali dello swastika con gli scritti a tema di Evola e di Guénon, presentiamo ai lettori, in due parti, questo interessante studio di Mariano Bizzarri sul simbolismo del fascio e dell’aquila, interpretato secondo un rigoroso canone tradizionale nelle fonti bibliografiche, che introdurrà anche due articoli a tema di Evola. Buona lettura.

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di Mariano Bizzarri

L’aquila e il fascio littorio, simboli cosmici – Un collegamento fra Cielo e Terra

Tratto da “Esoterismo e fascismo”, Edizioni Mediterranee (2006)

prima parte

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Il fascio littorio – tra i più antichi simboli romani – costituiva il segno visibile dell’Imperium che, differenziandosi da una generica potestas, attestava il conferimento della pienezza della sovranità regale e sacerdotale. Era formato da una serie di verghe di olmo o di betulla – in numero di sei o dodici – raccolte a fascio grazie ad una cinta di cuoio incrociata e raccolte intorno ad un asse verticale – signum dell’axis mundi, cioè del collegamento tra Terra e Cielo – che fuoriusciva in alto e in basso. Una scure – a lama semplice o bipenne – era generalmente assicurata sulla sommità (fascio dell’epoca repubblicana) o – a partire dall’epoca di Augusto – all’altezza della parte mediana. Mutuato dalla tradizione etrusca (1), il fascio romano significava “non solo l’Imperium, ma di questi ne costituiva lo strumento fondamentale: lo jus vitae necisque” (2).

Per questo le massime cariche dello stato erano precedute dai littori – guerrieri portatori del fascio – in numero variabile, ma comunque riconducibili a multipli o sottomultipli di dodici: il dictator ne disponeva di ventiquattro, i consoli di dodici a testa, pretori e proconsoli sei, mentre edili e questori ne avevano due. La vestale era sempre preceduta da un solo littore, anche se dinanzi a lei tutti gli altri littori dovevano cedere il passo abbassando, in segno di rispetto, i rispettivi fasci.

Nell’ambito della sfera temporale, l’esegesi simbolica permette di enucleare una moltitudine di significati che riconducono tutti comunque alla legittimità dell’esercizio della giustizia – e particolarmente della giustizia armata (3), posta sotto gli auspici di Marte – quale custode dello jus, cioè dell’ordine che in terra riflette l’ordine divino. In tal senso va interpretata – come suggerito dal Polia – la legatura e la slegatura dei fasci: “Quando il fascio è legato, è la pax romana che impera, il potere si manifesta nell’ordine delle cose e non nell’azione punitiva delle verghe e della scure vittimatrice. Quando il fascio è slegato il potere diviene manifesto nell’applicazione del rigore della giustizia” (4). La sua struttura e la sua composizione rivelano precisi legami esistenti fra le tradizioni nordiche, mentre la dualità simmetrica dei due tagli rappresenta l’integrazione creatrice delle polarità opposte, in stretta connessione col significato del culto di Janus, dio romano delle origini. Tale incontro avviene in un punto dell’asse che è il centro immobile, il punto di passaggio tra futuro e passato, il terzo volto di Janus, il sacro che genera. I tagli dell’ascia rappresentano esattamente “il simbolismo del fulmine”, espresso dalle tradizioni nordiche con le rune e la cui composizione forniva lo schema rappresentativo con cui si indicava il sacro Mjölnír, il martello del dio Thor.

La folgore ha significato simbolico doppio: da una parte illumina, squarcia le tenebre, dall’altro distrugge, incendia. Poiché spesso, nell’antichità, l’uso della folgore era prerogativa del dio supremo, questa è considerabile come verità che può essere intuita in forma istantanea solo da chi è capace di resistere alla prova del fuoco incenerendo tutto quello che di sé è mortale, raggiungendo, così, una condizione di vita superiore. Al pari della folgore – di cui costituisce in qualche modo la forma cristallizzata e fattasi “pietra” – la bipenne è attributo di Juppiter e, più in generale, del dio unico del pantheon ellenico e pre-ellenico, già dai tempi della civiltà minoica; per questo, “il palazzo di Cnosso a Creta, dedicato a Zeus, conserva nelle posteriori leggende di Grecia il nome di Labirinto, cioè edificio della Labrys, parola che negli antichi dialetti asiatici significa bipenne” (5).

Il riferimento all’ordine cosmico evocato dalle “dodici verghe” e in diretta correlazione con il simbolismo duodecimale presente in tutte le tradizioni, che fa immediato riferimento alla manifestazione del cosmo. “Il simbolo dell’universo secondo i pitagorici e i platonici – ricorda il Reghini – è per l’appunto il dodecaedro regolare […] la ragione [geometrica] è costituita dal fatto […] che suddividendolo con diagonali e diametri in triangoli, si ottiene per ciascuna faccia trenta triangoli rettangoli, in modo tale che l’intera superficie del dodecaedro risulti così composta da 12 x 30 = 360 triangoli rettangoli: ora, 360 è il numero dei giorni dell’anno (egizio) e delle suddivisioni dello zodiaco” (6). La raffigurazione della totalità dello spazio che “scorre” attraverso la totalità del tempo ci riporta al “dio-anno” di cui parla Evola, quando ricorda come la scure sancisce la cesura tra i due cicli – ascendente e discendente, rispettivamente significati dal solstizio d’inverno e d’estate – attraverso cui si articola l’anno solare. In questa accezione l’ascia, simbolo del potere che s’impone alle forze tenebrose, “chiude un’epoca ed apre trionfalmente un nuovo ciclo, una nuova creazione, come luce di un nuovo anno o saeculum ed intorno ad essa si raccolgono per l’appunto “i segni di una compiutezza, di uno sviluppo perfetto in senso ʽsolareʼ: i dodici” (7). Questa compiutezza è quella che legittima il mandato di Roma, custode dell’Ordine e difensore della Luce rispetto all’assalto delle tenebre, un legato giammai contestato e riconfermato dalla stessa autorità del Cattolicesimo quando, con Lattanzio, sottolinea come “fin quando Roma resterà integra, le convulsioni paurose dell’età ultima non saranno da temersi – ma il giorno in cui cadrà l’Umanità sarà prossima alla sua agonia” (8).

Articolo de “Il Piccolo” di Roma del 24 maggio 1923, che descrive la consegna da parte della prof.ssa Cesarina Ribulsi a Mussolini, nominato Capo del Governo, di un fascio littorio rituale ricostruito con un’ascia di bronzo proveniente da una tomba etrusca e dodici verghe di betulla legate con strisce di cuoio rosso

Di questa “potenza assolutamente legittima” (9) adombrata nel “Fascio” Mussolini doveva avere una qualche contezza se, sin dall’inizio, volle con tale nome intitolare il movimento politico (che solo in seguito avrebbe ricevuto l’appellativo di “fascismo”) e il suo primo giornale, edito nel 1919. E non a caso, per questo, sin dalle origini il fascismo si volle azione restauratrice di un ordine e di una Tradizione che veniva sempre più negata in ragione stessa della logica dei tempi, prodromi infallibili dell’incombente Kali-Yuga. In questa prospettiva lo Stato è per il fascismo la garanzia necessaria ed assoluta perché il mondo delle forme e dello spirito non solo sopravviva, ma possa essere attivamente promosso e favorito. Lo Stato costruisce la cornice – retta dalla Forza e dalla Giustizia – entro la quale lo scire recte si accompagna al recte facere, ovvero creando le condizioni per cui sia assicurata la possibilità di una vita “contemplativa”. Dirà lo stesso Mussolini: “In tal senso il fascismo è totalitario, e lo stato fascista, sintesi ed unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo […]. Il fascismo […] è educatore e promotore di vita spirituale. Vuol fare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina e autorità che scenda addentro agli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna è perciò il fascio littorio, simbolo dell’unità, della forza, della giustizia” (10).

ll simbolo del fascio littorio venne da subito adottato dal movimento come proprio e in quanto tale compare nel corso dell’adunata del 23 marzo 1919 in piazza San Sepolcro, a Milano. Stilisticamente è all’inizio a foggia repubblicana (11) – con la scure posta alla sommità del fascio – a rimarcare la concezione nazionale di derivazione risorgimentale, e solo più tardi sarebbe invalsa la raffigurazione propria dell’età imperiale, con la scure posta a due terzi della lunghezza dell’asta (12). Nel periodo successivo al 1925, in significativa associazione con la progressiva trasformazione del partito fascista da movimento rivoluzionario a partito restauratore dei valori nazionali, venne a determinarsi una sempre più stretta compenetrazione tra Stato e fascismo che culminò con l’instaurazione del “culto del littorio”, sancito dal Regio Decreto Legislativo n. 2061 del 12 dicembre 1926. La foggia del simbolo sarebbe stata curata da Mussolini in persona, attento ad escludere qualunque significato che non fosse quello “romano”, considerate le sovrapposizioni ideologiche di cui il simbolo stesso era venuto surrettiziamente a gravarsi a partire dall’età illuminista (13). Questo intento era del resto solo l’aspetto più immediatamente visibile di un ben più complesso processo di riscoperta e di restaurazione dell’idea imperiale, del senso e del compito affidato a Roma dalla Storia e da Dio. Più precisamente ancora, ciò che qui va sottolineato è come in Mussolini e in alcuni degli uomini che più avevano penetrato il valore storico e simbolico del fascismo, fosse ben presente la necessità di quella restaurazione; necessità storicamente determinata ed anzitempo preconizzata, sul piano propriamente escatologico, da un Dante Alighieri.

Note

(1) ll rinvenimento della “tomba del littore”, avvenuto nel sepolcreto di Vetulonia nel 1898, consentì di riportare alla luce il più antico fascio littorio mai conosciuto. ll reperto viene attualmente datato al VII sccolo a.C. ed è pertanto molto antico. Della consuetudine dei littori presso gli Etruschi di Vetulonia si sapeva per il tramite di un poeta minore del I secolo d.C. – Silio Italico – che attesta, nel poema Le Puniche, come “Vetulonia fu un tempo il decoro della gente meonia [etrusca]: fu la prima città a far precedere dodici fasci ed a congiungere ad essi, con silenzioso terrore, altrettante scuri” (cit, in P. Ducati, Origine e attributi del fascío littorio, Stabi1imenti Poligrafici Riuniti, Bologna 1927, p. 7 s.). Gli autori latini collocano l’atto di adozione del littorio da parte di Roma in epoca molto precoce e, con Tito Livio, la fanno addirittura risalire a Romolo. Sembra più probabile che, al pari di altri simboli di derivazione etrusca, l’adozione del fascio debba essere ascritta al periodo dei Tarquini. Per Cicerone e Plinio la prima comparsa del fascio sarebbe concomitante al regno di Tullio Ostilio, mentre Dionigi d’Alicarnasso ed altri ancora situano l’evento, con maggiore verosimiglianza, all`epoca di Tarquinio Prisco.

Fascio etrusco di Vetulonia

(2) A. Reghini, il Fascio Littorio e il suo simbolismo duodecimale, Docens, 1934 (ristampa Arché, Milano 1987, p. 18).

(3) La giustizia “armata” è prerogativa della classe dei guerrieri e ciò rende ragione del perché i littori fossero generalmente adorni di una pelle di leone, simbolo delle virtù militari. Al pari dell’aquila, il leone è qui ipostasi della funzione regale – appannaggio della casta dei guerrieri – e più in generale di quel potere temporale che fa da scudo e sostegno all’autorità che è sacerdotale e discende propriamente dal dio supremo della tradizione precristiana.

(4) M. Polia, Imperium, Il Cerchio, Rimini 2001, p. 44.

(5) P. Ducati, Origini e attributi, cit., p, 9.

(6) A. Reghini, Il Fascio Littorio, cit., p. 21.

(7) J. Evola, Il Fascio, in Simboli della Tradizione Occidentale, Arktos, Carmagnola, 1988, p. 46.

(8) Lattanzio, Institutiones, VII, 25. 6.

(9) G. De Giorgio, L’emblema fulgurale della Potenza: il Fascio Littorio, in La Tradiziane romana, Edizioni Mediterranee, Roma 1989, p. 196.

(10) B. Mussolini, La Dottrina del Fascismo, Enciclopedia Treccani, 1948.

(11) Per un’ampia rassegna del materiale iconografico pertinente i simboli del Fascio Littorio e, più in generale, della Romanità nel fascismo, si veda: M. Vittori, Ex-Libris fascisti, Quaderni del Novecento, Roma 1996.

(12) Il Fascio Littorio avrebbe recuperato i connotati “repubblicani” solo con la nascita della Repubblica Sociale, in evidente aperta contrapposizione alla monarchia dei Savoia. Nel corso della seduta del Consiglio dei Ministri del 24 novembre 1943, che sancì la nascita ufficiale della RSI, venne esplicitamente stabilito che “la bandiera della RSI è il tricolore con il fascio repubblicano sulla punta dell’asta; la bandiera di combattimento per le forze armate è il tricolore con fregio e frangia marginale di alloro e ai quattro angoli il fascio repubblicano, una granata, un’ancora e un’aquila” (AA.VV., RSI, C.E.N., Roma 1956, p. 128).

(13) ll simbolo del littorio riemerge tardivamente dopo la caduta dell’Impero Romano. A prescindere da alcuni isolati casi che, intorno alla metà del XVIII secolo, lo vedono raffigurato su stemmi gentilizi quale allegoria dell’autorità e della giustizia, il fascio sarà illegittimamente recuperato dalla Rivoluzione Francese – processo che è all’origine prima della reazione antitradizionale dei tempi moderni – a rappresentare, alquanto paradossalmente, la “giustizia della nazione”. Non sarà pertanto un caso che alcuni filoni risorgimentali, in primo luogo i mazziniani, che più esplicitamente si richiamano alla Rivoluzione Francese, adotteranno il Littorio come simbolo proprio di aspirazione all’unità nazionale, in opposizione al Papato ed alla Monarchia. ll Fascio farà così una sua prima fugace apparizione nel 1799 e poi con la Repubblica Romana, nel 1848.

segue nella seconda parte



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