L’archetipo androgino

Dopo la parentesi riservata al significato del Male nella storia dell’uomo, con i contributi di Guénon e Coomaraswamy su una traccia di Evola, torniamo sul tema centrale dell’androgino primordiale, delle origini dell’uomo e della caduta, con uno scritto del grande antropologo e storico delle religioni Mircea Eliade. Sui suoi rapporti “travagliati” con Julius Evola, rinviamo ad un nostro approfondimento in due parti  risalente al 2016 : “Julius Evola e Mircea Eliade, breve storia di un’amicizia mancata”.

Nell’immagine in evidenza, la misteriosa figura androginica del “San Giovanni Battista” di Leonardo da Vinci (1508-1513 circa).

***

di Mircea Eliade

(tratto da “Il mito della reintegrazione”,  Milano, Jaca Book, 1989)

Swedenborg, il mistico che ha influenzato in modo così decisivo Balzac, ha rimesso in circolazione, all’inizio del XVIII secolo, l’idea dell’androgino come modello umano perfetto. Questa idea, naturalmente, non è stata formulata isolatamente, ma Swedenborg l’ha inserita in tutto un sistema di teologia mistica, meno originale di quanto credevano i suoi contemporanei e le generazioni dell’illuminismo, ma che aveva tutti i caratteri dello stile barocco. Swedenborg, d’altronde, è stato per eccellenza il mistico barocco. La sua novità ha potuto destar sorpresa solo presso uomini di un secolo profano e con tendenze accentuatamente antimetafisiche. Quasi tutto quello che ha detto, era già stato detto da molto tempo nella mistica e nella teosofia europea. Ma il suo grande merito è stato quello di aver riattualizzato alcuni temi filosofici e mistici e di averli rivestiti con un linguaggio accessibile ai contemporanei. Uno di tali temi – che ha avuto, come abbiamo sopra osservato, un certo successo nel romanticismo tedesco e nel post-romanticismo francese – era proprio il mito dell’androgino.

Emanuel Swedenborg, nome di nascita Swedberg (1688 – 1772), celebre filosofo, alchimista, mistico e teologo svedese

Da molto tempo questo problema non era più stato messo in discussione. Per essere più precisi, questo problema non aveva mai goduto di così tanta «pubblicità». Esso faceva parte di una antropologia e di una mistica segreta, la cui discussione nel mondo post-cristiano non era accessibile a chiunque. Per lo meno, così è stato trasmesso il mito dell’androgino nelle tre grandi tradizioni mistiche mediterranee: il cristianesimo, l’ebraismo e l’islamismo; come dottrina segreta, che deve essere conservata con grande cura e comunicata esclusivamente agli iniziati.

In verità, in tutto il corso del Medioevo, il mito dell’androgino – considerato come modello di perfezione umana – è presente proprio nelle tradizioni più segrete della mistica e della teosofia, tanto in oriente (islamismo) che in occidente (cristianesimo ed ebraismo). Nei più perfetti mistici dell’Islam, la presenza divina è manifestata attraverso un «angelo-uomo» dall’aspetto androgino. «Il compagno» o «l’amato» di Hafiz o di Suhrawardi non sono precisati in quanto al genere grammaticale; né il pronome né il verbo persiano indicano il genere quando si tratta di questo essere angelicato (seraph), immagine dell’uomo perfetto. L’ambiguità dell’«amato» negli scritti mistici islamici ha dato per molto tempo nascita a confusioni grossolane da parte dei primi traduttori e commentatori europei, ai quali mancavano conoscenze elementari di mistica e metafisica e interpretavano questa ambivalenza in senso volgarmente erotico.

Il mito dell’androgino è stato parimenti attivo nei testi della Qabbalà, sebbene questi testi di una straordinaria difficoltà circolassero in circoli molto ristretti di dotti e di mistici ebrei. Il Zohar (111, 5 a, 18 b, ecc.) conserva appunto una interpretazione «coniugale» del mito dell’androgino; l’uomo non diventa veramente uomo (cioè uomo originario) se non quando realizza sulla terra l’unione coniugale. È un’eco dell’antichissima funzione mistica del matrimonio: la perfezione dell’individuo attraverso la totalizzazione. Ma tutta la Qabbalà è basata sull’omologazione uomo-Dio e le nozze umane non sono per la mistica ebraica (in maggior parte, commenti occulti al Cantico dei Cantici) che una pallida immagine dell’unione di Israele con Dio (1). Vedremo che il mito dell’androgino è anche più chiaro agli inizi dell’ebraismo, in quanto Adamo è concepito come androgino.

Infine, dal momento che parliamo delle correnti mistiche «segrete» del Medioevo, è giusto ricordare l’alchimia, l’ermetismo e le tradizioni occulte che si sono conservate in occidente nella setta I fedeli d’amore.

Miniatura dell’Aurora Consurgens, XIV secolo, raffigurante il Rebis androginico, compimento dell’Opus Minor, che viene “rapito” in cielo dall’Aquila, simbolo dello “Zolfo”, a significare il sommo grado dell’Imperator ermetico. Ai suoi piedi giacciono i corvi “precipitati” dalla preliminare Nigredo.

Uno dei simboli centrali dell’ermetismo alchemico era Rebis (letter. «due cose»), l’androgino cosmico, rappresentato iconograficamente sotto la forma di una creatura umana bisessuale (2). Rebis nasceva dall’unione tra il sole e la luna: o, in termini alchemici, tra lo «zolfo sofico» e il «mercurio sofico». Chi poteva ottenerlo, si trovava di fatto in possesso della pietra filosofale; poiché la pietra si chiamava anche Rebis o «l’Androgino ermetico». L’operazione alchemica preliminare alla preparazione della pietra filosofale era l’unione tra il principio maschile e quello femminile. Attraverso l’unione di questi due princìpi si otteneva un «miracolo», un paradosso che rendeva possibile ogni tipo di creazione. (E si sa che una delle virtù della pietra era di trasmutare ogni metallo in oro – di rifare, quindi, la creazione). «L’Androgino ermetico» realizzava uno stato primordiale (perciò «perfetto» – come ogni stato precedente alla individualizzazione attraverso l’atto di creazione) che faceva sì che tutto diventasse possibile: che i metalli imperfetti «immaturi» si trasformassero in oro (3), che la vita e la giovinezza si prolungassero all’infinito, ecc.

Il possesso dell’«Androgino ermetico» portava con sé la sapienza, la scienza di tutte le cose – poiché chi domina una cosa perfetta, diventa lui stesso perfetto. L’alchimista che otteneva il Rebis in laboratorio realizzava lui stesso uno stato androginico. Tutte le operazioni alchemiche si riducevano, in fin dei conti, alla prefigurazione della misteriosa unione tra i princìpi cosmici maschile-femminile, ed è difficile credere che una simile unione non fosse tentata anche alla presenza dell’alchimista (4).

Tutte queste tre tradizioni – cristiana, ebraica, islamica – si sono conservate e sono state trasmesse nel più grande segreto, attraverso l’elaborazione di sistemi complicati di simboli, allegorie e linguaggi segreti, per poter essere comunicate agli iniziati. A questo riguardo, esiste una grande differenza tra la mistica cristiana, tanto quella ortodossa quanto quella cattolica-romana, dove tutto era detto alla luce del sole e per tutti, e le correnti segrete dell’occidente che, essendo considerate eretiche, erano costrette a manifestarsi in modo  e sulla base di convezioni. La tendenza al segreto delle tre tradizioni occulte summenzionate, in cui ritroviamo al posto d’onore il mito dell’androgino, si deve non soltanto alle circostanze esterne (persecuzioni, timore di entrare in conflitto con la Chiesa, di essere incolpati come eretici), ma anche alla loro origine. Tutte queste tre tradizioni, infatti, hanno la loro fonte nello gnosticismo greco-cristiano, anche se le loro idee e le loro tecniche sono molto più antiche e precedono di almeno mille anni l’apparizione del cristianesimo.

In verità, lo gnosticismo (*) è stato, fin dai suoi inizi, un movimento segreto ed occulto. Opponendosi al cristianesimo vittorioso, che raccoglieva i suoi adepti e il cui messaggio era accessibile ad ognuno, poiché dava valore ad altre virtù che non a quelle speculative e si contrapponeva tanto all’ascetismo eccessivo, quanto alle correnti mistico-orgiastiche del mondo antico – lo gnosticismo pretendeva di essere il «vero» continuatore del Redentore, e affermava di essere il solo capace di comprenderne e di poterne condividere l’insegnamento. Ma non tutti potevano diventare gnostici allo stesso modo in cui chiunque poteva diventare cristiano, attraverso un atto di sottomissione e attraverso il mistero del battesimo.

Le numerose sette gnostiche imponevano una lunga preparazione teoretica e una difficile iniziazione ascetico-mistica, per poter rivelate la dottrina segreta. Nello gnosticismo si incontravano tutte le correnti di pensiero e tutte le tradizioni  orientali e greche. Per questo la letteratura gnostica, pur alle stato frammentario in cui ci è stata trasmessa, è una miniera inesauribile per lo storico delle religioni. In questi testi oscuri sono state infatti conservate idee e usanze molto più antiche. E una delle idee centrali che incontriamo in certe sette gnostiche è proprio questo mito dell’androgino, trasmesso dall’antichità greco-orientale e interpretato in conformità con la teologia cristiana.

In un frammento da un testo apocrifo, chiamato Il vangelo degli Egizi, conservato da Clemente Alessandrino (Stromata, III, 13, 92), ci viene detto che il Redentore, interrogato su quando sarebbe venuto il Suo Regno, avrebbe risposto: «Quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina». In questo testo si vede chiaramente che, secondo l’autore in questione, l’uomo non potrà essere perfetto se non quando conseguirà la condizione androginica; appena allora si realizzerà il Regno di Dio sulla terra. Questo ideale dell’androgino in un lontano futuro ci ricorda l’ideale dei romantici tedeschi.

Sant’Ippolito ci ha conservato moltissime testimonianze sugli gnostici, dei quali ha rifiutato le dottrine. Troviamo cosi (Refutatio, VI) che Simon Mago concepiva anche lui uno «spirito primordiale» androgino, che egli chiamava del resto arsenothelys (uomo-donna). Questo «spirito primordiale» aveva, potremmo dire, due essenze: lo spirito (nous) superiore, che era il padre – e il pensiero inferiore, che era la donna, creatrice di tutte le cose. Altri gnostici, i docetisti, credevano che gli eoni, ipostasi cosmo-antropologicbe, fossero androgini. L’androginia dello Spirito supremo, abituale tanto nella filosofia del tardo ellenismo quanto negli scritti degli gnostici, si deve alla concezione fondamentale che identificava Logos con Anthropos.

Questa equazione è ipotizzata in tutta la letteratura gnostica e perfino nel Vangelo di Giovanni, nelle epistole di san Paolo e nell’Apocalisse (XIX, 14). San Clemente afferma d’altronde chiaramente il carattere androgino del supremo Anthropos. Da questa androginia del Logos-Anthropos, verificata tanto nella sua funzione cosmologica quanto nella sua funzione soteriologica, derivava la sua ipostasi femminile. In Filone di Alessandria, Logos è identico con Sophia, e nella metafisica di san Paolo, Sophia corrisponde al Logos del Vangelo di Giovanni. Come si vede, anche nella teologia cristiana si è conservata la terminologia ellenistica dello Spirito supremo, non manifestato, concepito come androgino, cioè identico con la sua ipostasi femminile (aletheia, sophia) (5).

La setta gnostica dei Naasseni o Ofiti traeva il proprio nome dal serpente (ebraico nâhâsh, greco ὄφις), cui  attribuiva una valenza simbolica del tutto rovesciata, in termini metafisici, rispetto a quella luciferina. Nell’immagine: “L’Adorazione del serpente di bronzo” (il riferimento è all’episodio biblico del serpente di rame innalzato da Mosé su un’asta su comando di Dio: Numeri, 21, ripreso da Gesù per preannunciare la propria crocifissione: Giovanni, 3, 14) di Agnolo Bronzino (1542-43 circa, particolare), decorazione della Cappella di Eleonora da Toledo, Palazzo Vecchio, Firenze (cliccare per ingrandire).

Gli gnostici, tuttavia, hanno portato fino all’estremo limite questa concezione dell’androginia del logos, concezione perfettamente simmetrica all’androginia di Adamo. Nel Vangelo di Maria, l’immagine luminosa dello Spirito non manifestato, il Protanthropos (corrispondente al logos del Vangelo di Giovanni) è la sua Ennoia, a lui coessenziale (6).

Ma la setta gnostica nella quale il mito dell’androgino svolge un ruolo capitale, è la setta detta dei Naasseni, secondo le cui teorie l’archetipo, l’uomo celeste chiamato Adamas, è androgino (arsenothelys). Adamo l’uomo terreno, è solo un’immagine dell’archetipo celeste e come tale è anch’egli androgino. (Si conserva qui la tradizione ebraica di Adamo-androgino, che esamineremo tra poco).

Poiché gli uomini sono tutti nati da Adamo, l’arsenothelys esiste in ognuno di loro. Per arrivare alla perfezione, l’uomo deve cercare e ritrovare l’androginia (arsenothelys) in se stesso. I mezzi offerti dai Naasseni  per questo perfezionamento attraverso l’androginismo, sono abbastanza curiosi: la magia e l’asessualità. In verità, tanto attraverso pratiche magiche quanto attraverso un’ascesi assoluta, si può sopprimere la condizione umana profana; e ciò significa l’attualizzazione della condizione primordiale, indifferenziata, liberata da ogni attributo e specificità. L’androginia di Adamas, l’uomo originario celeste, è d’altronde simmetrica – nella gnosi dei Naasseni – all’androginia dello Spirito supremo, del Logos. «Tutte le cose (dicono i Naasseni), le spirituali come quelle animali e materiali, si riuniranno e si fonderanno in un Uomo, in Gesù figlio di Maria» (7).

Questa reintegrazione finale nella totalità pre-esistente del Logos, ha un valore spirituale (la salvezza) e un valore cosmologico (l’unificazione della Creazione). In verità, il «dramma» Logos-Anthropos si può riassumere in tre momenti, decisivi tanto per la condizione del cosmo quanto per la condizione spirituale dell’uomo: 1) il Logos preesistente come totalità universale e divina; 2) la caduta, la frammentazione, la sofferenza; 3) il Salvatore, che reintegra nella sua totalità universale l’intera esistenza spezzata in milioni di vite individuali. Questa grandiosa visione gnostica della reintegrazione finale è lo sfondo cosmico in cui si compie la «totalizzazione» realizzata attraverso l’androginia.

Ancora Leonardo da Vinci: fra le sue tavole trovava spazio anche un bozzetto raffigurante l’archetipo androgino

Ci fermiamo qui con gli esempi degli gnostici. Stiamo soltanto ripercorrendo la storia di un motivo mitico e non possiamo dibattere tutti i problemi che ci si presentano in questo rapido abbozzo. Ci sembra importante sottolineare il fatto che lo gnosticismo – che ha alimentato le tre grandi tradizioni occulte mediterranee – assegna un ruolo centrale al mito dell’androgino e dell’androginia come una condizione indispensabile di un perfezionamento umano. Che cosa può significare tutto ciò? Sappiamo che le dottrine degli gnostici erano raccolte dai quattro angoli del mondo greco – orientale. Come vedremo tra poco, dappertutto nelle civiltà arcaiche l’androgino considerato il tipo perfetto dell’uomo. Gli gnostici affermano che non si può diventare perfetti se non si realizza la condizione androginica, se non si attualizza in sé l’Adamo primordiale. Per la capacità di comprensione moderna, la condizione androgina potrebbe sembrare – almeno così come è dichiarata dai Naasseni – una regressione (8).

L’uomo ritorna al primordiale, ad uno stato indeterminato, pre-formale; uno «stato totale», informe, non spezzato da attributi e da polarizzazioni. Solo chi conquista un simile stato può sperare nell’assorbimento nella divinità. A Dio non si possono avvicinare le esistenze individuate, limitate da attributi. Avremo, quindi, anche fare nel caso dei Naasseni, con una «totalizzazione» attraverso la regressione nell’amorfo e nell’indeterminato. Di fatto però, questa «regressione» ha un senso più profondo, metafisico. È il primo passo verso la reintegrazione dello spirito nella sua condizione primordiale, reintegrazione formulata a volte in termini mitici, a volte in termini teologici.

Si intravede qui una sete di soppressione della condizione umana – la stessa sete che fa sì che i mistici cristiani diventino perfetti fino a perdersi nella divinità, o che gli asceti indiani superino con ogni mezzo la condizione umana diventando impassibili e distaccati, simili alle pietre. Pensandoci bene, è sconvolgente constatare che in millenni diversi, in continenti diversi in religioni diverse – gli uomini sono stati sempre assetati di perfezione e non hanno concepito questa perfezione se non per mezzo della soppressione della condizione umana. In effetti, in fondo, l’androginia verso la quale tendevano gli gnostici era la realizzazione dell’archetipo, di un Adamo che non aveva ottenuto la coscienza di sé perché era bisessuale e perciò, come tale, indeterminato.

Note dell’autore

(1) Cfr. Paul Vulliaud, La Kabbale Juive [Paris 1923), 2 voll.; Le Cantique des Cantiques d’après la tradition juive (Paris 1925). Sull’ambivalenza del lessico dei testi mistici, cfr. il nostro studio Limbajele secrete, in «Revista Fundaţiilor Regale», 5 (1933), n. 1, pp. 124-141.

(2) Cfr. le tavole n. 16 e n. 60 in Prelude to chemistry (London 1939) di John Read; Carbonelli, Sulle forme storiche della chimica, Roma 1925, p. 17, descrive una curiosa rappresentazione dell’androgino secondo un codice alchemico.

(3) Mircea Eliade, Metallurgy, Magic and Alchemy, Cahiers de Zalmoxis, 1, Librairie Orientaliste Paul Geuthner, Paris 1938, p. 40 (pubblicato anche in «Zalmoxis», I, cit., p. 122 ss.).

(4) Mircea Eliade, Alchimia Asiatică, Bucureşti 1935; Cosmologie şi alchimie babiloniană, Bucureşti 1937; Metallurgy Magic and Alchemy, cit., passim.

(5) Maryla Falk, L’equazione ellenistica Logos-Anthropos, in «Studi e Materiali di Storia delle Religioni», vol. XIII (1937), pp. 166-214.

(6) Ibid., p. 186.

(7) Ippolito, Refutatio, V. 6.

(8) Si veda, ad esempio, Dr. Halley des Fontaines, La notion d’androgynie, p. 125 ss..

Nota redazionale

(*) Da notare, a livello terminologico, l’uso da parte di Eliade dell’espressione “gnosticismo”, che andrebbe in realtà circoscritta alle forme di gnosi più degenerate, cioè a quelle eresie a carattere dualistico, sincretistico e manicheo, con talora derive luciferine, rispetto alla Gnosi pura tradizionale, a carattere rigorosamente sapienziale e monistico.



Mircea Eliade

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