L’architettura come problema spirituale

Di recente abbiamo pubblicato un’interessante disamina di Evola sull’architettura razionalista e sull’architttura moderna in genere. Ad integrazione delle osservazioni del barone, proponiamo oggi un importante articolo a firma di Piero Colla, amico e collaboratore di Evola all’esperienza del “Diorama Filosofico“, la famosa terza pagina che Evola stesso curò su “Il Regime Fascista” di Roberto Farinacci per diversi anni. Nell’articolo, pubblicato nel giugno 1935, da leggere attentamente passo per passo, Colla sviluppa un’analisi notevole circa il significato superiore che l’architettura può assumere quale manifestazione dello Spirito, spiegando che “l’arte del costruire … consiste nel dare una forma alla materia, elevandola, contro la legge di gravità, e nel dare, per mezzo della fissità di questa forma, la testimonianza di un potere creativo, vittorioso delle forze dissolvitrici, dell’informe, della natura discendente che è caratteristica della materia stessa“.

Piero Colla, che firmò per il “Diorama” dieci articoli nel biennio 1934-1935 e di cui avremo senz’altro modo di proporre altri scritti, è ricordato anche per una particolare vicenda: fu autore di quella che fu forse la prima traduzione in italiano de L’Introduction Générale à l’Etude des Doctrines Hindoues di René Guénon, traduzione che andò misteriosamente perduta dopo la morte di Colla, avvenuta presumibilmente durante la guerra. Di tale fatto parla lo stesso Guénon in una delle tante lettere scritte ad Evola, datata 30 dicembre 1947: “D’altra parte, sapete senza dubbio che Piero Colla aveva tradotto l’Introduzione generale, ma, dopo la sua morte, tale traduzione è andata smarrita; attualmente due suoi amici, gli ingegneri Frigieri e Rossi (*), che voi conoscete pure e che avevano lavorato con lui, hanno cominciato a rifarla, e si è già convenuto che sarà edita da Laterza“.

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di Piero Colla

Tratto da “Il Regime Fascista” – rubrica “Diorama Filosofico” del 27 giugno 1935

A molti forse, nel trovarsi di fronte ad un’opera architettonica, specie se appartenente alle epoche nelle quali sorsero gli stili più tipici, sarà venuto spontaneo di chiedersi che cosa l’architettura significhi, di quali valori dello spirito essa sia la traduzione e perché mai, inoltre, ogni tentativo di valutazione puramente estetica dell’architettura stessa non approdi che a confuse ideologie e non sappia superare ciò che è sensazione od impressione.

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Questa domanda inoltre, nell’epoca di instabilità interiore che il mondo attraversa, può valere a chiarire alcune relazioni esistenti fra valori spirituali ed architettura, relazioni che la mentalità moderna, per ragioni di struttura, poco sa riconoscere.

Con troppa disinvoltura infatti, nel presente, si crede di esaurire il problema architettonico col limitarlo all’ambito tecnico o, nell’ipotesi migliore, al campo di una imprecisata «genialità», frutto dell’arbitrio individuale e delle mode più caduche. Occorre dunque, nell’esaminare l’architettura, rifarsi a quei valori di ordine spirituale ed «intellettuale», il cui senso già fu chiarito in questa pagina stessa e ciò, per determinare la natura più profonda dell’arte in discorso.

L’immutabilità architettonica

L’opera d’arte architettonica, considerata nel suo aspetto elementare e, pertanto, essenziale, risulta caratterizzata da un elemento di immutabilità. Questa immutabilità consegue non tanto dalla tipica durevolezza delle costruzioni stesse, cosa, questa, di ordine puramente contingente, quanto dal fatto che l’opera architettonica si manifesta in una indipendenza dall’elemento tempo. Essa non è contesta nella successione spaziale e temporale che caratterizza ciò che si muove; non v’è né un prima né un dopo nel suo modo di manifestarsi, ma quell’illimitato permanere che definisce ciò che è sciolto dal vincolo del divenire. L’architettura dunque, in una trasposizione spirituale, può essere definita come l’arte dell’essere in contrapposizione con tutte le altre arti che, più o meno, si presentano come espressioni del divenire. Essa rappresenta quindi la realtà immutabile, che non appartiene al mondo sensibile, e si connette simbolicamente ai valori metafisici, all’essenza trascendente dello spirito.

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L’opera architettonica, vale dunque principalmente come simbolo del sovrasensibile ed è per questo che, nell’antichità, quest’arte fu legata a luoghi ed a presenze sacre. Essa fu l’arte sacrale per eccellenza ed inoltre, fu l’arte tipica dell’antichità.

L’opera architettonica, nel suo modo stesso di manifestarsi attraversa le forme, non si appoggia mai sopra elementi umani; non induce quindi dinamismi emotivi ma apre lo spirito ad una vastità atta a dare la conoscenza analogica di ciò che è superiore al molteplice. Le possibilità dell’architettura sono quindi pressoché illimitate, ed aperte in una direzione quasi sconosciuta alle altre arti.

L’architettura come potenza

L’architettura, inoltre, porta in sé, in modo più o meno manifesto, l’impronta della potenza, tanto che il valore stesso dell’opera d’arte in discorso dipende in gran parte dall’intensità con la quale essa giunge ad esprimere questa qualità. L’arte del costruire, infatti, consiste nel dare una forma alla materia, elevandola, contro la legge di gravità, e nel dare, per mezzo della fissità di questa forma, la testimonianza di un potere creativo, vittorioso delle forze dissolvitrici, dell’informe, della natura discendente che è caratteristica della materia stessa. Ed è appunto in questa vittoria, che si afferma il significato di potenza della architettura; quanto più l’ascesa traspare dalla forma architettonica, quanto più l’idea sa formularsi attraverso la materia, senza sentirne il giogo, tanto più l’opera d’arte assurge a quel significato di potenza spirituale che, in maniera più o meno confusa, da tutti viene avvertito.

Nietzsche, in maniera del tutto intuitiva, definì l’architettura «una eloquenza del potere mediante le forme», inquadrandone in tal modo l’aspetto fondamentale ora chiarito. Nei riguardi della potenza, inoltre, potrebbero trovarsi molte analogie con la natura. Fra queste, valga qui ricordare quella che si riferisce alla montagna: la nuda roccia, che si slancia verso l’alto, nell’imponderabilità dell’elemento aereo e che si sprofonda nella terra, fino a raggiungere le basi primordiali del mondo, rivela appunto quel significato di immutabilità, di stabilità, di continuità, di dominio che si estende dagli elementi più grevi a quelli più lievi, posseduto, per quanto in senso meno vasto, dall’architettura stessa. E da questo punto di vista, i richiami all’architettura che spesso si ritrovano in descrizioni più o meno liriche dell’alta montagna, obbediscono forse più ad una analogia inconsciamente sentita, che non a invenzioni di ordine puramente letterario od estetico.

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Dalle osservazioni sopra fatte, segue dunque che l’architettura, in grado eminente, si presta a tradurre, nel piano sensibile, significati di ordine spirituale, rivelandosi quindi come un’arte super-individuale, che non può sorgere da un capriccio dei tempi o delle mode. Non è quindi affatto casuale che proprio le epoche nelle quali fu più vivo il senso del trascendente, in cui, cioè, l’uomo seppe con maggiore lucidità ritrovare i significati immateriali della realtà e vivere la realtà stessa come un simbolo, sorgessero le architetture più tipiche e più perfette. Da questo punto di vista, il cosidetto «oscuro» medioevo, si rivela come un’epoca di forte e definita spiritualità, appunto per la potenza creatrice da esso rivelata, in fatto di architettura.

L’equivoco dell’architettura moderna

Ed ora, dopo queste considerazioni generali, non sarà fuori luogo dare uno sguardo alle tendenze moderne, nei riguardi del problema architettonico.

Che, in un’epoca di travaglio spirituale, quale è la presente, sì sentisse la necessità di scuotere il giogo di una tradizione architettonica degradatasi in un lungo periodo di involuzione dei primitivi valori dello spirito, è giusto; come pure è giusto che si siano rinnegati tutti i tentativi di «neoclassismo» e di rinascenza, atti più a rivelare una mentalità ligia agli estetismi ed ai formalismi, che non una tendenza alla comprensione profonda delle cose ed all’affermazione della personalità. L’errore, sta nel ritenere che l’architettura debba, in qualche maniera, rappresentare, portare fin nella propria essenza, i segni della civiltà moderna. Già su questa pagina fu a varie riprese mossa una critica alle tendenze più caratteristiche del mondo moderno; già fu mostrato come le tendenze attuali stiano e si svolgano su di un piano di antispiritualità e di antitradizionalità, sia che ci si riferisca all’ambito della cultura, come a quello della vita stessa. L’antitesi che separa il mondo moderno da quello antico — fu detto — è quella che divide una civiltà del divenire da una civiltà dell’essere. Date quindi le sopra notate caratteristiche dell’architettura, è impossibile fare di quest’arte l’espressione di ciò che la contraddice fondamentalmente, l’epoca moderna senza falsarla nelle sue stesse premesse; ciò non potrebbe significare per essa che decadimento ed aberrazione.

Esterno del Salone delle Fontane presso il Palazzo degli Uffici all’EUR/E42

L’architettura deve dunque essere antimoderna, per non rinnegare le proprie possibilità? Sì, se «moderno» continua a significare negazione di ogni forma di spiritualità superiore: no, se si sapranno di nuovo accogliere, sia pure sotto altra veste e formulazione, quei valori perenni che costituirono la base delle antiche civiltà tradizionali. Questa conclusione non è che la logica e naturale conseguenza delle osservazioni più sopra fatte e non v’è tentativo di accomodamento che possa avere un qualsiasi valore decisivo in proposito. D’altra parte, il riconoscere le forme dell’antica spiritualità non vorrebbe significare affatto un ricalcarne le espressioni e le manifestazioni esteriori e non vorrebbe dire per nulla un riprenderne i temi architettonici. L’Egitto, la Grecia, Roma, l’Italia e la Francia medievali ebbero architetture ben distinte (e, per certi lati, tipicamente distinte); nondimeno in tutte è riconoscibile il senso sacrale che ne rivela la radice profonda.

Effetto di una concezione superiore della vita, frutto della spiritualità di un’epoca è quindi la creazione architettonica; chiedersi se il mondo moderno potrà avere un’architettura propria, vale dunque rifarsi alle possibilità di reintegrazione spirituale virtualmente od effettivamente esistenti nel mondo moderno.

A questo proposito, l‘Italia si trova in condizioni di particolare favore, dato l’indirizzo spirituale che in essa il Fascismo ha saputo creare. La rinnovata fermezza interiore, la visione superiore della vita, il distacco dagli inani intellettualismi che caratterizzarono l’epoca degli ideali borghesi, sono gli elementi di quella rinascita spirituale auspicata da Mussolini, ma anche i presupposti di ogni vero stile architettonico, il quale non può sorgere che da una interiorità dominata ed aperta al significato superiore delle cose. L’architettura dei tempi moderni dovrà dunque essere quella dell’Italia nuova.

(*) L’ingegner Rossi di cui parla Guénon è Ovidio Rossi di Modena, coetaneo ed amico di Evola, esoterista cristiano, che ebbe contatti epistolari sia con lo stesso Guénon che con Paolo Marco Marchetti detto “Virio”, cognato di Massimo Scaligero (N.d.R.).

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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