L’ascia

di Julius Evola

Tratto da “La difesa della razza”, IV, 1, 5 novembre 1940 (con l’intitolazione “I simboli eroici della tradizione ario-romana: l’Ascia”), successivamente inserito nell’antologia “Simboli della Tradizione occidentale”, Arthos, 1977. La versione originaria dell’articolo comparve su “Il Regime fascista“, XIV, del 3 settembre 1939 (“Simboli della tradizione nordico-aria: l’Ascia”), e fu successivamente riveduto per la pubblicazione su “La difesa della razza”. Significativo il rilievo dato nel titolo della seconda versione dell’articolo alla romanità invece che alla nordicità del ceppo ario.

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In questa stessa sede abbiamo precedentemente avuto occasione di rilevare che nel mondo delle origini — la cui importanza per le ricerche razziali si farà sempre più evidente — lì dove le cosiddette testimonianze «positive» vengono meno o si fanno ambigue, il simbolo e il mito possono spesso offrire un prezioso filo conduttore per una esplorazione portantesi, anzi, più sulla direzione della «profondità», che su quella della «superficie».

Ciò è stato riconosciuto, e non da oggi, dal razzismo tedesco, specie dove esso si è proposto di completare le sue ricerche antropologiche e biologiche con un elemento spirituale e di “visione del mondo”, tanto da riaffermare i suoi principi nel campo della storia delle religioni, della mitologia comparata, delle tradizioni primordiali, delle saghe. Da noi, invece, a tutt’ora questo terreno e pressoché vergine. Eppure in un mondo che, come quello dell’antica penisola italica, già da epoche preistoriche subi l’influenza di civiltà e di genti assai diverse, tanto da presentare solo di rado un rigoroso parallelismo tra la purità etnica e la purità delle corrispondenti tradizioni, in un tale mondo una investigazione, che riconosca il valore di documento e di segno al simbolo e al mito, potrebbe condurre a risultati di non poco momento.

Naturalmente a tanto si presuppone una adeguata qualificazione ed un occhio particolarmente addestrato. Come la lingua, così pure il simbolo e il mito da una razza possono passare ad un’altra razza, da una civiltà ad un’altra civiltà, mutando allora, per dir così, di funzione, facendosi cioè il sostegno di significati diversi da quelli normali e originari. È dunque necessario sapersi orientate e saper integrare tutto quel che da una indagine del genere può venirci con ferme conoscenze d’ordine tradizionale.

Ciò valga come premessa generale per delle considerazioni che qui vorremmo svolgere intorno ad alcuni simboli che, presenti anche nell’antico mondo italico, e poi romano, ci testimoniano a loro modo della presenza di una tradizione di origine e di tipo prettamente nordico-ario o, come noi preferiamo dire, iperboreo. Usiamo di prevalenza il termine «iperboreo» per prevenire errate interpretazioni e ingiustificate apprensioni. Parlando di «nordico-ario», infatti, si potrebbe credere che noi più 0 meno aderiamo alla tesi pangermanista e che riconosciamo la derivazione di quel che di più valido presenta la nostra gente e la nostra tradizione dalle razze propriamente nordiche e germaniche.

Come noi lo usiamo, il termine «iperboreo» ha invece una ben diversa estensione. Esso si riferisce ad un ceppo assolutamente primordiale, che sta alla base del gruppo complessivo delle genti e delle civiltà arie e del quale le razze propriamente nordico-germaniche non sono che una particolare diramazione, le forze originarie creatrici di civiltà nell’antica India, nell’antico Iran, nella prima Ellade e nella stessa Roma potendo rivendicare una stessa origine e, per lo meno, una pari dignità.

Dopo aver precisato questo punto, i simboli principali di quell’antico retaggio, che noi intendiamo esaminare e penetrare nel loro più profondo e puro significato, sono l’Ascia, il Lupo, il Cigno, l’Aquila, la Croce radiata. Ad un tale esame è indispensabile il metodo comparativo applicato al ciclo delle civiltà e dei miti arii: attraverso quel che una di tali tradizioni arie offre, quel che nell’altra si può trovare viene ad essere integrato, confermato o lumeggiato ulteriormente.

Nel presente scritto ci limiteremo all’Ascia. L’Ascia è uno dei simboli più caratteristici della tradizione iperorea primordiale. Le sue tracce ci riportano alla più alta preistoria, secondo alcuni all’ultima epoca glaciale, secondo altri, almeno al periodo paleolitico. In una opera recente, il Paulsen ha, fra l’altra, steso delle carte ove risulta la grande diffusione dell’Ascia iperborea, secondo i vari ritrovamenti preistorici in Europa. Il tipo più antico di Ascia è la cosiddetta «ascia siderale», fatta di silice o ferro meteorico, cioè di una sostanza caduta «dal cielo». È ormai assodato che l’uso di tali asce siderali primordiali fu soprattutto rituale e sacrale. Per via della sostanza di cui erano fatte, esse in fondo ci riportano al simbolismo più generale delle «pietre divine», delle «pietre scese dal cielo» che tanta parte ebbero dovunque si formò, nell’antichità, un centro tradizionale: dall’Omphalos di Delfo alla «pietra del destino» – lia-gail – delle antiche tradizioni britanniche, dagli ancilia, fatti in Roma antica con pietra caduta dal cielo e aventi il significato di pegno di dominio, pignum imperii, fino allo stesso Santo Graal che, secondo la tradizione conservataci da Wolfram von Eschenbach, ci appare parimenti come una pietra scesa dal cielo.

Gli antichissimi graffiti di Fossum (Svezia)

Ma nel caso dell’Ascia questo simbolismo generico assume un significato speciale, con più stretta relazione ad una tradizione di tipo eroico, oltreché sacro. Le pietre degli aeroliti simboleggiavano anche la «folgore» (donde l’espressione «pietre della folgore», pierres-à-foudre), la forza celeste folgorante, e questo stesso significato di folgore, per tal via, passo anche all’Ascia siderea preistorica: come la folgore, essa frange e spezza (Guénon). Questa è la base di tutto ciò che l’Ascia come arma e come simbolo andò a significare nelle tradizioni arie e nordico-arie, dai primordi iperborei fino a Roma antica e alla stessa epoca dei Vichinghi.

Nella concezione aria della guerra – ed anche qui l’abbiamo altre volte rilevato – l’elemento materiale era inseparabile dall’elemento spirituale, trascendente. In ogni lotta o conquista l’antico Ario vedeva il riflesso di una lotta metafisica, dell’eterno conflitto fra le potenze olimpiche e celesti della luce e le potenze oscure e selvagge della materia e del caos. L’Ascia come arma e come simbolo è in stretta relazione con tali significati. Già l’Ascia silicea appare come un’arma «celeste» impugnata sia dal guerriero e dal conquistatore iperboreo, che dal sacerdote e dal sacrificatore. Nei graffiti, risalenti ad una remota antichità, di Fossum (Svezia) appaiono numerose figure che impugnano l’ascia, insieme a simboli solari e iperborei, come per esempio il cigno e le croci radiate.

Thor fa strage dei giganti

Ora è interessante notare queste due convergenze. Questi antichi simboli nordici corrispondono agli altri di tracce ancor più antiche, proprie alla cosiddetta civilità franco-cantabrica delle Magdéleines o dei Cro-Magnon (circa 10 mila anni a.C.); civiltà chiamata «della renna», che a nostro avviso si è spinta fino alla regione ligure. Peraltro proprio nelle arcaiche tracce della civiltà italico-ligure figura di nuovo l’ascia, insieme a simboli solari e iperborei, come per esempio il cigno e le croci radiate.

In secondo luogo, è stata recentemente assodata da Franz Altheim la corrispondenza delle tracce preistoriche, che si trovano il Val Camonica, appunto con quelle svedesi: anche in questa regione italiana si trovano graffiti, ove figura l’ascia simbolica insieme ad un analogo simbolismo solare e astrale. L’Altheim, nel riguardo, ha anzi parlato di una vera e propria «migrazione dorica» in Italia, a lui sembrando evidente la similarità della civiltà che ha lasciato nel Nord della nostra penisola tali tracce e che doveva condurre, per vie enigmatiche, fino alla creazione di Roma, con l’altra dei Dori scesi in Grecia, la quale doveva aver la sua conclusione nella creazione di Sparta.

 

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 Quanto al lato propriamente spirituale, i significati già indicati nell’«ascia siderea» si ritrovano distintamente nel culto nordico-ario di Thor.

Thor è una figura divina che ha come caratteristiche due armi, le quali, in fondo, si equivalgono: l’una è l’Ascia e l’altra è il doppio martello, jölnir. Le due armi simboliche si equivalgono, per il fatto che il doppio martello raffigura in pari tempo la potenza della folgore, potenza di cui abbiamo visto già la relazione all’Ascia parlando delle asce meteoriche: e del resto il doppio martello anche nello schema della sua forma si confonde con la doppia ascia, o ascia bipenne, che rientra di nuovo nello stesso simbolismo e che riconduce specificamente alla tradizione iperborea. Quanto a Thor, è con tale arma che egli combatte le «forze elementari», gli Elementarwesen, che tentano di impadronirsi dei poteri celesti (in simbolo: della «Luna» e del «Sole»); è con tale arma che, nella schiera degli «eroi divini», o Asen, egli lotta contro l’«oscuramento del divino», contro il ragna-rökkr, da interpretarsi non romanticamente come «crepuscolo degli dèi», all’esempio di Wagner, bensì come eco mitico della tragica fine di un determinato ciclo di civiltà e di una data tradizione, derivata da quella iperborea. Ciò, nel mito.

 

Nella storia, fino al tempo dei Vichinghi, Thor appare anche come un dio dei guerrieri: era fede dei Vichinghi che le virtù divine di Thor, la sua potenza e la sua forza, si trasmettessero in un certo modo a coloro che ne avessero impugnato il segnacolo, l’Ascia, come simbolo della presenza della stessa divinità.

Sant’Olaf, re cristiano di Norvegia, con in mano l’Ascia

E questa fede stette alla base della stessa regalità nordica: troviamo re nordici, danesi e svedesi aver l’Ascia come simbolo del potere o come segno della loro dinastia – essa appare nelle bandiere delle schiere di Sven di Danimarca alla conquista dell’Inghilterra in una miniatura di Matteo da Parigi e si è conservata nella stessa insegna regale norvegese, ove è l’Ascia, e non il Leone, l’elemento più significativo e più originario. Questo prestigio mistico del simbolo iperboreo nel Nord fu tale, che nel periodo della cristianizzazione la nuova fede lo conservò: alludiamo al culto, diffusissimo nel Nord, di Sant’Olaf, il quale è una specie di di rincarnazione cristianizzata di Thor: come Thor egli ha una barba aurea e reca l’Ascia, come Thor egli è un mistico protettore del paese, questo santo essendo già un re, passato nella forma di un «re perenne della Norvegia» – perpetuus rex Norvegiae – fino al punto, che i sovrani successivi pensarono di regnare in suo nome (Paulsen).

Peraltro, lo stesso collegamento del supremo potere con una specie di consacrazione trascendente nel segno iperboreo dell’Ascia si ritrova in Italia, e, attraverso i Liguri, ove l’Ascia aveva parimenti relazione con la regalità, conduce fino all’Ascia compresa nel simbolo littorio di Roma antica, simbolo del potere e del diritto, dai più ignorato nel suo significato primordiale, eminentemente sacro, interpretato invece in termini soltanto giuridici e politici, e quindi profani e secolari.

Conferme degli stessi significati si trovano in altre tradizioni arie. Ricorderemo quella indo-aria relativa a Paraçu-Râma, cioè a Râma dell’Ascia. Con l’Ascia bicuspide iperborea, secondo le tradizioni tramandateci in forma più o meno mitica dal Mahābhārata, questa figura di eroe divino o di condottiero creatore di civiltà, quando i progenitori dei conquistatori arii dell’India ancora abitavano in una regione nordica avrebbe sterminato i mlecchas, una specie di titani, una casta guerriera degradata, che aveva tentato di usurpare la suprema autorità spirituale.

Nel ciclo mediterraneo la figura di Zeus Labrandeus, vale a dire di Giove dall’Ascia bicuspide, ci riporta alla già indicata relazione fra l’Ascia e la Folgore, arma precipua di questo dio olimpico: ma la folgore è la forza con la quale Zeus abbatte i Titani e i Giganti nel loro tentativo di impadronirsi delle sedi olimpiche, mito, questo, che di nuovo riflette sia il tema della «guerra metafisica perenne», che è detto esser caratteristico per la spiritualità eroica, aria, sia il ricordo di scontri fra diversi tipi di spiritualità e fra varie razze nell’Ellade più antica.

Paraçu-Râma brandisce l’Ascia

Sempre su tale base, l’ascia fu e può essere effettivamente considerata come un simbolo della spiritualità eroica aria: dai ceppi arii primordiali essa fu impugnata in imprese guerriere, che per essi valevano come una specie di drammatizzazione o prosecuzione della lotta metafisica adombrata dal mito: e in pari tempo figurò nei riti, intesi ad evocare e determinare attraverso il sacrifizio forze invisibili. Solo più tardi, quando il concetto del «sacro» si spostò ad un altro ordine di idee, identificandosi propriamente al «santo», l’Ascia perdette a poco a poco il suo significato originario e non valse più come un’arma e uno strumento disanimato.

Riportandoci ancora all’antico mondo mediterraneo, è assai significativo ritrovar l’ascia, ma spezzata, nelle tracce più antiche della civiltà pelasgica: asce spezzate vengono offerte alla divintà con un capovolgimento dei significati – rispetto al culto ario – che quasi ha del satanismo. In realtà la civiltà pelasgica appartiene al Mediterraneo pre-ariano e pre-ellenico e ad un ciclo religioso, nel quale troneggia la figura di una donna divina e in cui donne o uomini effemminati avevano una parte fondamentale nel culto. In tale ciclo Zeus cessa di essere un dio olimpico per divenire una specie di dèmone soggetto esso stesso alla morte – tanto che a Creta se ne mostrava la tomba; qui la figura del dio delle acque o del fuoco sotterraneo si mescola al culto di enti della vegetazione selvaggia e del regno animale e, da un altro punto di vista,a culti e costumi semitico-asiatici improntati dal confuso empito dionisiaco, dall’afroditismo, da una estati incomposta.

Usurpazione del simbolo: le amazzoni combattono i greci armate di ascia bipenne

In pari tempo, vediamo che l’Ascia, in questi antico mondo mediterraneo preariano, è usurpata da divinità femminili e dalle Amazzoni: dettaglio significativo, quest’ultimo, non appena si sappia che le Amazzoni, «donne virili» e guerriere, altro non sono che una figurazione mitica che, attraverso il simbolo, allude essenzialmente all’usurpazione tentata da forme «femminili» di spiritualità contro la tradizione solare, eroica, «uranica» (celeste) d’origine iperborea. Ma il mito non potrebbe parlare in modo più chiaro.

Sarebbe facile indicare rivolgimenti analoghi nella trama dell’antica storia italica e in quella stessa di Roma: scontri fra forze profonde delle razze, fra forze umane e divine ad un tempo, manifestatisi in forme varie, ora politiche, ora sociali, ora religiose. Ad esempio, la civiltà etrusca va considerata essenzialmente come appartenente al ciclo mediterraneo-orientale delle razze preariane, contro le quali ebbe già a lottare l’Ellade achea e dorica. Roma che assume l’ascia, simbolo già etrusco, nell’insegna littoria del potere, ripete quasi il gesto vendicatore che il mito riferisce ad Eracle e di cui or ora si è detto. Tutto ciò che di grande Roma realizzò, lo realizzò attraverso uno sforzo tenace di purificazione e di superamento di elementi italici non-arii, mescolati nelle origini con le forze della tradizione aria e nordico-aria.

Ascia, Lupa, Aquila, Croce radiata ecc. — i simboli sacri dei conquistatori iperborei — riappaiono peraltro al centro della grandezza romana, come silenziosi segni del suo «mistero».



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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