Le montagne di Evola

Dopo la pausa per le festività, riprendiamo la programmazione con un graditissimo contributo di un nostro lettore, giuntoci in Redazione. L’occasione ci permette di ricordare che RigenerAzione Evola è sempre disponibile a dare spazio ad articoli dei nostri amici e lettori, purché conformi alla nostra linea editoriale, animati da spirito di impersonalità e non pubblicati già altrove.

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Si tramanda che, la notte di San Giovanni, le montagne attorno a Gressoney – alle pendici del Monte Rosa – divampassero di alti fuochi, accesi dagli abitanti per testimoniare il solstizio e per rinsaldare il legame antico con la propria terra. Ancora oggi, gli occhi non abbacinati dalla fretta del turista o dall’assuefazione del residente convertito ad albergatore riescono ad indovinare dove le fiamme potevano innalzarsi.

Chi non è solamente alla ricerca di un ristorante à la page o di una pista di discesa libera, del resto, comprende fin da subito che la Valle del Lys è una terra a sé stante: terra germanica in regione francofona, dimora di profonde tradizioni sedimentate da un abitare paziente che, da quasi mille anni, sfida i lembi ghiacciati e ne segue i ritmi periodici di avanzata e ritirata: onde di un mare di cui solo le generazioni riescono ad ascoltare il moto.

Quello fra Julius Evola e la Valle del Lys è stato un sodalizio profondo, inevitabile e lungamente atteso. Alcuni anziani, interrogati sul suo nome, ricordano ancora – per averne sentito parlare in gioventù – il signore distinto che saliva da Roma e, magari accompagnato dai loro padri o zii, ascendeva alle cime del Monte Rosa in un attivo raccoglimento, con quella che anche gli schivi abitanti descrivono come “serietà”. Di più però non sanno, né molti ricordano che le sue ceneri vegliano ancora quei ghiacciai. La censura dei nostri avversari ha ben lavorato anche a queste altitudini.

In “Meditazioni delle Vette”, ove ascesa ed ascesi si compenetrano, il Monte Rosa ricorre in quasi ogni pagina, accompagnato da descrizioni che, sovente, rendono riconoscibile il cammino esatto seguito da Evola nella sua salita. Stupisce, tuttavia, che ad una così grande dovizia di dettagli “naturalistici” faccia da contraltare la pressoché totale assenza di persone, abitazioni, tracce di insediamento umano: come se Evola fosse stato solo di fronte alla Montagna e solo la Montagna albergasse in lui.

Seguire a distanza di quasi un secolo le impronte di Evola su quei sentieri, quindi, può apparire difficile, in quanto – fisicamente e spiritualmente – colui che ci ha preceduto ha sempre dato le spalle alla vana civilizzazione, all’assedio che nuove strade, veicoli, alberghi, funivie, motociclette rombanti, guide turistiche e campeggiatori della domenica muovevano già all’epoca alla Montagna. Ma in raccoglimento, l’uomo che vive nella Tradizione potrà seguirlo in questa salita al contempo fisica e spirituale.

Il Monte Rosa, del resto, si differenzia dalla maggior parte delle maggiori vette del nostro continente perché non ha un unico culmine. Mentre nessuno o quasi conosce il nome delle vette che circondano il Cervino, star indiscussa della sua vallata, il Monte Rosa è un incalzarsi di cime ed anticime, di giogaie e di abissi, ciascuna dotata di un nome proprio, di una propria voce e di una propria sfida contro la grigissima pianura da cui è sorta in epoche ancestrali. La Dufour, il Castore, Felik con la sua leggendaria città sepolta, la famiglia di pietra e diamante dei Lyskamm: una raccolta coralità.

Nessuna montagna come il Monte Rosa – ed Evola ben lo sapeva – richiama nel suo profilo quelle accidentate ed esposte “Linee di Vetta” su cui deve attestarsi il militante della Tradizione, chiamato a cimentarsi non con l’ebbrezza passeggera di una singola scalata, magari condita dal “record” o dalle “foto di rito”, ma con una continua sfida all’ascesa, con una continua prova di sé e su di sé.

Con questi occhi, osservando le Vette, comprendiamo che il legame fra Evola e il Monte Rosa è quello fra un asceta e la sua Prova o del cavaliere con la sua mensur: un legame da riscoprire e toccare con mano per rafforzarci nella nostra quotidiana battaglia.

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L’immagine in evidenza (Gruppo del Monte Rosa) è tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: Heidelbergerin).



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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