Lettera di René Guénon a Julius Evola del 13 giugno 1949

Il Cairo 13 Giugno 1949

Caro Signore,

ho ricevuto già da quasi una settimana la vostra lettera del 18 Maggio[1]; sembra dunque che questa volta abbia viaggiato quan­tomeno un po’ più velocemente, ma bisogna dire che il servizio è sempre molto irregolare [in questa parte della lettera Guénon ri­sponde ad Evola attorno a numerose questioni di carattere edito­riale, relative alla traduzione dei suoi Saggi in italiano].

Rene guenon gli stati molteplici dell'essereSecondo quanto mi avete spiegato questa volta, sembra che prendiate le parole «possibile» e «reale» nel senso di «non-mani­festato» e «manifestato»; se fosse così, si potrebbe dire che non si tratta che di una questione di terminologia e che, malgrado questa differenza di linguaggio, in fondo siamo entrambi d’accordo attorno al punto in questione. Solamente, questo uso delle parole «possibile» e «reale», in un senso completamente diverso da quello da noi utilizzato, non mi sembra accettabile, in quanto il non-manifestato è non solamente altrettanto reale, ma anche mag­giormente reale che il manifestato.

Ciò che ho detto l’ultima volta in tema del mio collegamento ad organizzazioni iniziatiche (benché io non ami affatto parlare di queste cose, che in sintesi mi sembrano non avere interesse per alcuno al di fuori di me stesso) risponde a quella frase della vo­stra lettera precedente: «… il più spesso fuor di quella setta si è trovato chi è stato capace di maggior comprensione in fatto di cose iniziatiche, cosa che forse si è verificata nei suoi stessi riguardi»[2]. Ciò mi ha fatto temere che voi supponiate che, nel mio caso, avesse potuto trattarsi di una di quelle pretese iniziazioni senza collegamento regolare che, da parte mia non posso consi­derare che puramente immaginarie. Incidentalmente, vi farò no­tare che in «Aperçus» ho dedicato l’intero capitolo a spiegare le ragioni per cui la parola «setta» è assolutamente inammissibile in casi come quelli ai quali voi l’applicate nella frase in questione.

Voi affermate che in «Aperçus» non si tratta di organizzazioni eremitiche cristiane[3]; al contrario, le ho espressamente menzionate nella stessa nota alla quale vi riferite, e, se non ne ho parlato di più è perché quelle di cui ho potuto conoscere l’esistenza non ammettono che un numero di membri così ristretto che si può considerarle come praticamente inaccessibili[4]. Noto anche che non avete compreso esattamente in che senso vi ho parlato di «proble­ma complesso»; volevo semplicemente dire che in realtà vi en­trano molti altri elementi oltre a quelli che possono essere conosciuti attraverso uno studio fatto «dall’esterno»; si tratta dunque del contrario di ciò che potrebbe esser definito come una riserva, come voi avete inteso.

Per ciò che concerne il fondo stesso della questione concernente la Massoneria, beninteso non pretendo affatto di convincervi, e d’altronde non ne avrei alcun interesse; dite che per voi si tratta unicamente di un problema di verità, ma è esattamente la stessa cosa anche per me. Sapete d’altronde che non mi sono mai oc­cupato di spingere qualcuno a collegarsi a questa o quella orga­nizzazione, non più che di distoglierlo da esse; ho anche detto molto nettamente che ciò non poteva rientrare nel mio ruolo; non ho mai avuto né il tempo né il gusto di occuparmi di casi indivi­duali, e mi sono sempre rifiutato di dare consigli particolari a chicchessia, per queste come per tutt’altre cose. Detto ciò devo tuttavia fare due o tre appunti su ciò che dite questa volta, e prima di tutto su ciò che concerne gli alti gradi, in quanto la natura reale dei rapporti che questi ebbero con la Massoneria, sembrano sfuggirvi. Quando parlo di Massoneria senza ulteriori precisazioni, si tratta sempre della Massoneria propriamente detta, comprendente esclusivamente i tre gradi di Apprendista, Muratore e Maestro, ai quali si può solamente aggiungere i gradi inglesi di Mark e di Royal Arch, del tutto sconosciuti nella Massoneria «con­tinentale».

massoneriaQuanto ai molteplici alti gradi, quali che siano, ai quali alludete, è evidente che là vi sono cose di genere assai di­verso, e che la connessione che vuole stabilire i differenti «sistemi» è del tutto artificiale; sono d’altronde meno disposto a contestare ciò che io stesso ho scritto formalmente in un recente articolo; ma qualunque sia il modo in cui queste cose siano venute ad agglo­merarsi attorno alla Massoneria, queste non ne fanno parte inte­grante ad alcun titolo, e di conseguenza non è ciò che è in questio­ne. Un altro punto sul quale vorrei attirare la vostra attenzione, è che, quando voi dite che le Logge che non aderirono allo scisma «speculativo» non hanno potuto fare nulla per arrestarne o rettificarne le conseguenze, sembra che voi non teniate alcun conto di cose che hanno tuttavia una certa importanza, come il ristabilimento del grado di Maestro, totalmente ignorato dagli sta­tuti del 1717, o l’azione della «Grande Loggia degli Anziani», la cui esistenza indipendente si prolungò fino al 1813. Per dirlo franca­mente, ho l’impressione che voi pensiate sempre unicamente a ciò che la Massoneria è diventata in una certa epoca in Italia e in Francia, e che non abbiate alcuna idea di ciò che concerne la Mas­soneria anglosassone.

Per passare ad altre questioni, non comprendo bene di quale realizzazione vogliate parlare per ciò che riguarda Eliphas Levi; infatti non si è avuto come sua filiazione (o piuttosto come ispiran­tesi ai suoi scritti, in quanto egli era morto prima di ciò), che il movimento occultista francese della fine del diciannovesimo se­colo – inizio del ventesimo, sul cui carattere insignificante penso noi si sia ben d’accordo. Per ciò che riguarda Kremmerz, conosco bene cosa vi sia sotto; diciamo una storia molto poco chiara, ma che ha dato luogo quanto meno a molti dubbi, in quanto non si sono mai potute trovare le prove dell’esistenza reale dell’organiz­zazione alla quale avrebbe appartenuto.

In ogni caso, anche se egli avesse ricevuto personalmente un’iniziazione autentica, ciò non proverebbe ancora nulla per quanto riguarda l’organizzazione da lui fondata, in quanto si sono avuti al­tri casi dello stesso genere (ad esempio quello di Inayat Khan, che apparteneva a una tarîqah regolare dell’India, ma il cui sedicente «Ordine dei Sufi» non corrisponde assolutamente a nulla); tutto ciò che io posso dirne è che i suoi rituali sono pressappoco «egi­ziani» come quelli di Cagliostro! Malgrado tutto si sono potute avere in quest’ambito alcune realizzazioni, come voi dite, ma esse non sorpassano il dominio psichico, ciò che non implica nulla di realmente iniziatico. Aggiungo che, dopo la morte di Kremmerz, le differenti frazioni nelle quali la sua organizzazione si è divisa sembrano non sapere più del tutto da che parte dirigersi. Mi ram­mento che, a proposito di Eliphas Levi ho dimenticato di men­zionare l’utilizzazione delle sue opere da parte di Albert Pike; ma si tratta di un’influenza esercitata (d’altronde indirettamente) sul­l’interpretazione degli alti gradi del Rito Scozzese, cosa che non procede esattamente nel senso di ciò che voi vi avete visto…

René GuénonVi sono certamente dei casi in cui un’influenza della controini­ziazione è nettamente visibile, e bisogna contare tra essi quei casi in cui sono presenti dei dati tradizionali in una maniera intenzio­nalmente «parodistica»; questo caso è chiaramente quello di Mey­rink, cosa che, beninteso, non vuol dire che egli fosse per forza cosciente dell’influenza che così s’esercitava su di lui. Perciò mi stupisco che voi sembriate avere una certa stima per Meyrink, e tanto più perché egli era un altro aderente al movimento di Bô Yin Râ, per il quale non avete chiaramente alcuna considera­zione. A questo proposito è necessario d’altronde che io faccia una rettifica: sicuramente c’è stata in Bô Yin Râ una parte di ciarlata­neria e di mistificazione, ma vi furono d’altronde anche altre cose, in quanto egli era ricollegato ad un’organizzazione invero singolare avente la propria sede in qualche parte del Turkerstan, rap­presentante una specie di tantrismo più o meno deviato. Penso di poter essere completamente sicuro a questo proposito (e sono forse il solo), in quanto, all’epoca in cui il futuro Bô Yin Râ non si chiamava ancora che Joseph Schneider e a Parigi studiava da pittore, alcuni membri dell’organizzazione in questione me lo pre­sentarono un giorno come il solo europeo che ne facesse parte. Più tardi ho visto anche il ritratto che Bô Yin Râ aveva fatto del suo «Maestro», e che per me era perfettamente riconoscibile; in questa occasione ho potuto d’altronde constatare che anche i suoi discepoli più intimi non sapevano assolutamente nulla di tutto ciò, e mi sono ben guardato di metterli al corrente di ciò che ne sapevo io stesso!

Vi prego di credere ai miei più cordiali sentimenti.

René Guénon

[1] In risposta evidentemente a quella di Guénon del 18 aprile.

[2] In italiano nel testo.

[3] Per un refuso ne La mia corrispondenza con Guénon, il ter­mine è diventato «eretico-cristiane».

[4] Vedi la lettera precedente, cui si fa riferimento al numero dodici.


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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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