Lo sbarco in Normandia

Qualche giorno fa si è celebrato in pompa magna l’80° anniversario dello sbarco in Normandia. Vista la delicata situazione geopolitica in atto, è stato quasi inevitabile assistere, da parte dei protagonisti, ad un facilissimo, elementare, scontato parallelismo tra Hitler e Putin, nonchè tra quello storico episodio, che sancì una svolta decisiva nell’ambito della seconda guerra mondiale, e la necessità che anche in Ucraina si assista ad una svolta dello stesso tenore. Tra gli altri, Macron, Mattarella, Joe Biden, re Carlo III con William e Rishi Sunak ed il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno partecipato alle commemorazioni, alla presenza dell’immancabile Volodymyr Zelensky. Le parole del presidente americano riassumono tutto in poche, semplicissime parole: “L’Ucraina è invasa da un tiranno, non la abbandoneremo di fronte a dei dittatori“. I leader dei Paesi presenti all’evento hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta in cui viene espressamente precisato che gli “ideali” ed i “valori” per cui ha combattuto chi “liberò” l’Europa ottanta anni fa “sono nuovamente sotto attacco diretto nel continente europeo. Dinanzi ad una guerra di aggressione illegittima, i nostri Paesi riaffermano la loro adesione congiunta a questi valori fondamentali“, riaffermando, ovviamente, la centralità della NATO. Tutto molto chiaro: la prospettiva dello scontro frontale, pianificato da tempo, con la Russia – rea di aver dato corpo alla prospettiva di un mondo geopoliticamente multipolare, in cui gli Stati Uniti perderebbero la loro centralità, rischiando così di essere travolti dagli effetti del gigantesco debito pubblico di oltre 34 trilioni di dollari, che non verrebbero più arginati  –  sta prendendo sempre più forma compiuta. La macchina della propaganda è più che mai attiva, e gli Stati Uniti, dopo aver condotto la Russia a compiere il “passo falso” dell’ingresso armato in territorio ucraino, muove sapientemente le proprie colonie, i membri del Commonwealth a stelle e strisce – la NATO, appunto – affinché, prima o poi, si possa giungere ad un pericolosissimo redde rationem in armi (probabilmente nucleari). Sull’argomento rinviamo a quanto ci ha spiegato in una lunga intervista sviluppatasi in diverse puntate Elio Della Torre, animatore delle Edizioni Cinabro.

Approfittiamo dell’occasione, dopo aver atteso un paio di giorni per superare l’impatto mediatico “ufficiale”, per pubblicare, sul tema dello Sbarco in Normandia, la ricostruzione che del D-Day diede Adriano Romualdi, in un celebre scritto che fa parte della altrettanto famosa antologia postuma “Le ultime ore dell’Europa”. E ricordiamo anche lo scritto, sempre di Romualdi, intitolato “Finis Europae”, che fu posto ad introduzione dell’antologia suddetta, in cui si parlava ancora, ma non solo, della battaglia di Normandia, e che pubblicammo alcuni anni fa. L’occasione ci è ulteriormente propizia anche per dare risalto, ancora una volta, all’importantissimo volume “Un italiano per l’Europa”, edito da Cinabro Edizioni, che raccoglie tutti gli articoli di Adriano Romualdi apparsi tra il 1959 e il 1973 sulla rivista “L’Italiano. Rivista mensile di vita e cultura politica,” fondata dal padre Pino Romualdi, della cui pubblicazione avevamo dato notizia qualche mese fa.

***

“E venne il giorno più lungo”

di Adriano Romualdi

Tratto da “Le ultime ore dell’Europa”

Roma è caduta. È, per i difensori della «Fortezza Europa», un cattivo augurio, e il suo significato non tarda a mostrarsi. Due giorni dopo, all’alba del 6, gli Americani sbarcano in Normandia. Preparato da anni, studiato in ogni possibile dettaglio, scatta il piano dell’invasione alleata, l’operazione OVERLORD. Da mesi centinaia di migliaia di soldati aspettano con l’arma al piede nelle basi dell’Inghilterra meridionale. Da mesi si va concentrando la più formidabile forza aero-navale della storia, insieme con migliaia di carri armati, decine di migliaia di cannoni, di veicoli, di mezzi da sbarco.

Il feldmaresciallo Erwin Rommel ispeziona le difese del Vallo Atlantico dopo l’incarico di supervisione delle fortificazioni costiere occidentali ricevuto da Hitler nel novembre 1943

I Tedeschi aspettano anch’essi da mesi il grande assalto. Ma il Vallo Atlantico è ben lungi dall’essere completato: la mano d’opera necessaria è stata distolta dall’offensiva aerea sul Reich per i danni inferti all’industria. Soltanto sul Passo di Calais esso si può considerare perfetto e gli alti comandi si aspettano infatti l’invasione in questo settore. Ma in Normandia gli apprestamenti difensivi lasciano molto a desiderare.

A ciò si aggiunge la diversità di pareri dei comandanti tedeschi: von Rundstedt paventa il «complesso della Maginot», non crede al Vallo Atlantico e vuole disporre le forze corazzate all’interno per accerchiare il nemico quando sia sbarcato; Rommel non si fa illusioni, sa che se gli Alleati sbarcheranno non se ne andranno più e ha detto che «la linea del fronte dev’essere quella dell’acqua alta». Ha detto anche: «Quando sbarcheranno, li dobbiamo ributtare a mare il giorno stesso. Quello, per la Germania, sarà il giorno più lungo della guerra».

Il giorno più lungo

Ed ecco che arriva «il giorno più lungo», il D-day. Ma i Tedeschi non se lo aspettano: il mare è in burrasca, il vento soffia gelido sulle onde della Manica. Si dice: «Con questo tempo non verranno». Per giunta, Rommel è in Germania per il compleanno della moglie. I telegrafisti captano il segnale dell’invasione trasmesso dalla BBC per la resistenza francese e del cui segreto il controspionaggio è riuscito a impadronirsi. Sono i versi di Verlaine: «Les sanglots longs / des violons de l’automne / blessent mon coeur / d’une langueur monotone». Alcune unità si mettono all’erta. Ma al Quartier Generale di Rundstedt si è scettici: «Il generale Eisenhower – si dice – non annuncia certo per radio l’invasione».

Ma ecco che, poco dopo la mezzanotte, paracadutisti nemici si lanciano nella zona costiera a Ovest di Carentan e in quella davanti a Caen, ai due estremi dell’arco dove approderà la flotta d’invasione. Il vento li disperde, molti di loro periscono o cadono in mano ai Tedeschi. Ma sufficienti ne restano per assalire nel buio le sentinelle o prendere ponti, batterie, postazioni necessarie a sostenere lo sbarco.

Mentre nella notte le incerte notizie corrono sul filo dalla Normandia a Parigi, e da Parigi a Berchtesgaden 6.480 navi da trasporto, con circa 4.000 mezzi da sbarco, scortate da 6 navi da battaglia, 23 incrociatori, 122 cacciatorpediniere, 360 torpediniere e alcune centinaia di fregate, navigano a tutto vapore verso le spiagge di Normandia. 13.000 aeroplani vengono dietro di loro, con il loro carico di morte e distruzione.

Tra la Normandia e Parigi, tra Parigi e Berchtesgaden – dove Hitler, che si è appena coricato, dorme profondamente – il filo del telegrafo porta le prime, allarmanti segnalazioni, «Sie kommen! Arrivano!», si ripeton l’una l’altra voci allarmate «Invasion! Invasion!».

All’alba del 6 giugno, l’immensa flotta appare agli occhi degli stupefatti difensori della costa normanna:

«Tutto intorno regnava uno strano silenzio. Il sipario di nebbia sul mare si squarciò. Frerking uscì all’aperto, per fare colazione ma, prima, volle guardare attraverso il cannocchiale. Si appoggiò alla parete del bunker. “Gente – disse soltanto – gente, sono qui”. Ciò che egli vide, videro in quell’istante tutti gli ufficiali e i soldati dei capisaldi e dei nidi di resistenza della spiaggia. E tutti scoppiarono nello stesso grido di terrore e di stupore: “La flotta!”… Navi grandi e piccole, con torri, soprastrutture, camini, antenne, e quei grotteschi palloni di sbarramento. Come una misteriosa città nel grigiore dell’alba, irrorata dalla luce crescente, una città irreale, una città aurea, splendente».

Omaha Beach – soldati della 1ª Divisione di fanteria statunitense appena giunti a riva

Prima che i difensori del Vallo Atlantico possan rimettersi dal loro stupore, migliaia di bombardieri planano sulle loro teste, sganciando 12.000 tonnellate di bombe, tante quante ne sono state sganciate in tutto il 1943 sulla città più bombardata della Germania, Amburgo.

Le trincee vengon spianate. I campi minati saltan per aria. I Bunker tremano dalle fondamenta. Tutto intorno, uomini, veicoli, cannoni vengono risucchiati in un inverosimile vortice di fuoco. I Tedeschi han sulle loro teste 13.000 aeroplani, sufficienti a sbriciolare le posizioni, a trivellare le strade, a dare la caccia alle divisioni di rinforzo affluenti dall’interno. Contro di essi la Luftwaffe può schierare appena 319 aerei.

Prima ancora che il primo soldato americano ponga piede sulla spiaggia, i Tedeschi han già perduto in partenza la battaglia di Normandia. Ma essi non lo sanno. Dalle trincee dilaniate, dai Bunker sconquassati quelli che ancora sono vivi sparano sui marines che vengono avanti nell’acqua alta. Crepitano le mitragliatrici, tuonano i pezzi in postazione.

Sulla spiaggia «Utah», davanti a Saint Maire Eglise, la batteria di Marcouf resisterà 5 giorni agli attacchi, non esitando a chiedere su di sé il fuoco tedesco per stornare gli assalitori. Sulla spiaggia «Omaha», lunga 6 kilometri, 3.000 americani, uno ogni due metri, giacciono miseramente distesi poche ore dopo l’invasione. Gli Inglesi appena sbarcati devono fronteggiare gli attacchi della 21ª Panzerdivision.

Ma questa è l’unica formazione corazzata di fronte alle teste di sbarco. La Divisione Corazzata d’Addestramento, il «Panzerlehr», è 150 km a Sud di Caen e impiegherà più di due giorni per arrivare al fronte, seguita passo passo dai bombardieri che colpiscono uomini e carri. La 12ª Divisione Corazzata SS «Hilerjugend» si trascina a otto km all’ora verso le zone dello sbarco, anch’essa furiosamente bersagliata dal cielo. Verso la mezzanotte raggiunge Evrecy per fare benzina. Ma i bombardieri sono arrivati prima: i depositi sono in fiamme. Ora si capisce che aveva ragione Rommel quando aveva detto: «Il giorno dell’invasione, sarà più utile avere una sola divisione corazzata sulla costa al momento dello sbarco che non tre divisioni due giorni dopo». Ma ormai è troppo tardi.

La divisione Hitlerjugend al contrattacco

Finalmente, la Divisione Hitlerjugend arriva a Caen. L’ordine del Gruppenführer Witt è perentorio: «La Divisione attacca il nemico sbarcato insieme con la 21ª Divisione Corazzata e lo ricaccia in mare». Kurt Meyer, il leggendario «Panzermeyer», arringa i suoi uomini nella energica sua maniera: la Divisione Hitlerjugend è il fior fiore della gioventù hitleriana, la gioventù di Hitler non ha paura di nessuno al mondo, meno che mai degli Inglesi. Gli Inglesi – dice Meyer – sono «piccoli pesci» e saranno buttati a mare.

Le operazioni cominciano. Si spazzano le avanguardie nemiche che tentano d’impadronirsi dell’aeroporto di Carpiquet. Ventotto carri prendono fuoco sotto il tiro dei Panzergrenadiere di Meyer. Il giorno 8 si attacca, si rioccupa Putot, si marcia su Bretteville l’Orgouilleuse. Mayer stesso dirige la carica in groppa a un Tigre; i Regina Rifles sono travolti.

Panzertruppen della 12. SS-Panzer-Division “Hitlerjugend” in Francia, prima dello sbarco alleato (free image form wikimedia commons, under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Germany license, Bundesarchiv, Bild 101I-297-1740-19A / Kurth / CC-BY-SA 3.0

Ma ecco che dal cielo si scatena l’inferno, i caccia nemici assalgono i Panzergrenadiere come un nugolo di vespe. A Meyer, che vede i campi coperti dei corpi dei suoi ragazzi, non rimane che ordinare la ritirata.

Il giorno 9 anche il Panzerlehr attacca da Tilly per riconquistare Bayeux. Si giunge fino a 5 km dalla città. Cade il principe Schönburg-Waldenburg alla testa dei suoi Panther. Ma ormai la superiorità nemica è una minaccia alle loro spalle e li obbliga a tornare indietro.

Il giorno 10 sembra finalmente quello dell’attesa offensiva corazzata tedesca. Il comandante del Panzergruppe West, Geyr von Schweppenburg, ha riunito in una radura nella foresta il suo Stato Maggiore per il piano decisivo. Ma i caccia nemici piombano dall’alto, e fan strage. L’offensiva è decapitata prima di cominciare.

Innumerevoli altri ufficiali cadranno sotto le bombe nemiche: il generale Marcks, comandante dell’84° Corpo d’Armata, il Gruppenführer; Witte, comandante della 12ª Divisione SS, e anche Rommel sarà mitragliato da un caccia nemico il 17 luglio.

Protetti dall’ombrello aereo, in pochi giorni, gli Alleati riescono a sbarcare 100.000 uomini sulle spiagge normanne. I Tedeschi sono costretti sulla difensiva. I loro rinforzi giungono con una lentezza impressionante.

La 2ª Divisione SS Das Reich si trascina lentamente da Tolosa a Saint-Lo per due settimane intere, nel caos delle linee ferroviarie distrutte dai bombardamenti, aprendosi la strada in mezzo a una zona infestata dai maquis. I partigiani escono ovunque dai loro rifugi, sabotano le truppe tedesche in marcia, fan strage di piccoli presidi isolati. Taluni ufficiali perdon la calma e si giunge a spietate rappresaglie come la distruzione del villaggio di Oradous ad opera di elementi della Divisione Das Reich.

Si richiama dal Belgio il Leibstandarte Adolf Hitler, reduce dal fronte russo. Si richiamano dal fronte russo, altre due divisioni corazzate SS, la 9ª Hohenstaufen e la 10ª Frundsberg. Esse arrivano a Nancy il 12 giugno, quando gli Alleati hanno sbarcato una sola divisione corazzata, ma lungo le vie di comunicazioni distrutte raggiungeranno la Normandia solo il 1° luglio, e ne troveranno ormai cinque.

Gli Inglesi tentano di prender Caen, disperatamente difesa dalla Divisione Hitlerjugend.

Le avanguardie della 7ª Divisione Corazzata britannica, i «topi del deserto» di Montgomery, sgusciano da una breccia aperta da Caumont fino a Villers-Bocage. Ma dai boschi sbuca un solitario Tigre. Lo comanda Michel Wittmann. Non ha ancora trent’anni, ma ha già distrutto 119 carri armati sul fronte russo e porta la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia. L’88 del Tigre tuona, Wittmann percorre il fianco della colonna britannica e colpisce uno ad uno i veicoli. In pochi minuti, la strada è un inferno. Presa dal panico, la 7ª Divisione Corazzata britannica fa dietro-front. Il fronte di Tilly resisterà ancora per settimane.

Ma, nella penisola del Cotentin, gli Americani hanno sopraffatto le deboli forze tedesche. Il 18 giugno, la penisola è tagliata alla base e sei divisioni americane puntano su Cherbourg, difesa da una sola divisione tedesca.

Cherbourg resiste accanitamente fino al 25 giugno. Singoli forti tengono duro fino al 30. I difensori cadono nelle mani degli Americani, non così gli impianti portuali, da loro sistematicamente distrutti, in quella che gli Alleati definiranno «la più totale, scientifica e sistematica opera di distruzione della storia del mondo».

Al Quartier Generale della 12. SS-Panzer-Division: Kurt “Panzermeyer” Meyer, Fritz Witt, Max Wünsche, nel giugno 1944 (free image from wikimedia commons, under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Germany license, Bundesarchiv, Bild 146-1989-099-06 / Woscidlo, Wilfried / CC-BY-SA 3.0)

All’altra estremità del fronte di sbarco, gli ambiziosi piani del maresciallo Montgomery si urtano ripetutamente contro la resistenza tedesca sul fronte di Caen.

 

I Canadesi passano l’Odon, ingorgato di cadaveri, prendono quota 112, minacciano di sfondare a Sud-Ovest della città. Le truppe corazzate di Hausser, pronte per il contrattacco, sono inchiodate da un terribile bombardamento. Ma il Gruppenführer Bittrich ordina implacabilmente: «Riprendere quota 112!». I Tigre si arrampicano faticosamente sulla vetta, l’offensiva britannica è smorzata. Ma, nei giorni seguenti, la lotta continua. Hitler ha ordinato «Caen venga difesa fino all’ultimo uomo», e i duri Grenadiere della Divisione Hitlerjugend lo han preso alla lettera. Ci si batte all’aeroporto, intorno al convento di Ardenne, all’arma bianca, coi picconi, coi calci dei fucili. Il 9 luglio gli Inglesi entrano finalmente in Caen, più di un mese dopo quanto si era previsto nei piani dell’operazione Over-lord. Ma i Tedeschi resistono ancora oltre l’Orne, nei sobborghi meridionali e orientali della città.

La guerra nelle siepi

Intanto, lungo il fronte che va dalla base del Cotentin a Caen, si è venuta sviluppando la guerra di posizione. Il bocage normanno, il paesaggio di piccoli campi cintati di muretti e di siepi, offre naturali difese alla lotta anti-carro.

Gli Americani avanzano cauti. Ogni siepe è un nido di mitragliatrici, ogni argine una postazione, ogni macchia un Tigre mascherato e pronto ad aprire il fuoco. Il 3 luglio il VII Corpo d’Armata americano ha attaccato a Sud verso Coutances ma ha subito ben 5.000 perdite per progredire di 6 km fino a La Haye-du-Puits. Sono quasi mille morti per chilometro; un morto al metro; un alto prezzo di sangue.

Si avanza ancora, verso Lessay. I ragazzi del Panzerlehr oppongono agli Americani una resistenza accanita. Altri 5 km, altri 5.000 morti.

Gli Americani hanno una schiacciante superiorità di mezzi, ma i Tedeschi oppongono loro ingegnosità, tenacia, coraggio. «Ai Tedeschi – ricorda un ufficiale americano – non era rimasto molto, ma sapevano maledettamente bene come servirsene». Il VII Corpo d’Armata statunitense cerca d’aprirsi un varco da Carentan verso Periers: il primo giorno perde 1.400 uomini per guadagnare 200 metri e 6 prigionieri tedeschi.

Il secondo migliora un po’: 1.500 metri e 750 morti. Entrambe le divisioni americane perdono 8.000 uomini in 11 giorni. I loro generali sono ammirati dalla resistenza germanica: «I Tedeschi resistono solo grazie al coraggio dei loro soldati. Noi li superiamo dieci a uno nella fanteria, cinquanta a uno nell’artiglieria e, in quanto all’aviazione, non si può neppure fare un paragone».

Si avanza ancora verso Saint-Lo, ferocemente difesa dai paracadutisti, dal Panzerlehr, dai tronconi sanguinosi di quelle che erano state alcune delle migliori divisioni tedesche. Finalmente, a prezzo di altri 6.000 morti, Saint-Lo è presa. Dodici divisioni alleate han subito in 17 giorni 40.000 perdite per fare avanzare il fronte di 11 km. «Vincemmo la battaglia – dirà più tardi un sopravvissuto – ma se consideriamo l’alto prezzo di vite umane pagato da noi Americani, la perdemmo».

Intanto, sul fronte di Caen, Montgomery torna all’offensiva. All’alba del 18 luglio, tre flotte aeree, 2.000 bombardieri, radono a zero la zona a Sud e Sud-Est della città. Le postazioni tedesche sono polverizzate; le trincee sepolte, i cannoni in frantumi, i nidi di mitragliatrici spianati. In questa terra di nessuno, in questo paesaggio lunare di crateri da cui radi fanti tedeschi riaffiorano qua e là, storditi, avanzano le divisioni corazzate britanniche. Le difese nella parte meridionale di Caen sono travolte. Gli Inglesi procedono indisturbati d’una decina di kilometri. Nulla sembra ormai poterli fermare.

Bombardieri Douglas A-26 Invader in azione

Ma ecco, gli 88 degli anticarro aprono il fuoco, i Tigre del II Panzerkorps si avventano su di loro, i granatieri di Meyer si avventano, uomo per uomo, uomo contro carro, col Panzerfaust. I carri britannici, sempre più numerosi, prendono fuoco. I sopravvissuti si ritirano «tristi, piccoli gruppi a piedi, neri per il fumo e le gravi ustioni». A sera, la famosa II Divisione di Montgomery ha perduto da sola 126 carri armati, la Divisione Corazzata della Guardia 60. L’offensiva britannica è stroncata. A Sud di Caen, le linee tedesche tengono ancora.

Ma la pressione nemica su Caen concentra le migliori forze tedesche in quel settore. All’altra estremità del fronte, dove le truppe tedesche subiscono da un mese quotidiani assalti in condizioni impossibili, si profila la catastrofe.

Il 25 luglio più di 2.000 bombardieri calano come una nuvola di cavallette sulle posizioni tenute dalla Divisione Corazzata d’Addestramento, il «Panzerlehr». 2.000 bombardieri su una zona di sette chilometri per tre: ognuno di essi ha da arare uno spazio di tre metri e mezzo seminando la morte.

I telefoni da campo di Bayerlein cercano invano la prima linea; il fronte non esiste più. Nella breccia, gli Americani incominciano a passare. Ma non del tutto, Singoli gruppi ancora si battono. Gli scampati danno ancora filo da torcere. Ma la fine d’ogni resistenza organizzata si prospetta ormai come una questione di ore; dopodiché e divisioni corazzate americane dilagheranno fuori dalla Normandia.

Il 26 luglio, un alto ufficiale si presenta al posto di comando di Bayerlin:

«Il tenente colonnello nella sua impeccabile divisa con le bande rosso-cremisi sui pantaloni è alquanto imbarazzato davanti al generale e ai suoi ufficiali che da diversi giorni non si son fatti la barba, non han mangiato un pasto caldo…

“Signor generale – egli dice – il Feldmaresciallo von Kluge esige che la linea da Saint-Lo a Périers sia tenuta”.

Silenzio. Kaufmann guarda Bayerlein. Il maggiore Wrede guarda fuori dalla finestra.

“La linea da Saint-Lo a Périers dev’essere tenuta” ripete Bayerlein. “Posso chiedere con che cosa?”.

Il tenente colonnello finge di non udire la domanda: “Questo è l’ordine che le porto, signor generale”, risponde. “Lei deve tenere la linea, nessuno deve abbandonare le posizioni”…

Bayerlin fissa l’ufficiale. Un silenzio imbarazzante si diffonde nella stanza. Di fuori, si sente sbattere la porta d’una stalla…

Il generale sente il sangue affluirgli alle tempie…

Si appoggia al tavolo e parla piano, ma le parole escono dure come macigni:

“Là, davanti a noi, tutto tiene, signor tenente colonnello, tutto. I miei granatieri, i miei guastatori, i miei carristi, tutti tengono duro.

Nessuno abbandona le sue posizioni, nessuno. Stanno nelle loro buche, quieti e silenziosi, perché sono morti. Morti, capisce?”. Poi Bayerlein si avvicina al tenente colonnello: “Comunichi al Feldmaresciallo che la Divisione Corazzata d’Addestramento è distrutta. A tenere ci sono ormai soltanto i morti. Ma io non me ne andrò di qui, se questo è l’ordine”.

L’ufficiale latore del messaggio può anche non rispondere. Uno scoppio tremendo fa tremare la casa. La terra è scossa. Un’immensa lingua di fuoco si leva fino al cielo. Le porte saltan dai cardini. Le finestre vanno in pezzi. Il grande deposito di munizioni presso Dangy è stato colpito dai cacciabombardieri ed è saltato in aria. Migliaia di razzi spazzano muggendo tutta la regione lasciando dietro di sé una guizzante coda infuocata».

Nel vuoto creatosi davanti alle loro linee, gli Americani dilagano fuori dalla Normandia.

Piano schematico d’invasione della Normandia, con i movimenti della flotta diretta alle spiagge e delle forze aviotrasportate (cliccare per ingrandire)

Il 1° agosto Avranches è nelle loro mani. Dalla breccia, servendosi d’un solo ponte, Patton fa passare le sue forze corazzate in Bretagna. Invano l’aviazione tedesca tenta di distruggere il ponte. In tre giorni 100.000 americani, con 15.000 veicoli, dilagano per le strade della Bretagna.

«Go on, go on»: i carri di Patton avanzano senza curarsi dei loro fianchi. Solo l’obiettivo conta.

Il 4 è raggiunta Rennes, il 5 Vannes, il 6 Nantes mentre Brest è cinta d’assedio. Hitler è furente contro questo «cow-boy che servendosi d’un solo ponte fa fare a un’armata una passeggiata in Bretagna». Von Kluge propone la ritirata dietro la Senna. Ma il Führer è di parere diverso. Ordina che si contrattacchi per riprendere Avranches e tagliar fuori gli Americani dilaganti in Bretagna dalle loro basi in Normandia.

Nella notte del 7, quattro divisioni corazzate, la 2ª al comando del generale von Luttwitz, la 116ª al comando del conte Schwerin, parte della 1ª SS Leibstandarte Adolf Hitler al comando del Brigade führer Wisch, la 2ª SS Das Reich, senza preparazione di fuoco d’artiglieria, per non allarmare l’avversario, piombano sulle linee americane.

Mortain è riconquistata d’assalto, si avanza precipitosamente verso Avranches che è là davanti a portata di mano. Ma ecco l’alba. Il cielo è chiaro, uno splendido cielo d’estate, il tempo ideale per l’aviazione nemica.

I cacciabombardieri alleati bersagliano le forze tedesche nello stretto corridoio dell’avanzata. I fanti tedeschi sono costretti nei fossi, nelle loro buche, nel fitto delle macchie. Si impreca verso il cielo: «Se quelli non volano, cosa ci stiamo a fare noi, qui?». «Quelli», sono i piloti della Luftwaffe che aveva promesso di mandare 300 aeroplani a sostenere l’offensiva. I 300 caccia si sono effettivamente alzati in volo dalle loro basi presso Parigi, ma l’aviazione alleata li ha subito intercettati. Non uno di loro raggiungerà il cielo di Normandia.

In ventiquattro ore, l’esito della controffensiva tedesca è già compromesso. Contemporaneamente, le divisioni corazzate britanniche sferrano il terzo, poderoso colpo di maglio a Sud di Caen. La sera del 7 agosto, Montgomery passa all’attacco con ben 600 carri armati: «operazione Totalize», si tratta di totalizzare quel che le due precedenti offensive non sono riuscite a cogliere.

I bombardieri spazzano le sconvolte linee tedesche e, quando si leva l’alba dell’8 agosto, 6 poderose colonne di carri, quattro per quattro, stanno lentamente avanzando nel terreno sconvolto dalle bombe «Panzermeyer» li osserva col binocolo mentre avanzano. «Se quelli vengono avanti» – dice – «per noi è finita». Prontamente, getta al contrattacco gli ultimi 50 carri della Divisione Hitlerjugend.

Gli aerei alleati planano rabbiosamente su di lui; ma è tardi, i Panzer sono già partiti. I Tigre avanzano nel cuore dell’area dell’offensiva nemica. In testa a loro, Michel Wittmann, l’intrepido distruttore di carri di Villlers-Bocage. Gli Inglesi sono presi di contropiede. Ancora una volta, il fronte tedesco tiene. Il fronte: un’espressione ambiziosa per designare quei poveri, martoriati chilometri dove i brandelli di quelle che furono le migliori divisioni tedesche cercano scampo. Ma si è gettato un cuneo di ferro nel petto dell’avanzata nemica. I canadesi perdono tempo. Le linee germaniche si rinforzano.

Mezzi corazzati tedeschi durante la battaglia di Normandia

A sera, i carri di Meyer tornano in posizione nel bosco di Quesnay. Michel Wittmann non è più con loro. È caduto, dopo aver distrutto il suo cento trentesimo carro. Ma le forze corazzate del maresciallo Montgomery sono state fermate 12 chilometri prima di Falaise. Per la terza volta, l’offensiva britannica è fallita.

È ormai tardi però perché ci si possa rallegrare. L’8 agosto gli Americani han preso Le Mans, il 10 piegano a Nord, verso Alencon, che il 12 cade nelle loro mani. Il fronte tedesco in Normandia non è ormai che un saliente avvolto da tutte le parti dalle forze alleate e pericolosamente esteso verso Ovest.

Gli Inglesi, provenienti da Caen, e gli Americani, risalendo da Alencon-Argentan, posson tagliarlo in due da un momento all’altro. Incomincia la ritirata. Il nemico tenta di chiudere le vie d’uscita. I canadesi prendon d’assalto Falaise. Ma davanti a Falaise ci sono gli ultimi 500 uomini e gli ultimi 15 carri armati della 12ª SS Hitlerjugend. Per tre giorni, 60 ragazzi di «Panzermeyer» si barricano nel Liceo di Falaise. Solo 4 di essi cadranno vivi in mano agli Alleati.

Il 20, 100.000 tedeschi, coi resti delle migliori truppe corazzate, sono imprigionati nel triangolo Flers-Falaise-Argentan. Incomincia la disperata battaglia per la sortita. Con le armi in pugno, lottando all’arma bianca, di notte, in piccoli gruppi, si forzan le linee nemiche.

Passa il Gruppenführer Hausser, la benda sull’occhio, il mitra in pugno. Passa il generale dei paracadutisti Meindl, con una ventina dei suoi uomini. Passa «Panzermeyer», la testa fasciata, la pistola in pugno, a fianco il fido cosacco Michel di Dnjepropetrowsk che non lo perde mai di vista. Passano 50.000 uomini. Altri 50.000, di cui 10.000 morti, restano nella sacca. Ma la speranza alleata d’una seconda Stalingrado viene frustrata. Non c’è capitolazione in massa. Dei 15 comandanti di divisione, solo tre cadono in mano alleata.

La battaglia di Normandia è finita. Dal 6 giugno, i Tedeschi han perduto 400.000 uomini, 1.300 carri, 20.000 veicoli, parecchie migliaia di cannoni. Il fronte occidentale è annientato. I resti delle divisioni combattenti si ritirano faticosamente verso la Germania.

Il 25 agosto, gli Alleati entrano a Parigi. Il 3 settembre a Bruxelles. Il 4 settembre ad Anversa. Intanto, forze alleate sbarcate in Provenza il 15 agosto risalgono la valle del Rodano. Il 27 sono a Marsiglia, il 3 settembre a Lione, l’8 a Besancon. Von Kluge, accusato da Hitler d’avere causato la catastrofe sul fronte occidentale, si è ucciso dopo aver indirizzato al Führer una nobile lettera. «Vado – egli scrive – dove si trova ormai la maggior parte dei miei camerati».

La tragedia del Gruppo d’Armate B è conclusa.



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