Maschera e volto del Bonapartismo (prima parte)

Lo scorso 23 novembre è uscito nelle sale cinematografiche italiane “Napoleon”, il kolossal di Ridley Scott incentrato sulla vicenda storica e umana di Napoleone Bonaparte, interpretato nel film da Joaquin Phoenix. L’occasione è propizia per consentirci di riproporre un’approfondita analisi che Julius Evola fece del fenomeno del “bonapartismo”, che in qualche modo prese forma nei secoli successivi alla vicenda napoleonica ed a quella connessa della rivoluzione giacobina. In senso stretto il fenomeno del bonapartismo si ricollega in particolare, com’è noto, alla figura di Napoleone III (Carlo Luigi Napoleone Bonaparte), che, peraltro, lo codificò nel suo Des Idées Napoléoniennes, pubblicato nel 1839, ponendolo a metà fra “due partiti ostili, uno dei quali guarda solo al passato, l’altro solo al futuro” (il riferimento era ai radicali e ai conservatori dell’epoca) e sottolineando come esso combinasse le “vecchie forme” dell’uno e i “nuovi principi” dell’altro. Di fatto, inteso in senso lato, e come riconosciuto dallo stesso Napoleone III, il fenomeno prendeva le mosse dall’opera del ben più famoso zio, come peraltro lo stesso Evola osserva nella sua analisi (“Il termine ‘bonapartismo’ riporta naturalmente, oltre che ad un Napoleone III, a Napoleone Bonaparte”: si rimanda a tal riguardo alla seconda parte). Proponiamo pertanto oggi un primo estratto del capitolo V de “Gli Uomini e le rovine”, da noi suddiviso per comodità di lettura in paragrafi. Ricordiamo altresì che nell’ultimo numero della rivista trimestrale “Fuoco”, edita da Cinabro Edizioni, dedicata all’Europa, è presente anche un articolo sulla figura di Napoleone, “Napoleone contro Napoleone – fu eroica gloria o titanismo?” a firma di Fausto Andrea Marconi, che prende spunto proprio dall’uscita del film di Ridley Scott.

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di Julius Evola

Tratto da “Gli uomini e le rovine” (capitolo V – Bonapartismo, Machiavellismo, Elitismo)

Prima parte

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Bonapartismo come estrema conseguenza della democrazia

Si deve a. R. Michels ed anche a. J. Burnham, che dal Michels ha ripreso le idee, la definizione del bonapartismo come una particolare categoria del mondo politico moderno. Il fenomeno del bonapartismo da tali autori viene indicato come una conseguenza a cui, in determinate circostanze, conduce lo stesso principio democratico della rappresentanza popolare, cioè il criterio politico del numero e della pura massa. Nell’opera Sociologia del partito politico nella democrazia moderna il Michels aveva cominciato con l’indicare le cause, sia tecniche, sia psicologiche, per via delle quali la legge ferrea delle oligarchie si riafferma anche nel quadro di qualsiasi sistema di rappresentanza democratica: è fatale che, ad onta delle istituzioni formali e delle dottrine democratiche, il potere effettivo nelle stesse democrazie finisca nelle mani di una minoranza, di un piccolo gruppo che di fatto si renderà più o meno indipendente dalle masse, una volta che da esse sia riuscito a farsi a farsi portare al potere. L’unico elemento distintivo sta nell’idea, che l’oligarchia in tal caso rappresenterebbe il “popolo”, ne esprimerebbe la “volontà”: a tanto si riduce la famosa formula dell’ “autogoverno del popolo. È una funzione, un mito, il quale si da sempre più a conoscere come tale con gli sviluppi che conducono fino al bonapartismo.

Locandina di lancio del film “Napoleon” di Ridley Scott a New York (free image from Flickr.com, with no changes, author: Brecht Bug)

I due sociologi sopra indicati rilevano che, una volta ammesso il principio della rappresentanza, il bonapartismo, anziché come l’antitesi della democrazia, può venire considerato come l’estrema conseguenza di essa. Esso rappresenta un dispotismo basato su di una concezione democratica, che esso nega di fatto, ma che in teoria porta a compimento. Vi è solo da considerare, come faremo più oltre, l’ambiguità che da ciò risulta quanto alla figura, al tipo dei capi. Non ha torto il Burnham che nella sua opera “The Machiavellans” ha considerato il bonapartismo come una tendenza generale dei tempi moderni; si tende appunto a forme di governo in cui un piccolo numero di dirigenti, o un capo, pretende di rappresentare il popolo, di parlare e di agire in nome di esso. E poiché personifica la volontà del popolo, concepita come ultima ratio politica, il capo – dice Burnham – finisce con l’arrogarsi una autorità illuminata a considerare tutti i corpi politici intermedi e tutti gli organi dello Stato come completamente dipendenti dal potere centrale, che, esso solo rappresenta legittimamente il popolo.

Regimi del genere vengono spesso legalizzati democraticamente con la tecnica del plebiscito; una volta giunti a tanto, la formula dell’autogoverno del popolo, o formule equivalenti (“la volontà della nazione” la “dittatura del proletariato”, la “volontà della Rivoluzione”, ecc.) vengono usate per distruggere o limitare fondamentalmente proprio quei diritti individuali e quelle particolari libertà che, in origine, e specie nelle assunzioni liberali di essa, si associavano all’idea di democrazia.

Il Burnham rileva pertanto che teoricamente il capo bonapartista può esser considerato come la quintessenza del tipo democratico; nel suo despotismo, è come se il popolo onnipotente guidasse sé stesso e disciplinare sé stesso: al suono degli inni ai “lavoratori” al “popolo” o alla “nazione” si formano queste moderne autocrazie. Per cui il “secolo del popolo”, lo “Stato del popolo”, la “società senza classi” o il “socialismo nazionale” – dice ancora il Burnhm – sono tante espressioni eufemistiche, o di copertura, il significato unico ed effettivo delle quali è il “secolo del bonapartismo”.

Che, da ciò, ove i ritmi si accelerino e le strutture si stabilizzino, per linea diretta si giunga al totalitarismo, è cosa che risulta abbastanza evidente. Del bonapartismo sono noti gli antecedenti storici: le tirannidi popolari sorte, nell’antica Grecia, al decadere di precedenti regimi aristocratici; i tribuni della plebe; varie figure di principi ed anche di condottieri del periodo intorno alla Rinascenza. In tutti questi casi sono già presenti una autorità e un potere privi di un qualsiasi crisma superiore, cosa che si accentua nelle forme moderne, in essa i dirigenti ostentando, quanto mai prima lo si fece, di parlare e di agire esclusivamente in nome del popolo, della collettività, perfino quando come risultato pratico si abbiano un autentico despotismo e un regime di terrore.

Otto Weininger ebbe a parlare del tipo del grande politico come di colui che è despota e simultaneamente adoratore del popolo, di colui che non solo prostituisce, ma che egli stesso è un prostituto, cosa che malgrado tutto la plebe istintivamente sente. Se è certamente abusivo estendere una simile veduta ad ogni tipo di capo politico, essa tuttavia coglie l’essenza più intima del bonapartismo. Si ha qui, una effettiva inversione di popolarità: il capo non sa valorizzarsi che riferendosi al collettivo, alla massa, stabilendo con essa, cioè col basso, una relazione essenziale. Proprio perciò non si esce, malgrado tutto, dalla “democrazia”: al contrario, anzi. Laddove al concetto tradizionale della sovranità e dell’autorità è propria la distanza, ed è il sentimento della distanza a destare negli inferiori venerazione, naturale rispetto e naturale disposizione all’obbedienza e al lealismo verso i capi, al fenomeno in cui ci stiamo occupando, è proprio l’opposto: da un lato l’abolizione della distanza, dall’altro la insofferenza per la distanza.

Il capo bonapartista è e tiene ad essere un “figlio del popolo” – perfino quando di fatto sia qualcosa d’altro. Il principio che per quanto più vasta è la base, tanto più in alto deve trovarsi il vertice, egli l’ignora. È succube del complesso della “popolarità”; così egli tiene a tutte le manifestazioni da cui gli possa venire il sentimento, anche se illusorio, che il popolo lo segua” e lo approva. Qui nell’intimo è il superiore che ha bisogno dell’inferiore, quanto a sentimento di valore, invece che viceversa, come in via normale dovrebbe accadere. Ma vi è naturalmente la controparte: almeno nella fase dell’ascesa, della conquista del potere, il prestigio del capo bonapartista dipende dal fatto che la massa lo sente vicino, lo sente come “uno dei nostri”.

In una tale situazione resta escluso a priori il potere “anagogico” (traente in alto) che di ogni vero sistema gerarchico è l’essenza e la superiore ragion d’essere. Resta vero invece appunto ciò che con crude parole ha detto il Weininger: un prostituirsi reciproco. A chiarire questo punto, riconosciamo che un qualsiasi potere per reggersi abbastanza a lungo ha sempre bisogno della base costituita da un sentimento collettivo; direttamente o indirettamente, esso deve aver modo di guadagnarsi dati strati sociali. Ma la cosa, nella situazione sopra accennata, presenta un carattere assai particolare.

Facoltà molto diverse dell’essere umano reagiscono nei fenomeni politici a seconda della natura di ciò che possiamo chiamare il corrispondente “centro di cristallizzazione”. In altri termini, qui come altrove vige la legge delle affinità elettive, la quale si può formulare così: “Il simile risveglia il simile, il simile attrae il simile, il simile si raggiunge al simile”.

Il fondamento dell’auctoritas

La natura del principio su cui nei vari casi si fonda l’auctoritas è importantissima, appunto come pietra di prova delle affinità elettive e come fattore determinante del processo di cristallizzazione. Il processo presenta un carattere “anagogico” ed ha per effetto l’integrazione del singolo quando il centro del sistema, il suo simbolo fondamentale, è tale da fare appello alle facoltà e alle possibilità più alte dell’essere umano, da destare e muovere queste facoltà, da aver riferimento ad esse, o soprattutto ad esse, nell’adesione e nel riconoscimento da parte della collettività.

Così vi è una differenza sostanziale fra l’adesione su cui si basa un sistema politico a carattere guerriero, eroico, feudale, o il cui fondamento sia spirituale o sacrale, e l’adesione che si ha invece nel caso dei movimenti che portano in alto un tribuno del popolo, un dittatore o un capo bonapartistico.

Nella direzione, che noi giudichiamo negativa, il capo fa appello agli strati più bassi, quasi prepersonali, dell’essere umano, li adula, manovra con essi ed ha tutto l’interesse a che ogni più alta sensibilità sia per opera di essi inibita; anche per questo il capo qui si presenta democraticamente come un “figlio del popolo”, non come il tipo di una più compiuta umanità e l’affermazione di un superiore principio. Così il fenomeno ha un carattere regressivo, quanto ai valori della personalità; il singolo in questi movimenti o sistemi collettivi è menomato non tanto in questa o quella libertà esteriore – cosa in fondo di valore secondario – quanto nella sua libertà interna, nella libertà di sé di fronte alla parte inferiore di sé stesso, parte che il clima complessivo, come abbiamo detto, qui fa emergere, adula ed alimenta.

Quando l’auctoritas proviene dall’alto o dal basso: Carlo Magno incoronato imperatore da Papa Leone III a San Pietro a Roma (25 dicembre 800) e Napoleone Bonaparte che, davanti a Giuseppina di Beauharnais (che ha ricevuto poco prima la corona dal marito) e dando le spalle a Papa Pio VII (con la tiara significativamente deposta) si autoincorona imperatore a Notre Dame a Parigi il 2 dicembre 1804 (dettagli da “l’incoronazione di Carlo Magno” di Friedrich Kaulbach e da “l’incoronazione di Napoleone” di Jacques-Louis David) (cliccare per ingrandire)

Va poi considerata come non irrilevante la differenza che si ha quando si ottiene un riconoscimento e si possiede un prestigio attraverso un promettere, ovvero attraverso un esigere. Nelle forme più basse, moderne, di democrazia è esclusivamente il primo caso che entra in quistione: non è tanto in base ad un’alta tensione ideale che si consolida il prestigio dei dirigenti, come in parte ne era ancora il caso nelle prime forme – con un carattere fra il rivoluzionario e il militare – del bonapartismo ma in base a prospettive “sociali” e “economiche”, a fattori e miti facenti appello alla parte puramente fisica del demos. Non è solo, nei dirigenti marxisti del “totalitarismo di sinistra” che ciò si verifica: l’una o l’altra soluzione della “quistione sociale” materialisticamente considerata è uno degli ingredienti fondamentali nelle tecniche moderne dei capi-popolo in genere, cosa che già di per sé basterebbe ad indicare la statura e il livello di questi ultimi.

A totalitarismo e bonapartismo si associa abitualmente il concetto di dittatura. Per tal via siamo condotti a considerare anche l’equivoco proprio ad alcune concezioni che vorrebbero essere antidemocratiche, ma che dell’aristocrazia conoscono solo una imagine affatto distorta. Secondo il pensiero tradizionale è essenziale distinguere bene fra il simbolo, la funzione o li principio da un lato, e l’uomo quale individuo dall’altro; partendo da tale premessa, importa che l’uomo valga e sia riconosciuto in funzione dell’idea e del principio, e non viceversa. Nel caso del dittatore e del tribuno si ha invece l’altra alternativa, quella di un potere poggiante soltanto sulla persona e sulla sua azione sulle forze irrazionali delle masse, secondo quanto si è detto poco sopra. Nel secolo scorso, nel segno dell’evoluzionismo, si ebbero già delle interpretazioni delle aristocrazie e dell’èlitismo basate sulla “selezione naturale”, nelle quali l’incomprensione per ciò che è stato proprio alle antiche società gerarchiche, e che del resto anche dall’indagine storica positiva è stato sufficientemente riconosciuto, non avrebbe potuto essere maggiore.

Poi è venuta la teoria romantico-borghese del “culto degli eroi” – heroes worship – cui dovevano aggiungersi gli aspetti più problematici della teoria nietzschiana del superuomo. Con tutto ciò si resta nel dominio di un individualismo e di un naturalismo incapaci di fondare una qualsiasi dottrina della vera, legittima autorità.

Ma oggi i più, quand’anche ne ammettano il concetto, in fatto di “aristocrazia”, più o meno a tanto si arrestano: considerano l’individuo più o meno eccezionale e “geniale”, non colui nel quale si esprime una tradizione e una speciale “razza dello spirito”, non colui al quale non l’uomo, ma il principio, l’idea, in una certa tal quale, sovrana impersonalità, conferisce grandezza.

Nell’immagine in evidenza, il celebre olio su tela di Jacques-Louis David, “Napoleone attraversa il passo del Gran San Bernardo” (1800).

Segue nella seconda parte



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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