Metamorfosi di Paneuropa

Come preannunciato, proponiamo oggi ai nostri lettori l’articolo che Evola pubblicò su “Il Corriere Padano” nel giugno 1933, un mese dopo l’intervista al Conte Coudenhove-Kalergi uscita su “Il Regime Fascista”, che sostanzialmente rappresentò una sorta di commento-approfondimento all’intervista stessa. Come abbiamo osservato, Evola si era convinto, in quel periodo, che il progetto paneuropeo del Conte Kalergi, nato sotto insegne di incerta natura, avesse assunto connotati ben diversi, caratterizzati dai principi della gerarchia e dell’aristocrazia, dell’eroismo e dell’organicismo, da contrapporre a sterili istanze democratico-liberali. La convinzione del barone era talmente forte, che l’incipit di quest’articolo non lasciava adito a dubbi: “Paneuropa diviene fascista”. Cosa si nascondeva, in realtà, dietro il progetto di Paneuropa, che, forse, fu alla base della nascita della struttura embrionale della Comunità Economica Europea nel secondo dopoguerra? Evola prese un colossale abbaglio? Fu vittima, come tanti altri, di un sottile, perfido inganno? Oppure fu il Conte Kalergi ad essere più o meno manipolato da chi di dovere per altri fini? Nel redazionale a corredo dell’intervista uscita qualche giorno fa abbiamo cercato di fornire i dati essenziali per inquadrare la vicenda, che mantiene tutt’oggi connotati sufficientemente oscuri da non consentire, di fatto, di fornire risposte certe in un senso o nell’altro.

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di Julius Evola

Tratto da “Il Corriere Padano”, XI, 13 giugno 1933

Paneuropa diviene fascista. Dal mito democratico di sagoma elvetica di una Europa federata sta traendo nuova forma il mito superiore di una Europa unificata su base gerarchica, libera in senso virile, anziché promiscuo e livellatore.
Tale trasformazione è riscontrabile oggi fin negli atteggiamenti più recenti dello stesso creatore e animatore del movimento «paneuropeo», il conte R. N. Coudenhove-Kalergi: ed è una trasformazione che entra fra i sintomi più significativi per la forza persuasiva che i princìpi della ricostruzione fascista stanno guadagnando per sé in Europa.

Prima riunione della Società delle Nazioni nel 1920

A dir vero, l’attitudine presa da molti di fronte all’iniziativa paneuropea del Coudenhove non sempre si era accompagnata con una conoscenza seria e effettiva del pensiero di questo scrittore. E punto di partenza del Coudenhove non è stato la politica in senso ristretto ed empirico, ma piuttosto una visione generale della vita e della storia, da lui esposta in opere sistematiche, quali “Ethik und Hyperethik“; “Krise der Weltanschauung“; “Held oder Heiliger” (1), e così via. Ora, il punto efficace di una critica avrebbe dovuto esser questo: constatare, nella concezione complessiva del Coudenhove, una certa divergenza fra la posizione teorica e le conclusioni politiche paneuropee del suo primo periodo. Il ritmo stesso delle ultime vicende europee si è incaricato di spinger il Coudenhove verso una linea di maggior coerenza; se il pathos originario di «Paneuropa» risentiva ancora del clima postbellico di una «società delle Nazioni» utopistica e fortemente influenzata da ideologie democratiche di marca francese, l’energia sempre maggiore manifestata dal tipo d’ordine politico e di spiritualità propria al fascismo ha prodotto insensibilmente nel Coudenhove uno spostamento realistico di punti di vista, il quale in pari tempo gli ha permesso una più chiara e sana formulazione di quanto le sue premesse storiche e dottrinali presentavano di positivo.

Come punto di partenza della nuova idea paneuropea può considerarsi un libretto veramente suggestivo del Coudenhove, scritto con chiarezza e stringenza quasi da stile geometrico: “Stalin e Co.” (Wien, 1932). È un grido di allarme, un appello ad assumere in pieno la responsabilità del nostro futuro europeo di fronte alla forma nuova assunta dal pericolo russo. Il Coudenhove considera la Russia attuale soprattutto in funzione di una direzione e di un mito, del quale il famoso «piano quinquennale» sarebbe solo la prima e più rudimentale realizzazione. La direzione è quella dell’assoluta, modernissima organizzazione di ogni energia nelle mani dell’uomo collettivo onnipotente, meccanizzato, privo di volto. Il mito, è quello della missione universale «redentrice» arrogatasi dalla dittatura proletaria sovietica, in nome della quale capi nuovi quali l’«uomo di acciaio» (ciò vuol dire Stalin) – che all’esaltazione e all’incredibile concentrazione del fanatico accoppiano la logica cruda c lo sguardo freddo volto solo al mezzo efficace, proprio al tecnico o al chirurgo – non esitano e non esiteranno a sottoporre il loro popolo alle discipline più inesorabili, perfino alla miseria e alla fame.

ll simbolo bolscevico, per Coudenhove, è quello del più ferreamente conchiuso sistema di potenza della terra: è un ente, ponentesi simultaneamente come Chiesa, come Stato e come trust capitalistico-industriale. Là dove quasi sempre una cosa è stata l’idea, un’altra la politica, un’altra ancora l’economia, qui tutto ciò diviene una cosa unica «a tre dimensioni», e tutte le potenze morali e materiali di un paese che è il doppio degli Stati Uniti e più del quadruplo dell’Europa sono arruolate nell’unica impresa: alla quale, peraltro, converge anche l’azione subdola di una specie di Chiesa internazionale, costituita da tutti i fedeli alla «terza internazionale» e al nuovo vangelo spersonalizzante di Lenin.

«Mentre il comunismo si arma e si unifica, in Europa si dorme, si discute o si litiga – dice il Coudenhove -. La Russia ha compiuto il piano quinquennale prima che a Ginevra si sia ultimato il palazzo della Società delle Nazioni». Anche se Coudenhove qui forza un po’ troppo le tinte, pure ciò non è un male dal punto di vista pragmatico. Egli ci pone dinanzi all’imagine di una specie di valanga che si sta preparando silenziosamente sulle frontiere orientali dell’Europa, allo scatenarsi della quale nessuna nazione europea da sola, ma unicamente una Europa unificata idealmente e materialmente saprebbe tener testa, sì da impedire il ritorno alla più temibile delle barbarie: a quella delle società primitive, ove il feticcio dell’uomo collettivo domina incondizionatamente sopra una massa di esseri senza io e senza libertà.

La Russia di domani è dunque la antitesi principale di contro alla quale prende nuova forma l’idea paneuropea del Coudenhove. ll problema è duplice: ricerca di un modo di unità materiale; ricerca di una comune tradizione spirituale.
ll principio fascista, secondo cui nessuna vera rivoluzione ricostruttrice è possibile, quando non le faccia da premessa un intimo rivolgimento spirituale, è anche un principio del conte Coudenhove. Se uno dei risultati del Convegno Volta è stato il riconoscimento della necessità di venire ad un accordo circa l’idea di una tradizione europea unitaria prima di passare allo studio di una qualsiasi forma materiale di unità europea – non diverso pensiero si è fatto largo nel recente congresso paneuropeo indetto dal Coudenhove a Basilea (2).

Il Conte Coudenhove-Kalergi

Primo punto: necessità di superare la triplice anarchia economica, politica e ideale in cui molti Stati europei si trovano tuttora, o nei riguardi interni, o nei riguardi internazionali, sulla base dell’idea superiore di uno Stato totalitario.
Secondo punto: opporsi alla realizzazione eseguita in una direzione consimile dal sovietismo col dare per anima al nuovo tipo generale di Stato totalitario o organico qualcosa che valga come specificamente e unitariamente «europeo››, tanto da servir di difesa delle nostre tradizioni spirituali anche contro altre influenze antieuropee, quali l’americanismo o l’asiatismo. Su questa base, venire a revisioni dei trattati e a trattazioni del problema economico e doganale tali, da far da base ad una nuova sinergia europea.

Qui entra in azione, dal punto di vista culturale, un’analisi dell’anima europea fatta dal Coudenhove nel suo “Held oder Heiliger” (Wien, 1928). Tre «dimensioni» starebbero a caratterizzare l’anima europea: l’elemento eroismo, l’elemento personalità (e quindi libertà) e l’elemento socialità (quale contemperamento in sede di vita associata, dell’elemento precedente). Per il Coudenhove, una idea europea integrale non saprebbe prescindere da nessuno di questi tre elementi: sì che il problema consisterebbe nel trovare una forma atta ad armonizzarli e a dare a ciascuno di essi la sua giusta parte e funzione.
Ora, appunto la possibilità evidente di combinazioni molto diverse fra questi tre elementi o «dimensioni» dell’anima europea ha conferito al pensiero politico del Coudenhove una certa indeterminatezza e plasticità, che poi ha reso possibile la già accennata metamorfosi dell’idea paneuropea e non esclude ulteriori determinazioni di essa in un senso ancor più prossimo a ciò che è pensabile fascisticamente come una nuova Europa unita mercé una romana universalità.

In una parola, si può dire che mentre prima un predominio della dimensione «socialità» sulle altre due faceva cadere «Paneuropa» sotto l’ascendente del pensiero democratico, un risalto assunto, di fronte ad essa, dalle due dimensioni «personalità» e «eroismo» caratterizza la più recente attitudine del Coudenhove.
Così, ecco che egli, dopo aver riconosciuto nel suo “Los vom Materialismus!” (Wien, 1932) (3) che «il fascismo è la prima azione decisiva in senso europeo delle generazioni del dopoguerra», in questo stesso libro pronuncia le più aspre parole contro la mediocrità e l’ipocrisia del regime parlamentaristico; tributa pieno riconoscimento all’idea fascista di un «parlamento di competenza (corporativo)» al luogo del «parlamento dei partiti»; formula una nuova idea aristocratica: «Le personalità superiori debbono condurre le masse, invece che le masse debbano imporre i loro rappresentanti». Al concetto maggioritario di nazione si sostituisce così un concetto qualitativo di essa, e in una nuova idea gerarchica ciò che può esservi di sano nella stessa democrazia non viene abolito, ma portato alla forma più alta e virile del riconoscimento fatto da uomini veramente consapevoli e pronti alla dedizione a capi veri, a personalità eroiche e dominatrici. Con il che la via ad un ordine nuovo di chiarità e di forza è aperta.

E se viene anche riconosciuto, che una integrazione in tal senso – una integrazione che può dunque dirsi fascista – è la condizione per quella forma più vasta, supernazionale, di integrazione atta a conferire all’Europa una pace interna e a costituirla come un unico blocco di potenza di contro ad ogni paese nemico – allora è evidente quanto «Paneuropa» sia lontana ormai dal mediocre clima ginevrino e dalle ipocrite assunzioni umanitarie dei suoi primi aderenti gallici.

Perciò dinanzi alle nuove possibilità d’intesa che così si offrono, non fa meraviglia che lo stesso Coudenhove ci abbia espresso personalmente il suo vivo interessamento al piano europeo e alle tesi revisioniste del Capo del fascismo e del suo desiderio di incontrarsi col Duce ai fini di un nuovo lavoro costruttivo.
L’hegeliano: «L’idea non ha fretta» definisce la virtù invisibile di ciò che, per via della sua superiorità nel dominio dello spirito, assume lo stesso carattere di irresistibilità e di superpersonalità delle grandi forze delle cose. Il primo grande passo: la Germania fascista di Hitler. Sarà questione di tempo che i migliori spiriti europei riconoscano ciò che nasconde il mito della aeternitas di Roma, sì da trovare nel simbolo romano e fascista l’idea che può meglio organizzare e esaltare le forze di difesa e di ricostruzione della dilacerata realtà europea.

Note

(1) trad.: “Etica ed iper-etica”; “Crisi della visione del mondo”, “Eroe o Santo”.

(2) Evola si riferiva al terzo congresso paneuropeo tenutosi a Basilea nel 1932.

(3) trad. lett.: “Via dal Materialismo!”.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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