Il mistero della decadenza

Ancora per il filone della decadenza dei tempi ultimi, un’altra memorabile pagina di Evola pubblicata sul “Regime fascista” di Farinacci, a margine dell’attività di quegli anni per il “Diorama filosofico”. Poche, illuminanti considerazioni per descrivere la tragedia di una decisione metafisica, in virtù della quale l’uomo utilizza la propria libertà per “dir «no» allo spirito“, “distruggere ogni facoltà superiore di riconoscimento“, “costituirsi a sé“, interrompendo i contatti gerarchici con gli àpici, con ciò che è superiore, per cercare un’autosufficienza che significherà distruzione, abisso, caduta, come unico sbocco finale di un processo di “completo sviluppo di tutto ciò che può una vita interamente divorziatasi dalla «super-vita»“. L’uomo firma la propria condanna. Titanicamente si separa da Dio, per poi divenire un grossolano stolto: da Prometeo ad Epimeteo, come osservava l’Evola de “il riso degli déi“, proposto alcuni giorni fa.

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di Julius Evola

Tratto da “Il regime fascista”, 17 ottobre 1937

Coloro che oggi respingono il mito del progresso e, su tale base, vengono più o meno a riprendere la visione tradizionale della storia come decadenza, oscuramento o caduta da un più alto, primordiale mondo, costoro, nell’approfondire la loro nuova persuasione, non possono esimersi da un ordine ulteriore di ricerche, e, anzitutto, da quello relativo al mistero della decadenza.

Il problema non è nuovo. Non vi è chi, di fronte alle vestigia grandiose di antiche civiltà, delle quali talvolta non ci è pervenuto nemmeno il nome, non abbia presentita l’insufficienza della gran parte delle spiegazioni che gli storici adducono per la loro decadenza.

Al conte De Gobineau si deve una delle migliori impostazioni di questo problema: ma la soluzione che, poi, egli propone, ha una scarsa forza persuasiva. Per il Gobineau, una civiltà si sviluppa, sussiste e domina finché la razza che l’ha creata si mantiene pura; tramonta e si dissolve non appena questa purità viene meno e i sangui si mescolano. Altrove abbiamo detto perché una simile tesi è insufficiente e vada, in fondo, a scambiare le cause con gli effetti: dato che noi pensiamo che le virtù creatrici di ogni razza superiore non si spieghino senza altro col semplice fattore biologico. Inoltre sta di fatto che una civiltà tramonta anche quando di un incrocio non si può parlare, anche quando la razza originaria si è mantenuta sufficientemente pura. Svedesi e Olandesi, p. es., etnicamente, come razza, oggi sono più o meno quel che erano due secoli fa, eppure della loro antica civiltà eroica non resta più quasi nemmeno l’ombra. Altre grandi civiltà sembrano conservarsi solo nella qualità di mummie: senza che vi sia stata alterazione visibile, esse sono morte da tempo e sopravvivono a sé stesse. Così il minimo urto basta per ridurle in polvere.

Vi è di più. In un inquadramento propriamente dottrinale del problema bisogna partire da un dualismo di tipi di civiltà: da un lato vi sono le «civiltà tradizionali», diverse nella forma, ma identiche nel loro principio: sono le civiltà, l’essenza e la base delle quali è costituita da forze metafisiche e valori superindividuali; dall’altro, vi è la «civiltà moderna», identica all’antitradizione, pura costruzione ad opera di fattori umani e terrestri, completo sviluppo di tutto ciò che può una vita interamente divorziatasi dalla «super-vita». Ciò posto, il senso della storia è una decadenza, inquantochè essa ci mostra un venir meno delle precedenti civiltà di tipo tradizionale e lo avvento sempre più preciso e prepotente di una nuova civiltà generale di tipo «moderno».

L’evoluzionismo poggia tutto su di una impossibilità logica, essendo impossibile che il più possa venir dal meno. Ma non s’incontra forse un’analoga difficoltà a voler spiegare l’involuzione: come è possibile che ciò che è superiore degeneri? Certo, si fa presto a dare per soluzioni delle semplici imagini: l’uomo sano può pur ammalarsi; il virtuoso può divenir vizioso; una legge naturale, che non desta sorpresa in nessuno, fa si che ogni organismo, dopo nascita, sviluppo e forza, s’invecchi, s’indebolisca, muoia; e così via. Ma tutto questo è un constatare, non uno spiegare. Vi è, poi, un secondo problema: non si tratta solo di spiegare la decadenza all’interno di un dato mondo, ma altresì la possibilità, che la decadenza, una volta affermatasi in un dato mondo, abbia potuto travolgere e coinvolgere tutto il resto. Passando al concreto, diremo che non vi è solo da spiegare come l’antica realtà tradizionale occidentale abbia potuto degenerare e dar luogo alla civiltà moderna, ma vi è anche da spiegare come è che la civiltà moderna abbia potuto rendersi signora di quasi tutto il mondo, distogliendolo da ogni altra specie di civiltà, affermandosi anche là dove sembravano esistere Stati presentanti caratteri tradizionali (Cina, India, Islam, ecc.).

A quest’ultimo riguardo, ogni spiegazione con fattori materialistici, militari, politici ecc., è visibilmente insufficiente, sol che si rifletta, che la concezione tradizionale della civiltà e dello Stato è gerarchica, e non dualistica. Chi la professa, non potrebbe sottoscrivere, senza gravi riserve, al «Date a Cesare» e al «Il mio regno non è di questo mondo». La «tradizione» è la presenza vittoriosa e creatrice, nel mondo, di ciò che «non è di questo mondo», cioè dello spirito, concepito come qualcosa di più forte di ogni forza puramente materiale e semplicemente umana.

Una volta ammesso ciò, è chiaro che non si può parlare semplicemente, e quasi scrollandosi le spalle, di una conquista soltanto materiale. La conquista materiale ci si presenta invece come un segno, se non di una vittoria anche spirituale, almeno di una debolezza spirituale ovvero di una specie di «ritirata» spirituale nel campo delle civiltà che sono state vinte ed hanno perduto la loro autonomia. Dovunque lo spirito, concepito come la tradizione lo vuole, cioè come la più forte delle forze, fosse stato realmente presente, ad esso non sarebbero mancati i mezzi, più o meno invisibili, per venire a capo di ogni superiorità tecnica e materiale degli avversari. Ma questo non è avvenuto. Bisogna dunque pensare che là dove l’Occidente moderno ha potuto vincere, le apparenze tradizionali celavano una degenerescenza già in corso. L’Occidente apparirebbe dunque, la civiltà nella quale una crisi già generale assunse la forma più acuta, in cui la decadenza, per dir così, «precipitò», e, organizzandosi, trasportò più o meno facilménte gli altri popoli in cui la tradizione non aveva già più la sua forza originaria e, benché si trovassero in fasi assai meno spinte di involuzione, pure già per questo si trovavano predisposte a subire dall’esterno la forza degli eventi.

Statua di Lucifero nella cattedrale di Saint-Paul di Liegi (Belgio)

Ciò posto, resterebbe solo da chiarire il senso e la possibilità generica del degenerare dall’interno. A tal’uopo occorre soprattutto prevenire l’idea, secondo la quale le gerarchie tradizionali sarebbero state una specie di imposizione, di diretto controllo o dominio di ciò che e superiore su ciò che è inferiore. Questa è una veduta puramente moderna, assolutamente estranea all’insegnamento tradizionale. L’insegnamento tradizionale ha infatti concepito l’azione spirituale come quella di un «agire senza agire»; ha parlato di un «motore immobile» ; ha sempre usato il simbolismo del «polo», dell’asse immutabile intorno al quale si svolge spontaneamente ogni moto ordinato delle cose soggette; ha sottolineato l’attributo «olimpico» della spiritualità e dei veri capi spirituali, e il loro modo di imporsi direttamente, non per violenza ma per presenza. Solo al giorno d’oggi si può credere che i veri rappresentanti dello spirito, cioè della tradizione, si mettano a correre dietro agli uomini per afferrarli e legarli ognuno al proprio posto; che essi, insomma, «agiscano» e abbiano un qualunque interesse a creare e a mantenere quei rapporti gerarchici, per via dei quali essi appariranno amiche visibilmente come i Capi. Il riconoscimento da parte dell’inferiore è invece la vera base di ogni gerarchia tradizionale.

Non è il superiore che ha bisogno dell’inferiore, ma è l’inferiore che ha bisogno del superiore: non è il duce che ha bisogno del gregario, ma è il gregario che ha bisogno del duce. La essenza della gerarchia sta nel fatto che in alcuni esseri superiori vive in forma di presenza e di realtà ciò che negli altri esiste solo come ideale, come aspirazione confusa, come presentimento, per cui questi sono fatalmente attratti dai primi, naturalmente si subordinano, in ciò subordinandosi meno a qualcosa di estraneo, quanto ad un loro «io» più vero. Sta qui il segreto di ogni prontezza al sacrificio, di ogni eroismo, di ogni dedizione incondizionata nel mondo delle antiche gerarchie; e, dall’altro lato, di un prestigio, di una autorità, di una calma potenza, di una influenza che nemmeno il tiranno più armato saprebbe mai assicurarsi. Riconoscere ciò, significa anche vedere sotto tutt’altra luce non solo il problema della decadenza, ma anche quello della possibilità, in genere, di ogni rivoluzione. Non si sente forse ripetere fino alla nausea che, se una rivoluzione ha trionfato, è segno che i capi antichi erano fiacchi e degeneri? Veduta, questa, quanto mai unilaterale. È proprio così che si dovrebbe pensare, quando si avesse qualcosa, come dei cani selvaggi alla catena, che alla fine prendono la mano; ciò evidentemente proverebbe che quelle mani non sono, o non son più, forti.

Cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre (Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, 1604-1608)

Ma le cose stanno diversamente quando il punto di partenza sia la gerarchia spirituale, di cui abbiamo or ora indicato il vero fondamento. Essa può decadere ed esser rovesciata in un solo caso: quando il singolo decada, quando egli distrugga ogni facoltà superiore di riconoscimento, quando egli usi la sua fondamentale libertà per dir «no» allo spirito, per sottrarre alla sua vita ogni superiore punto di riferimento e costituirsi a sé, quasi come un moncone.

Allora i contatti vengono fatalmente interrotti, la tensione metafisica che faceva uno l’organismo tradizionale si allenta, ogni forza vacilla nella sua orbita e alla fine se ne svincola, gli àpici rimangono puri e intatti in alto, ma il resto, che prima stava come ad essi sospeso, sarà come una valanga che con moto prima impercettibile, e poi accelerato, perduta la stabilità, precipiterà giù, fino al fondo, fino al livellamento della valle. Questo è il mistero di ogni decadenza, questo è il mistero di ogni rivoluzione. Il rivoluzionario ha cominciato con l’uccidere in sé la gerarchia, col mutilarsi di quelle possibilità, alle quali corrispondeva il fondamento dell’ordine che egli poi va ad abbattere esteriormente.

Quando il mito cattolico riferisce la caduta dell’uomo primordiale e la stessa «rivolta degli angeli» al libero arbitrio, riporta, in fondo, allo stesso principio. Si tratta del terribile potere, che ha l’uomo, di usare la libertà nel senso di una distruzione spirituale, di respingere ciò, che può assicurargli una dignità sovrannaturale. È, questa, una decisione metafisica, di cui tutta la corrente che serpeggia nella storia nelle varie forme dello spirito antitradizionale, rivoluzionario, individualistico, umanistico e infine «moderno» non è che la manifestazione e, per dir così dire la fenomenologia. Questa decisione è l’unica causa, attiva e determinante nel mistero della decadenza, della distruzione tradizionale.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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