Mito e realtà di Capri

Secondo articolo di Evola su Capri, a seguire rispetto ad Isola pagana. Ulteriori riflessioni su quell’atmosfera sfaldante da “messa in scena”, da “trucco”, da “fiera delle vanità”, che tutta l’ambientazione dell’isola, sia naturalistica che umana, mostrava agli occhi del barone. Straordinarie descrizioni della natura marina e dell’abitato dell’isola fanno da contorno a quelle della “fauna turistica”, tra donne mascolinizzate e dai colori sgargianti e uomini sempre più informali e sempre più “mulatti”, fino alle osservazioni, già svolte in Isola pagana, sull’attuale irrilevanza ed ininfluenza sull’edonismo turistico delle rimembranze paganeggianti del luogo, che si ricolleghino agli ancestrali culti della Grande Madre (grotta di Matermania o Metramagna, nell’articolo precedente), o a certi pseudo-rituali orgiastici da tardo decadentismo ottocentesco (antica villa del conte Fersen, nell’articolo di oggi).

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L’immagine in evidenza (veduta di Capri) è tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: bilaleldaou).

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di Julius Evola

tratto da “Il Corriere Padano”, XI, 10 ottobre 1933

In questi ultimi tempi, per chi vi capiti da un diverso mondo, Capri dà proprio l’impressione di una «messa in scena», una «messa in scena» da mascherata permanente.

Piazza Umberto I (nota come “la Piazzetta”) a Capri, brulicante di turisti (immagine sotto Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International , autore Cezar Suceveanu, ripresa, nel rispetto della normativa vigente, senza modifiche rispetto alla versione originale)

Nella piazzetta centrale tutto sta spontaneamente ed accuratamente al suo posto come in qualcuna di quelle scene cinematografiche, in sui si tratta delle isole nostalgiche dei «Mari del Sud» – Honolulu e simili: irregolarità pittoresca e frastagliata di pareti bianchissime; prospettive coreografiche di sbocchi di viuzze con archi, finestrine, androni, gradinate, insegne che stringono intorno ad uno spiazzo centrale, dominato, da un lato, da una torretta cubica a quadrante, arabo-normanna – liberato, dall’altro, da un’ampia aerea terrazza sul mare; interni che si lasciano solo intravvedere e, vicino, mucchi di frutta, rivendite di giornali, di bibite, di collane, di costumi.

È il cuore di Capri. Qui, specie nelle ultime ore pomeridiane quando l’azzurro ardente diurno si esterna in un grigio cenere indefinito per confondersi con la massa perlacea e sorniona del mare e quando, lontano, palpitano le prime luminarie della penisola sorrentina, vi è un continuo via-vai, un passare, succedersi e mescolarsi dei tipi e dei costumi più vari.

Ciò che non è assolutamente da trovarsi qui è un abito «normale». Il coreografico e il pittoresco locale vi dominano incontrastatamente. Innanzitutto per le donne sono di rigore i calzoni: e si va dai larghi calzoni a campana dei piagiama da spiaggia alla Pierrot o alla messicana, che si continuano in su con appena due bretelline, tanto da lasciar nuda tutta la schiena – fino ai calzoni da uomo veri e propri, portati con voluta maussaderie (1), a salopettes striate ed a calzoncini a metà gamba alla scozzese o alla tirolese, naturalmente, dai colori più accesi.

Che si tratti di Backfische (2) nordiche o di vecchie signore napoletane in strenua difesa delle loro possibilità amorose, di pallide inglesi, di solide tedesche, di insipide americane, di tipi bohème o di tipi «fatali», nostrani o d’importazione – questa regola del costume mascolinizzato per le donne a Capri non soffre quasi eccezione, ostenta sé stessa, impera su tutta la linea e ad ogni ora del giorno sottolineando una specie di latente inclinazione alla promiscuità e all’intersessualità che qui, fra questa folla cosmopolita, forma, per così dire, atmosfera. E insieme ai calzoni ci sono i sandali, sandali rossi, verdi, dorati, perlacei, con palese ripresa delle forme pagane, tali, in ogni caso, da non celare unghie tinte – come quelle delle mani e la bocca – con uno scarlatto così acceso e esagerato da far pensare a delle scorticature ancora sanguinanti.

Quanto agli uomini, vi è una indefiniti varietà di maglie e magliette, di fasce e cinture marinare o alla bebè, con assoluto ostracismo a cappelli, cravatte, calze e camicie abbottonate. La razza bianca, qui, sembra fare ogni sforzo per assimilarsi a quella mulatta, se non addirittura a quella negra: non certo con soddisfazione del «razzismo» sicuramente professato da alcuni potenti ufficiali hitleriani, scesi qui in piena uniforme, decorazioni e fiammante croce uncinata. E quando a questa negrizzazione non basti la «cottura» naturale fra le rocce e i ciottoli arroventati della «Marina Piccola», o quando si trovi questo troppo faticoso, entrano in opera degli olii speciali: olio di noce, olio di sandalo e altre diavolerie.

Veduta di Capri (immagine tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com – free simplified pixabay license; author: bilaleldaou).

Così villeggianti e residenti stranieri per costume e per colorito si confondono con i capresi, pescatori e marinai, tanto più che qui, per oscure e lontane eredità e fors’anche per incroci fortunati, si trovano dei tipi veramente di razza, con una purità e una compostezza pagana di lineamenti che spesso non torna a favore degli ospiti dell’isola, negli eventuali raffronti, maschili e femminili.

Nella piazzetta centrale, fra capresi, stranieri e villeggianti italiani occasionali, è dunque un formicolare, un continuo passare e circolare come in una giostra o in un veglione. E se vi sedete al classico minuscolo Bar Tiberio – un punto obbligato di passaggio – potete stare a guardare delle ore senza stancarvi mai, perchè i tipi e i costumi sono sempre diversi, l’uno più curioso e pittoresco dell’altro, non esclusavi la tenuta dei fieri metropolitani locali in kaki ed ampio elmo coloniale.

Il molteplice trionfa sull’uno. Il variopinto travolge l’uniforme. Lo elemento «vita» prorompe capriccioso fuor dall’elemento «forma». È un po’ una «fiera delle vanità» ed è qualcosa di più.

Sul tardi, la folla poco a poco si dirada, la piazza ritorna libera, la prospettiva delle cose riprende il sopravvento su quelle persone. Sotto le luci vicine, il bianco calce dei muri e delle casette – che diviene bianco-zinco e bianco-acquaforte presso alle luci lontane. Profondità delle sagome delle alture e delle rupi, che divengono grandi e misteriose nella semiluce notturna. Lontananza nostalgica di altri lumi distesi in fila come pallide gioiellerie in fondo, verso il continente.

Infine, qua e là, dagli alberghi e dalle ville comincia a crepitare e a sussultare il ritmo del jazz notturno.

Per molti, ancor oggi Capri è un mito: il mito dell’isola peccaminosa per eccellenza, dell’isola «pagana» dagli strani pervertimenti. Chi oggi venisse qui attratto da un tale mito, resterebbe alquanto deluso.

Forse, ne è causa in parte il fatto che il «peccaminoso» ormai si è molto sdrammatizzato – agli occhi dei moderni molte cose che nell’anteguerra sembravano allarmanti e richiamanti i castighi dell’Apocalisse poco a poco sono rientrate nei quadri di una nuova naturalezza, sì da non destare un gran che di scandalo: neue Sachlichkeit (3), dicono i tedeschi, che sono fra i più adusati ad un tale sguardo di fronte alla vita.

Ma in parte è anche da constatare un processo di «imborghesimento» che effettivamente ha avuto luogo in Capri, anche nel senso di spegnere perfino fra gli stranieri lo stesso interesse per un determinato ordine di cose e di sensazioni. Infine, vi è anche la famigerata «crisi», che ha allontanato una certa parte del pubblico, soprattutto cosmopolita, sotituito, ancora in questo periodo dell’anno, dal solito elemento «balneare» nostrano.

Villa Lysis (chiamata inizialmente “La Gloriette” e infine semplicemente Villa Fersen), situata nella parte settentrionale di Capri, fu dimora del conte Jacques d’Adelswärd-Fersen ((immagine sotto licenza Creative Commons Attribution 4.0 International, autore Gerd Fahrenhorst, ripresa, nel rispetto della normativa vigente, senza modifiche rispetto alla versione originale)

La Capri del mito è dunque, in larga misura, una cosa del passato. Cosa del passato, per quanto sussistente, è la magnifica villa del conte Fersen (nipote del nobile svedese che tentò di salvare Maria Antonietta) il quale, secondo quanto si dice, morto qualche tempo fa, dalle sue donne sarebbe stato dipinto in rosso, secondo un rito funerario dell’alta preistoria mediterranea, con una moneta d’oro in bocca, come nell’uso pagano.

Questa villa si componeva – e tutt’ora si compone – di due parti: l’una superiore e, per così dire, exoterica; l’altra sotterranea, «infera», esoterica, preclusa ad ogni profano. Ancora oggi, tutto essendo ancora rimasto immutato, questa parte sotterranea non vien fatta vedere a nessuno – il custode, regolarmente, «non trova le chiavi». Si tratta di una specie di tempio che il conte aveva fatto costruire per dei riti orgiastici, e che da una serie di artisti, anche famosi (i quali una volta tanto avevano aderito per la stranezza della cosa e per il lauto compenso), era stato decorato suggestivamente e arditamente, e arricchito con plastici, disegni e quadri, intonati tutti al tema centrale dell’Eros e di ogni sua possibile «variante». E si racconta di luci strane che a notte alta prorompevano dalla villa pagana di Fersen; di grida e di canti che agitavano la silente chiarità delle albe o che si mescolavano agli ululi delle raffiche invernali; di clausure misteriose che, sotto il segno della dea dell’amore, la villa avrebbe accolte, e così via.

Oggi, nulla più di ciò. La villa è disabitata. Anche altrove, inutilmente si cercherebbe qualcosa che adombri quelle «scienze maledette» e quelle strane misture di sensualità e misticismo, di perversione e di evasione che furono così care ai poeti decadenti e simbolisti dell’ottocento. E se Capri è stata fatta ufficialmente uno dei luoghi, partendo per i quali le coppie legittime degli sposi novelli di ogni parte del mondo possono godere del beneficio di un viaggio quasi gratuito – ciò può valere come un indice assai significativo per l’«addomesticamento» avvenuto o in via d’avvenire nell’«isola pagana».

Così resta la «fiera delle vanità» dei costumi rutilanti, dei visi strani e delle bocche dipinte, del passeggio coreografico e cosmopolita sullo sfondo dei muretti bianco-calce, dell’ostilità spinosa delle macchie di fico d’India, degli aloè e dei cactus – o del grande chiaro mare. Restano le casette sparse fra le alture, fra rocce quasi dolomitiche, ove si può sempre gustare del buon vino caprese fra gente cordiale del luogo. Resta il jazz notturno al Quisisana e al Parco d’Augusto – e, infine, restano i recessi sotterranei del bar Tip-Tap, ove la paganità dei nottambuli più impenitenti verso l’alba di solito culmina gloriosamente nella consumazione della pizza napoletana.

Note redazionali

(1) trad. dal francese, “scontrosità”, “malagrazia”.

(2) in tedesco, der Backfisch indica il pesce impanato e fritto. Nel linguaggio colloquiale familiare antico, ormai desueto, cui fa riferimento ironicamente Evola nell’articolo, il vocabolo era utilizzato anche come sinonimo di das Mädchen, cioè ragazza.

(3) Evola fa riferimento al movimento, da lui spesso citato nelle sue opere e nei suoi articoli, del “Nuovo Realismo” o “Nuova oggettività”, sviluppatosi in Germania dopo la prima guerra mondiale, che era in linea con altri movimenti di quel periodo, anche ricollegabili a quelli della mobilitazione totale di jüngheriana memoria, propugnanti una visione chiara, asciutta, essenziale, distaccata di fronte all’esistenza, in grado di far superare l’età borghese e tutti i soggettivismi e gli individualismi propri anche al culto romantico dell’Io ed al creazionismo idealistico, e che consentisse quindi di rimanere immuni ai falsi miti dell’era moderna.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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