Modernità, religione, simbolo

A conferma ed integrazione delle analisi esposte da Evola negli articoli di recente proposti, “Quo vadis Ecclesia” (1963) e “I teologi della ‘morte di Dio’ “ (1969), proponiamo oggi la prima parte (la cui intitolazione originale è “La riforma della mentalità moderna”) del primo capitolo (“Il simbolismo tradizionale e alcune sue applicazioni  generali”) di “Simboli della scienza sacra”, celebre e fondamentale antologia di scritti di René Guénon, curata da Michel Vālsan e pubblicata postuma in prima edizione francese con l’Editore Gallimard di Parigi nel 1962, ma che raccoglieva articoli molto più risalenti, scritti da Guénon fra il 1925 e il 1950. L’epoca della ripubblicazione antologica è dunque la stessa dei sopra citati articoli di Evola (sebbene, appunto, la prima stesura di tutti gli scritti di Guénon raccolti nel libro fosse molto più anteriore), e le conclusioni, ovviamente, non poterono che essere le medesime, circa, nello specifico, la deriva del Cristianesimo occidentale sotto i colpi del modernismo, del positivismo, del razionalismo, del laicismo, dello scientismo dilagante e profano. Ancora una volta impressiona la capacità di questi maestri della Tradizione di individuare i connotati regressivi che la spiritualità nell’occidente moderno e contemporaneo stava assumendo, in un’epoca che, se confrontata con quella attuale, sembrerebbe lontanissima, ma che pure, all’occhio di chi fosse in grado di vedere, rivelava già dei caratteri inequivocabili.

Svuotata di ogni contenuto dottrinario, privata dell’intellettualità (nel senso tradizionale, tipicamente guénoniano e non razionalistico del termine, cioè della capacità di comprensione sintetica ed intuitiva delle verità superiori ad opera della parte sovrarazionale dell’animo umano) e dei mezzi fondamentali per stimolare forme di conoscenza sovraordinata, come il simbolismo (su cui si sofferma il saggio di Guénon), la religione scade in fenomeno sociale, sentimentale e moralistico, e l’uomo che senta il bisogno di qualcosa in più, essendo chiuse le vie verso l’alto, si barcamena, come un Diogene senza pace, tra piatta razionalità ed aperture pericolose verso il basso, nel subrazionale, nel terribile mondo demonico dell’inconscio, della parte inferiore della psiche.

Cogliamo l’occasione per avvisare i lettori che fra non molto, come preannunciato in occasione della ripresa delle nostre pubblicazioni a gennaio, proporremo materiali interessanti di e su René Guénon, per celebrare alla nostra maniera i settanta anni dalla dipartita terrena del grande metafisico di Blois.

***

di René Guénon

Tratto da “Simboli della Scienza sacra”, Capitolo I, prima parte

La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio d’ordine superiore. Tale sviluppo materiale, che prosegue ormai da parecchi secoli e va accelerandosi sempre più, è stato accompagnato da un regresso intellettuale che esso è del tutto incapace di compensare. Intendiamo qui, beninteso, parlare della vera e pura intellettualità, che si potrebbe anche chiamare spiritualità, e ci rifiutiamo di dare questo nome a ciò a cui si sono specialmente applicati i moderni: la cultura delle scienze sperimentali, in vista delle applicazioni pratiche alle quali esse sono suscettibili di dar luogo. Un solo esempio potrebbe permettere di misurare la portata di tale regresso: la “Somma teologica” di San Tommaso d’Aquino era, al suo tempo, un manuale a uso degli studenti; dove sono oggi gli studenti in grado di approfondirla e di assimilarla?

La decadenza non s’è prodotta d’un sol colpo; se ne potrebbero seguire le tappe attraverso tutta la filosofia moderna. È stata la perdita o l’oblio della vera intellettualità a rendere possibili quei due errori che solo in apparenza si oppongono, ma sono in realtà correlativi e complementari: razionalismo e sentimentalismo. Dal momento in cui si incominciò a negare o a ignorare ogni conoscenza puramente intellettuale, come si fece dopo Descartes, si doveva logicamente sfociare, da un lato, nel positivismo, nell’agnosticismo e in tutte le aberrazioni «scientistiche», e, dall’altro, in tutte le teorie contemporanee che, non soddisfatte di ciò che può dare la ragione, cercano qualcos’altro, ma lo cercano dalla parte del sentimento e dell’istinto, vale a dire al di sotto della ragione e non al di sopra, giungendo, con William James per esempio, a vedere nel subconscio il mezzo con il quale l’uomo può entrare in comunicazione con il Divino. La nozione di verità, dopo essere stata abbassata ormai a una semplice rappresentazione della realtà sensibile, è infine identificata dal pragmatismo con l’utilità, il che equivale alla sua soppressione pura e semplice; che importa infatti la verità in un mondo le cui aspirazioni sono unicamente materiali e sentimentali?

Non è possibile sviluppare qui tutte le conseguenze di un simile stato di cose; ci limiteremo a indicarne alcune fra quelle che si riferiscono più particolarmente al punto di vista religioso. Va anzitutto osservato che il disprezzo e la repulsione che gli altri popoli – gli Orientali soprattutto – provano nei confronti degli Occidentali, provengono in gran parte dal fatto che questi ultimi gli appaiono in genere uomini senza tradizione, senza religione, ciò che ai loro occhi è una vera e propria mostruosità. Un Orientale non può ammettere un’organizzazione sociale che non poggi su princìpi tradizionali; per un musulmano, ad esempio, l’intera legislazione non è che una semplice derivazione della religione. Un tempo era così anche in Occidente; si pensi a ciò che fu la Cristianità nel Medioevo; ma oggi i rapporti si sono rovesciati. Di fatto, si considera ora la religione un semplice fenomeno sociale; invece di ricollegare l’intero ordine sociale alla religione, quest’ultima, quando ancora si consenta a conservarle un posto, è considerata ormai soltanto come uno qualsiasi degli elementi che costituiscono l’ordine sociale; e quanti cattolici, ahimè, accettano questo modo di vedere senza la minima difficoltà! Sarebbe ora di reagire contro questa tendenza, e a tal proposito l’affermazione del Regno sociale di Cristo è una manifestazione particolarmente opportuna; ma per farne una realtà occorre riformare tutta la mentalità moderna.

Non è il caso di nascondersi che coloro stessi che credono di essere sinceramente religiosi non hanno per lo più, della religione, che un’idea assai indebolita; essa non ha nessuna influenza effettiva sul loro pensiero né sul loro modo d’agire; è come separata da tutto il resto della loro esistenza. Praticamente, credenti e non credenti si comportano pressappoco nella stessa maniera; per molti cattolici l’affermazione del soprannaturale ha un valore soltanto teorico, ed essi sarebbero assai imbarazzati se dovessero constatare un fatto miracoloso. Siamo in presenza di quel che si potrebbe chiamare un materialismo pratico, un materialismo di fatto; non è forse esso più pericoloso del materialismo riconosciuto come tale, proprio perché coloro che colpisce non ne hanno neppure coscienza?

Lutero affigge le 95 tesi sulla Chiesa di Wittenberg (1517). Ne seguirà la Riforma Protestante (F. Pauwels, 1872)

D’altra parte, per i più, la religione è soltanto una faccenda di sentimento senza nessuna portata intellettuale; si confonde la religione con una vaga religiosità, la si riduce a una morale; si riduce il più possibile lo spazio della dottrina, che invece è proprio l’essenziale, ciò di cui tutto il resto dev’essere soltanto una conseguenza logica. Sotto questo profilo, il protestantesimo, che finisce con l’essere un “moralismo” puro e semplice, è assai rappresentativo delle tendenze dello spirito moderno; ma si avrebbe gran torto se si credesse che il cattolicesimo non è colpito da queste stesse tendenze – non nel suo principio, certo, ma nel modo in cui di solito viene presentato: con il pretesto di renderlo accettabile alla mentalità attuale si fanno le concessioni più incresciose, e si incoraggia in tal modo quel che occorrerebbe al contrario combattere energicamente. Non insistiamo sull’accecamento di coloro che, sotto il pretesto della «tolleranza», si fanno complici inconsapevoli di vere e proprie contraffazioni della religione, di cui sono lontani dal sospettare l’intento nascosto. Segnaliamo soltanto di sfuggita, a questo proposito, il deplorevole abuso che vien fatto frequentemente della stessa parola «religione”: non si sentono ogni momento usare espressioni come «religione della patria”, “religione della scienza”, «religione del dovere”? Queste non sono semplici negligenze di linguaggio, sono sintomi della confusione che regna dappertutto nel mondo moderno, poiché il linguaggio in fondo non fa che rappresentare fedelmente lo stato degli animi; ed espressioni simili sono incompatibili con il vero senso religioso.

Ma veniamo a quel che è più essenziale: vogliamo parlare dell’affievolirsi dell’insegnamento dottrinale, quasi del tutto sostituito da vaghe considerazioni morali e sentimentali, che piacciono forse più ad alcuni, ma che, al tempo stesso, possono soltanto respingere e allontanare coloro che hanno aspirazioni d’ordine intellettuale; e nonostante tutto nella nostra epoca ne esistono ancora. Lo prova il fatto che taluni – anche più numerosi di quanto si potrebbe credere – deplorano tale mancanza di dottrina; e noi vediamo un segno favorevole, a onta delle apparenze, nel fatto che da varie parti sembra che di ciò ci si renda conto oggi meglio di qualche anno fa. Si ha certamente torto a pretendere, come abbiamo spesso udito, che nessuno capirebbe un’esposizione di dottrina pura; anzitutto, perché volersi sempre mantenere al livello più basso, come se bisognasse tenere in conto la quantità piuttosto che la qualità? Non è forse questa una conseguenza di quello spirito democratico che è uno degli aspetti caratteristici della mentalità moderna? D’altra parte, si deve proprio credere che tante persone sarebbero realmente incapaci di comprendere se fossero state abituate a un insegnamento dottrinale? Non si potrebbe anche pensare che coloro che non capissero proprio tutto ne trarrebbero ugualmente un beneficio forse più grande di quanto si supponga?

Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri ilici, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci” (San Paolo, 1 Cor 3,1-2)

Ma senza dubbio l’ostacolo più grave è quella sorta di diffidenza che in troppi ambienti cattolici, anche ecclesiastici, si testimonia nei confronti dell’intellettualità in genere; diciamo l’ostacolo più grave, perché è un segno di incomprensione perfino nelle persone stesse a cui incombe il compito dell’insegnamento. Costoro sono stati così intaccati dallo spirito moderno che non sanno più, come i filosofi ai quali facevamo or ora allusione, che cosa sia l’intellettualità vera, cosicché confondono a volte l’intellettualismo con il razionalismo, e fanno in questo modo involontariamente il gioco degli avversari. Noi pensiamo precisamente che quel che importa anzitutto è restaurare la vera intellettualità, e con essa il senso della dottrina e della tradizione; sarebbe ora di mostrare che la religione è ben altro che una faccenda di devozione sentimentale, o di precetti morali, o di consolazioni ad uso di animi indeboliti dalla sofferenza, e che in essa si può trovare il «solido nutrimento» di cui parla San Paolo nell’Epistola agli Ebrei.

Siamo perfettamente coscienti che quanto stiamo dicendo ha il torto di andar contro certe abitudini acquisite dalle quali ci si libera difficilmente; né si tratta di innovare – tutt’altro -, si tratta al contrario di ritornare alla tradizione dalla quale ci si è scostati, di ritrovare ciò che si è lasciato andar perduto. Non sarebbe meglio questo che fare allo spirito moderno le più ingiustificate concessioni, quelle per esempio che si incontrano in tanti trattati di apologetica nei quali si fa ogni sforzo per conciliare il dogma con quanto vi è di più ipotetico e di meno fondato nella scienza attuale, salvo poi rimettere tutto in discussione quando queste pretese teorie scientifiche vengano a essere sostituite da altre? E tuttavia sarebbe molto facile mostrare come la religione e la scienza non possano entrare realmente in conflitto, per la semplice ragione che non si riferiscono allo stesso ambito. Come si fa a non scorgere il pericolo insito nel voler cercare, per la dottrina che concerne le verità immutabili ed eterne, un fondamento in quanto c’è di più mutevole e di più insicuro? E cosa pensare di certi teologi cattolici così affetti da spirito «scientistico» da credersi obbligati a tener conto, in più o meno larga misura, dei risultati dell’esegesi moderna e della «critica testuale”, quando sarebbe così facile, a condizione di possedere una base dottrinale un po’ sicura, farne apparire l’inanità? Come si fa a non accorgersi che la pretesa «scienza delle religioni» – così com’è insegnata negli ambienti universitari – non è mai stata in realtà altro che una macchina da guerra diretta contro la religione, e più in generale contro tutto ciò che ancora può sopravvivere di spirito tradizionale, che vogliono ovviamente distruggere coloro che dirigono il mondo moderno in un senso che può soltanto portare a una catastrofe?

Su tutte queste cose ci sarebbe molto da dire, ma noi abbiamo soltanto voluto indicare molto sommariamente alcuni dei punti sui quali una riforma sarebbe necessaria e urgente; e per terminare con una domanda che qui ci interessa in modo del tutto particolare, qual è la ragione per cui s’incontra tanta ostilità, più o meno dichiarata, nei confronti del simbolismo? Certamente perché si tratta di un modo d’espressione divenuto completamente estraneo alla mentalità moderna, e perché l’uomo è naturalmente portato a diffidare di ciò che non comprende.

Il simbolo tradizionale del Cuore, sedes sapientiae, nella versione cristiana del Sacro Cuore di Gesù, che promana fuoco e luce

Il simbolismo è il mezzo più adeguato per l’insegnamento delle verità d’ordine superiore, religiose e metafisiche, cioè per tutto quel che lo spirito moderno respinge o trascura; esso è esattamente il contrario di ciò che conviene al razionalismo, e tutti i suoi avversari – alcuni senza neppure saperlo – si comportano da veri e propri razionalisti. Per quel che ci concerne, noi pensiamo che se oggi il simbolismo è incompreso, tanto maggior ragione c’è di insistere su di esso, esponendo nel modo più completo possibile il significato reale dei simboli tradizionali, restituendo loro tutta la portata intellettuale che possiedono invece di ridurli semplicemente a un’occasione per qualche esortazione sentimentale per la quale, del resto, l’uso del simbolismo è cosa del tutto inutile.

Una simile riforma della mentalità moderna, con tutto quel che implica, e cioè la restaurazione dell’intellettualità vera e della tradizione dottrinale, che per noi non sono separate l’una dall’altra, costituisce certo un’impresa considerevole; ma è questa una ragione perché non sia intrapresa? Al contrario, a noi pare che un tale compito costituisca uno degli scopi più elevati che si possano proporre all’attività di una società come quella dell’Irradiamento intellettuale del Sacro Cuore, tanto più che tutti gli sforzi che saranno fatti in questo senso saranno necessariamente orientati verso quel Cuore del Verbo incarnato, Sole spirituale e Centro del Mondo, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della saggezza e della scienza» – non di quella vana scienza profana che sola è conosciuta dalla maggior parte dei nostri contemporanei, ma della vera scienza sacra che apre a coloro che la studiano come si conviene orizzonti insospettati e veramente illimitati.

L’immagine in evidenza è tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: kellepics (Stefan Keller)



René Guénon

A proposito di...


'Modernità, religione, simbolo' has no comments

Vuoi essere il primo a commentare questo articolo?

Vuoi condividere i tuoi pensieri?

Il tuo indirizzo email non verrà divulgato.

"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

Tutto quanto pubblicato in questo sito può essere liberamente replicato e divulgato, purché non a scopi commerciali, e purché sia sempre citata la fonte - RigenerAzione Evola