Monarchia (prima parte)

Dopo aver mostrato con l’aiuto di Evola l’esempio di un sovrano deviato, paradigma di una forma di monarchia invertita, sovvertitrice dell’ordine tradizionale, rappresentato da Filippo il Bello, ora torniamo, proprio nel giorno in cui l’Italia celebra la Repubblica, su un tema già in passato affrontato con altri scritti di Evola, e cioè la Monarchia, nel suo significato più alto e spirituale. Evola colse l’occasione di affrontare l’argomento su “Rassegna Italiana”, nel giugno 1934, recensendo l’opera sul tema di sir Charles Petrie, una delle svariate prestigiose firme estere che il barone avrebbe chiamato a collaborare con lui all’avventura del “Diorama filosofico”, sulle colonne de “Il Regime Fascista”, all’epoca iniziata da pochi mesi.

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di Julius Evola

Tratto da “Rassegna Italiana”, XVII, 193, giugno 1934

In un periodo di incertezza dottrinale, di confuse aspirazioni ora innovatrici, ora reazionarie, ora rivoluzionarie, come è quello in cui si trova tuttora gran parte dell’Europa, ogni professione di sano e illuminato tradizionalismo costituisce un apporto di indubbio valore e di salutare efficacia, una volta che l’espressione “tradizionalismo” la si sia sottratta alle assunzioni abusive operate da certa polemica demagogica – e in “tradizione” si intenda conservatorismo sì, ma conservatorismo di ciò che è vivo e non di ciò che è morto; affermazione di principii che, per la loro superiore dignità e natura, posson pur dirsi di là dal tempo, quindi non di ieri, ma di perenne attualità; e, insomma, per esprimersi col De Reynold e il Maritain, una visione del divenire ordinatamente subordinata ad una concezione dell’essere.

King Arthur (dipinto di Charles Ernest Butler, 1903): quando il re sacrale, “lex animata in terris”, poteva legittimamente autoincoronarsi

Su tale base, merita segnalazione l’opera recentissima, che una personalità della nuova Inghilterra – già nota al pubblico italiano sia per esser stata fra le prime a riconoscere il significato europeo del fascismo, sia per l’interessante comunicazione da essa fatta due anni or sono al Convegno Volta – sir Charles Petrie, ha dedicato al problema monarchico in relazione all’attuale situazione internazionale (1). Con tale opera, di piana e interessante lettura, sir Petrie viene a disporsi decisamente sul fronte antidemocratico e tradizionalista di coloro che, dichiarando fedeltà a quei principii, ai quali dovemmo la grandezza della nostra anteriore civiltà, in Europa combattono, con consapevolezza di vedute, per un migliore avvenire. Il Petrie rileva che una difesa del principio monarchico oggi è assai più necessaria e tempestiva di quel che molti credano. Infatti non son pochi gli ambienti nei quali si pensa che la monarchia sia nulla più che un “residuo di passato”, un anacronismo “di cui ogni società veramente civilizzata e evoluta del ventesimo secolo dovrebbe necessariamente vergognarsi”; che da dopo la guerra quella della monarchia ereditaria è “una causa perduta” e, per una persona dabbene, “dichiararsi realista è come invitare gli altri a quel condiscente compatimento che le si potrebbe concedere se essa invocasse l’abolizione dei trasporti meccanici o se affermasse che la terra è piatta”.

Il Petrie accusa giustamente come premessa di siffatta ideologia, la superstizione progressistica. Si crede seriamente che ogni mutamento intervenuto nel corso dei secoli significhi progresso e che quindi il mondo moderno rappresenti l’ultima parola della civiltà. Se i nostri predecessori nell’ “incubo delle età buie” potettero stare sotto una monarchia ereditaria, ciò sarebbe accaduto solo perché allora essi ancora non potevan conoscere niente di meglio, “così come essi ammiravano Van Dicky e Valasquez solo perché ad essi non era ancora nota l’arte superiore dei futuristi”. A partire dal 1918 – continua il Petrie – il disprezzo per ogni concezione del passato si è fatto sempre più pronunciato e la smania per “tempi nuovi”, “nuove ere”, “nuove pagine” da voltare nel libro della storia si è fatta sempre più epidermica. Ond’è che per tornare alla normalità per prima cosa si dovrebbe procedere ad un radicale risanamento di mentalità, il quale ha per prima condizione liquidare siffatti atteggiamenti. Quella del “progresso”, in realtà, è un’illusione che si basa sulla ristretta visione di chi per criterio supremo assume quanto si riferisce agli aspetti puramente materiali – epperò inferiori – della civiltà. Insomma, è il fantasma tecnico e il fantasma scientifico, con le relative appendici ideologiche più o meno illuministiche, che han dato nascita a tale mito (2). “Dopo tutto, mentre noi viaggiamo in automobile, i nostri antenati viaggiavano in corriera e non conoscevano né il telegrafo senza fili né gli areoplani. Quindi è del tutto naturale che noi siamo superiori ad essi sotto ogni punto di vista”. Ma i tempi del “progresso” sono stati anche quelli della crisi, della decadenza o addirittura del crollo delle monarchie europee. In ciò si pensa avere un argomento irresistibile contro il principio monarchico in se stesso. Il progressismo, qui, si allea, dunque, con lo “storicismo”, nel suo aspetto di impotente, passiva, antirivoluzionaria apologia del fatto compiuto. Senonchè anche quando ci si volesse arrestare ad un piano così basso, è possibile sottolineare elementi atti a fondare almeno in egual misura deduzioni alquanto diverse. E’ quel che in un certo modo fa il Petrie, quando rileva che storicamente “l’eclisse della monarchia ereditaria coincide sempre con un’era di regressione e di caos”. Anche a restringersi ai tempi ultimi – egli dice:

Luigi IX di Francia, detto “Il Santo” (1214-1270) (dipinto di El Greco, 1590-1600)

“che cosa ho guadagnato propriamente p. es. la Francia adottando per la terza volta il regime repubblicano? Forse che essa conta qualcosa di più nelle assemblee europee, la sua vita pubblica è più chiara e i suoi cittadini sono più felici, che non quando il Re cristianissimo regnava a Parigi? L’andamento tempestoso e oscillante della Repubblica tedesca difficilmente incoraggia a credere che il Reich si trovi meglio con l’assenza di un Imperatore o dei suoi membri costituitivi in questa o in quella delle particolari dinastie. Il crollo della monarchia degli Asburgo è stato salutato come l’annunciatore dell’aurora di un’era nuova per quel che fu l’impero austro-ungarico, ed ora gli uomini di Stato di tutto il mondo stanno cercando invano una qualche soluzione per il problema degli Stati successori. Che benefici ha apportato il governo democratico in Spagna, in Portogallo, nel Brasile o in Grecia? Non è possibile che l’esistenza di una monarchia a Washington avrebbe contribuito ad arrestare la disintegrazione sociale e morale degli Stati Uniti? I democratici sono tenuti a rispondere a tutte queste domande prima che essi possano respingere l’accusa, che l’avvento del principio repubblicano rappresenti esso solo nulla di diverso che non un passo in senso di regresso nella storia dell’umanità”.

Queste considerazioni del Petrie ci sembrano giustissime. Solo che, a nostro parere, bisogna riconoscere che esistono dei diversi criteri di misura per giudicare del meglio o del peggio. Arrestarsi a quello politico-sociale può essere pericoloso. Come presto vedremo, il fondamento principale del principio monarchico e il suo superiore diritto sta nella sua possibilità di spiritualizzare e dignificare la vita politica e di dare una giustifazione superiore al principio di autorità. Nei termini – invece – di mero benessere economico-animale, nei termini, cioè della triviale equazione benessere=felicità, le prospettive utopiche proprie al messianismo tecnico marxista o sovietico potrebbero ben dirci di un regime o ideale politico dove, presso la razionale distruzione di ogni superiore interesse umano, anche le premesse per il diritto di una monarchia non si porrebbero affatto, né potrebbero valere. Se non su di un piano puramente spirituale, tuttavia su di un piano etico il Petrie si porta quando rileva che assimilare i monarchi a qualcosa come dei presidenti ereditari, significa dimostrare una ignoranza fondamentale per i più alti attributi della regalità. Un Presidente assume la sua carica più o meno come un funzionario d’alto rango copre il suo posto. Ben diversa è l’attitudine di un monarca che assume in pieno la responsabilità della sua dignità. “Un Presidente che promette obbedienza ai principii di una costituzione creata dagli uomini e un re coronato dalla Chiesa del suo paese come il rappresentante di Dio sulla terra, son cose differenti l’una dall’altra quanto un diamante lo è da una pietra artificiale”. E “il fatto che la monarchia è qualcosa che il denaro non potrà mai comprare, esercita un effetto benefico sul livello complessivo della vita pubblica, che è invariabilmente più basso in una repubblica”. Per sir Petrie la monarchia trae il suo significato originario da un tipo “corporativo” di Stato, nel quale l’individuo non aveva valore che in funzione di gruppi includentesi progressivamente una serie gerarchica.

“All’apice di tale piramide stava il monarca quale simbolo della nazione come tutto e, dopo l’incoronazione, quale unto dal Signore in tale qualità di rappresentante di essa. Non era il dèspota, soggetto a nessun’altra legge fuor da quelle da lui stesso fatte, bensì una parte integrante del sistema di cui era capo. La sua corona era un emblema di fedeltà verso il suo popolo e i suoi diritti e doveri erano definiti così esattamente, quanto quelli dei suoi sudditi. Tale era invero il carattere distintivo del regime feudale: ognuno aveva il suo posto definito nel tutto sociale, posto che gli corrispondeva di fronte al quale egli era responsabile”.

25 dicembre 800: Papa Leone III incorona imperatore Carlo Magno nella Basilica di San Pietro. Spezzata l’unità della funzione regale e pontificale delle origini, la monarchia ebbe bisogno della mediazione della casta sacerdotale per assicurarsi le necessarie influenze spirituali (nell’immagine, “Krönung Karls des Großen”, “l’incoronazione di Carlo Magno” di Friedrich Kaulbach (1822-1903) (cliccare per ingrandire)

Con ciò, il Petrie si avvicina a dei punti essenziali, e solo sarebbe stato desiderabile, che egli li avessi integrati e precisati con un più ampio sviluppo e, poi, che egli non fosse caduto in concessioni pericolose ed anzi contraddistorie come questa: “oggi, in secolo ventesimo, non è necessario che i monarchici sollevino la quistione del diritto divino” (p. 263). Per noi proprio il contrario invece è vero e, se mai, vi è da dire che la teoria del “diritto divino” è ancora troppo poco.

Infatti, se noi cerchiamo la più alta giustificazione tradizionale della regalità, noi la troviamo in una concezione secondo la quale lo Stato (e ancora più l’Impero) ha un suo significato e una sua finalità trascendente, appare come un trionfo del cosmos sul caos, come una formazione efficace operata da una forza dall’alto – gli antichi dicevano: da una forza del “sopramondo” – in seno all’elemento naturalistico del demos e, in genere, a tutto ciò che è semplicemente etnico, biologico e, in senso ristretto, “umano”. Nel che qualcuno scoprirà anche una relazione con quel che in queste stesse pagine avemmo recentemente a scrivere (3) circa i rapporti fra razza e cultura, fra concetto naturalistico e concetto aristocratico-spirituale della razza e della nazione. Ora, il punto in cui si manifesta eminentemente, si raccoglie e si fa efficace questa forza dall’alto conferente allo Stato l’anzidetto significato trascendente è appunto il Re, il Monarca. In più se Servio (Ad Aen., III, 268) ci ricorda: “Majorem haec consuetudo ut Rex esset etiam sacerdos et pontifex”, in questa testimonianza dell’unità primordiale della funzione regale con quella “pontificale” (che è ben lungi dal corrispondere alla vieta formuletta da manuale scolastico: “teocrazia”) si cela un significato profondo. Infatti, secondo l’antica etimologia p. es. di un Festo, ripresa poi da un S. Bernardo, pontifex significa “facitore di ponti” e era quasi un ponte fra il naturale e il sovrannaturale – lex animata in terris, secondo l’espressione ghibellina – e quindi il supremo punto di riferimento per ogni azione di dedizione trasfigurante da parte dei vari elementi del tutto sociale di cui era il capo – e la base suprema per una vera gerarchia.

Attraverso la più vasta documentazione, altrove (4) abbiamo dimostrata l’universalità di questo concetto primordiale della regalità e abbiamo altresì dimostrato che nella forma più alta avendosi l’unità dei due poteri, cioè del temporale e dello spirituale, del virile e del sacrale, la dottrina del diritto divino quale in tempi meno lontani è stata professata in Europa, si riferisce già ad un periodo in cui l’insegnamento originario in una certa misura aveva già subito oscuramento e al luogo della regalità spirituale o “divina” in se stessa – epperò avente direttamente in se stessa il principio della sua trascendente “legittimità” – era subentrata una regalità spirituale e legittima solo attraverso la mediazione di una casta sacerdotale o Chiesa, da essa distinta. Compito di questa istituzione distinta, sacerdotale, è allora trasmettere ai monarchi un determinato gruppo di “influenze spirituali” da intendersi, queste, non come vane astrazioni, ma come poteri effettivi supersensibili, mediante i quali la funzione regale si conferma nel suo ufficio di forza ordinatrice dall’alto, di centro di stabilità e di “tradizione” in senso superiore – altresì di “salute” e di “vittoria” – per tutti gli elementi che essa governa. E’ poi naturale che la continuità di un sangue selezionato costituisce la condizione migliore per la trasmissione regolare e ininterrotta di dette influenze spirituali di generazione in generazione, anche se, per ogni singolo rappresentante, il rito d’investitura sarà chiamato a riconfermarle e a portarle, per dir così, dalla virtualità all’attualità. Quindi è anche naturale che il concetto dinastico ereditario sia stato assai spesso la controparte delle forme più alte e regolari di monarchia.

“Una monarchia secolarizzata è una monarchia che ha scavato a se stessa la propria fossa”

Da tali considerazioni risulta dunque che non si può separare la dottrina del “diritto divino” (sempre che questa non si riduca ad uno strumento politico ad usum delphini ma sia intesa sul piano di quella positività spirituale cui ora abbiamo accennato) dal monarcato, senza distruggere la più alta, tradizionale giustificazione. Qui si puo riprender l’osservazione già accennata al principio. La superiorità del sistema monarchico ereditario di fronte a quelli democratici o di qualunque altro tipo non si può, né si deve, rivendicarla in termini semplicemente secolari, politici, pratici. Là dove non si chiede più che a intimo cemento delle unità statali stia qualcosa di spirituale e di trasfigurante, non una opaca disciplina, un meccanismo statolatrico, una anodina obbedienza o un volgare unilitarismo, bensì la fides, il rapporto vivo e virile da inferiore a superiore, da potenziarsi via via fino al senso, che con tale fides, con tale dedizione si giunge a partecipare a qualcosa di superindividuale e di supermondano, che poi non è la semplice “anima” della nazione quale entità naturalistica, bensì il punto in cui la nazione diviene il corpo in cui si manifesta vittoriosamente una forza dall’alto – là dove un simile ideale perde la sua forza, la monarchia non è più che un sopravvivenza, un simbolo svuotato, e il sistema monarchico scende, come dignità, allo stesso piano di un qualunque altro regime politico, di contro al quale non possiede più nessun più alto diritto. Una monarchia secolarizzata è una monarchia che ha scavato a se stessa la propria fossa.

Tuttavia, si deve anche aggiunger questo: il semplice principio non saprebbe esser sufficiente, un ambiente è necessario, quanto ad un germe, per un suo sviluppo, un suolo adatto. Il Petrie constata che la presente è l’èra di una forma mentis materialistica che sta prevalendo su tutta la linea. Ora, se non si riesce a sbarazzarsi da tale forma mentis, se non si riesce a rivoluzionare in senso “tradizionale”, cioè in senso spirituale, l’uomo moderno secolarizzato, praticizzato, ridotto a non esser pià che “animale politico” nel senso più basso del termine, ridestando forme di sensibilità e tipi di interesse caduti in atrofia, allora mancherà il suolo adatto a che il principio monarchico possa fruttificare, riaffermarsi sul serio – e irresistibilmente – di fronte a ideologie inferiori e esiziali, e rendersi veramente efficace e risanatore.

Note

(1) C. PETRIE, Monarchy. A controversial and outspoken book on the future of Monarchy in Europe, London, Eyre and Spottiswoode, 1933.

(2) Per la genesi e la critica a fondo dell’idea di “progresso”, un’opera notevole, che meriterebbe di esser conosciuta in Italia ossia più di quel che non lo sia, è R. GUÉNON, Orient et Occident, Paris, 1925.

(3) Razza e Cultura, in Rassegna Italiana, n.1 del 1934.

(4) Cfr. la nostra opera: Rivolta contro il Mondo moderno (Milano 1934), parte I, §§ 2, 3 e segg.

segue nella seconda parte



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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