Monarchia (seconda parte)

di Julius Evola

Tratto da “Rassegna Italiana”, XVII, 193, giugno 1934

Nell’immagine in evidenza, Carlo Magno raffigurato da Louis-Félix Amiel (1837).

segue dalla prima parte

Queste stesse son le promesse per poter venir da presso al problema dei rapporti fra monarchia e dittatura: problema, a cui il Petrie dà una soluzione giusta più per istinto, che non per diretta consapevolezza delle premesse dottrinali sopra accennate. Da parte sua, il Petrie rileva dunque che oggi esiste una corrente la quale, mentre afferma che l’èra della democrazia ormai è terminata, “crede che la monarchia, nel senso etimologico della parola, più che non la regalità ereditaria, sia la forma di governo più rispondente ai bisogni del ventesimo secolo”. Che una dittatura sia probabilmente il solo modo effettivo per riparare al male apportato dall’amministrazione  democratica – risponde il Petrie – è vero, ma “tutta la storia umana ci mostra che la dittatura è generalmente un espediente temporaneo. Molto poche furono, in Grecia, le tirannidi durante più di una generazione e nessuna sopravvisse alla seconda generazione: mentre nell’Italia medievale solo quei dittatori che riuscirono a fondare una monarchia ereditaria hanno potuto conservare il potere nelle loro mani.” Il fatto è – continua il Petrie – che nel volgare dittatore si ha la creatura “non di una legge stabilita, ma di un demos immaturo.” E’ positiva, la dittatura, quando non ha il senso di un esperimento rischioso, ma di controparte e complemento della monarchia ereditaria: la quale, per la sua stessa natura e funzione, rappresenta la continuità tradizionale attraverso le generazioni e le contingenze storiche di esse.

Cincinnato abbandona l’aratro per essere eletto dittatore e combattere per Roma (dipinto di Juan Antonio Ribera, 1806) (cliccare per ingrandire)

Molto a proposito il nostro autore ricorda l’antica costituzione romana che conciliava le due istituzioni e limitava la dittatura ad un periodo determinato, in relazione a situazioni politiche eccezionali. In più, noi potremmo addurre esempi propri a cicli affini di civiltà, p. es. la costituzione propria ad antiche razze nordiche, ove nelle origini si aveva una distinzione fondamentale e significativa fra il re e il dux o heretigo: il primo era tale per via del suo “sangue divino”, cioè, fuor del simbolo, per il suo incarnare una influenza spirituale e superbiologica propriamente tradizionale nei riguardi della sua razza; il dux invece – che corrisponde più o meno al dittatore – era persona scelta e acclamata come capo temporaneo dai guerrieri per determinate impresa di difesa o di conquista, non sulla base di “diritto divino”, ma su quella delle sue capacità e qualità umane riferentesi al piano temporale. Nel concetto tradizionale non vi è dunque antitesi ma complementarietà fra le due funzioni: il re rappresenta l’elemento “divino” – diremmo quali l’elemento olimpico – che nella continuità dinastica assicura la stabilità di un centro e di una influenza di natura superiore. Il dittatore è una apparizione fatidica in cui si raccoglie propriamente la forza del demos per un’azione decisiva nei punti di svolta e di pericolo della storia laica di una nazione. Così il Petrie può giustamente dire che la dittatura è regolare “quale complemento, non surrogato, della monarchia ereditaria: al tramontare del dittatore, il re resta ad assicurare che nessuna violenta soluzione di continuità si verifichi”.

Ed è naturale che il Petrie nella costituzione dell’Italia fascista additi un esempio vivente e salutare di applicazione di tali idee. Il fatto che Mussolini non abbia esitato a riconoscere nella monarchia “il simbolo sacro, glorioso, tradizionale, millenario della Patria”; che per lui “la Nazione si riassume nel nome augusto del Re” la cui maestà “rappresenta la continuità, la vitalità e la santità della nostra razza” (1) – mostra invero quanto il fascismo sia compenetrato da un sano tradizionalismo e come esso presenti al mondo l’esempio di una dittatura purificata da quell’elemento demagogico, contingente, irrazionale, con cui in altri casi sempre si accompagna. In realtà, non è senza relazione col rapporto regolare che intercede fra monarchia e dittatura, un altro punto, che Petrie accenna, là dove dice, che la monarchia è salvaguardia contro ogni nazionalismo stravagante e anche contro il particolarismo disgregatore a questo inerente. Infatti, bisogna avere il coraggio di riconoscere che esiste un nazionalismo, creatura diretta del giacobinismo e della rivolta delle masse contro ogni principio di superiore autorità, il quale perfino quando assume vesti autoritarie, pseudogerarchiche o dittatoriali, altro non è che deviazione e varietà della “demonia del collettivo” prorompente dalle rovine del mondo tradizionale fino a trovar negli ideali sovietici la sua logica conclusione e, in pari tempo, la sua riduzione all’assurdo.

Poiché non possiamo trattenerci troppo su tale punto, diremo solo che da quanto abbiamo accennato circa il fondamento spirituale della regalità risulta direttamente, che mentre il nazionalismo giacobino esprime il limite di qualcosa di semplicemente naturalistico, schiavo del sangue, di spazio, tempo e storia in senso ristretto e plebeo – la monarchia esprime una forza di diversa qualità, che viene a dare alla “nazione” un significato non più collettivistico e materialistico, bensì spirituale. Si può dir così che la monarchia rappresenta l’elemento supernazionale immanente in una nazione. Per cui è naturale che con un gruppo di nazioni monarchicamente costituite la via resta virtualmente aperta ad una superiore unità spirituale, ad una intesa attraverso i vertici nazionali, che è esattamente l’opposto di ogni promiscuità democratico-internazionalista. E’ effettivamente ciò che che, presso al simbolo del Sacro Impero, si ebbe nel Medioevo, là dove non esistevano ancora nazionalismi, ma nazionalità, e non formule di sottomissione astratta, bensì vivi lealismi di fronte a Principi. Per cui il Petrie ha ragione nel dire che “prima della rivoluzione francese non esisteva fra le nazioni quell’asprezza di rapporti, che oggi si constata. La democrazia è negazione del vero internazionalismo, e vi era molto più cosmopolitismo nel diciottesimo secolo, e giù nel Medioevo, che non nel ventesimo secolo, ad onta di tutte le conferenze internazionali che vi si tengono continuamente”.

Bisogna effettivamente riconoscere che la maggiore difficoltà che si frappone ad una nuova unità europea di civiltà sta appunto nell’avvenuto passaggio degenerativo dei popoli dalle nazionalità ai nazionalismi i quali, costituendo le varie le varie razze in altrettante entità secolarizzate e facendone tuttavia dei concetti divinizzati antagonistici, creano con ciò stesso uno scisma insormontabile e attentano all’unità stessa della cultura europea. L’esperienza ci mostra poi che proprio sotto il segno del nazionalismo il mondo ha conosciuto guerre, che più han presentato l’espetto inferiore di odio, di violenza, di inasprimento, di denigrazione dell’avversario con ogni mezzo, al luogo dell’aspetto superiore di cavalleria, di lealtà, di riconoscimento per i propri avversari, che si aveva nell’epoca migliore dell’Europa monarchica.

Luigi XIV, Re di Francia, in un ritratto di Charles Le Brun del 1661. Il “Re Sole” fu il sovrano che completò la serie dei monarchi francesi la cui azione sovvertitrice ed antitradizionale spianò la strada alla rivoluzione francese.

Queste rapide considerazioni circa il rapporto tra monarchia e nazionalismo, in fondo, ci permetterebbero anche di definire dei principii nei riguardi di una considerazione circa la natura dei processi che han condotto al crollo o alla decadenza del regime monarchico in Europa, come pure di quelli, che potrebbero avviarci ad una sana restaurazione di tale regime. In realtà, è ciò che sir Petrie tratta in buona parte del suo libro, parlandoci del passato e del futuro dell’idea monarchica nelle principali nazioni europee e anche estraeuropee. Tuttavia a noi sembra che tale parte del libro del Petrie sia la più debole poiché, a parte le buone intenzioni, all’autore sembrano mancare quegli elementi d’ordine dottrinale, che potrebero fornirgli un saldo orientamento di fronte a problemi così ponderosi, sulla base di una filosofia generale della storia intonata tradizionalisticamente. Al luogo di ciò, troviamo molte considerazioni di dettaglio certamente interessanti, ma non conclusive e nemmeno tali da evitare, talvolta, svolte pericolose. Per esempio, quando il Petrie dice: “Non è esagerato affermare che l’enorme progresso fatto dalla civiltà fra la fine del sedicesimo secolo e la Rivoluzione è direttamente dovuto ai Re di Francia in genere e a Luigi XIV in particolare” – quando il Petrie dice ciò, confonde pericolosamente il positivo col negativo. Vero è invece che i Re di Francia, non solo in quel periodo, ma già a partire da Filippo il Bello, han preparato inconsapevolmente il crollo del principio monarchico anzitutto nel loro paese, che per questo è stato il primo ad avere la rivoluzione, e per contraccolpo anche negli altri popoli (*). Qui abbiamo il punto di riconnessione con le considerazioni già fatte circa il nazionalismo secolarizzato, giacché il senso di quel processo, che il Petrie ritiene aver condotto ad un “enorme progresso della civiltà”, è stato null’altro che “nazionalizzazione” e “centralizzazione laica”.

Per primi i Re di Francia son decaduti dalla anteriore funzione puramente simbolica e spirituale, son passati all’assolutismo distruggendo poco a poco l’articolazione propria al regime feudale, laicizzando il diritto e sviluppando la vanità della cultura “umanistica”, schierandosi contro l’aristocrazia senza disdegnare l’appoggio di strati sociali più bassi, venendo, con una centralizzazione progressiva, alla costituzione di quei “poteri pubblici”, i quali poi dovevan essere il mero demos, il mero collettivo nazionale sconsacrato. Lungo tale direzione, la decadenza del principio monarchico, il suo crollo o la sua mortificazione a mera sopravvivenza (le roi règne mais il ne gouverne pas) dovevano intervenire secondo logica e storica necessità. – Noi non possiamo soffermarci su quest’ordine di considerazioni – che del resto chi si interessa troverà esposte altrove in tutta l’ampiezza desiderabile (2): ma già quanto abbiamo accennato basta per far intravvedere il vero punto della frattura sopravvenuta nell’antica Europa aristocratica, come pure il senso della via che potrebbe ricondurre ad una nuova Europa tradizionale.

Circa questo secondo punto, sarebbe stato desiderabile che il Petrie avesse affrontato coraggiosamente il problema costituzionale passando poi a studiar più da presso il rapporto fra il vero ideale monarchico e le varie forme moderne di unità nazionale, per mostrare quali di queste ultime, per il loro ridursi a mera centralizzazione e meccanizzazione sulla base di valori semplicemente etnico-nazionali – se non pure economico-amministrativi – restano, di là da ogni apparenza, qualcosa di opaco, che nulla può conciliare con l’ideale tradizionale di rapporti vivi basati su eticità, personalità, spiritualità e lealismo. In ogni modo – passando ad altro piano – sir Petrie viene ad un punctum pruriens quando rileva che “non è vero che i problemi del mondo son più grandi di ieri, ma vero è piuttosto che gli uomini oggi son più piccoli”, e quando accusa in alcuni monarchi un vero e proprio “complesso d’inferiorità” rispetto alle mutate condizioni politiche dei tempi nuovi. Questo è effettivamente un punto decisivo, per quel che concerne più di un popolo straniero, se è vero il detto tradizionale, per il quale è il re che fa la forza della regalità più che la regalità – in astratto – faccia la forza del re. Il Petrie è convinto che la “salvezza del mondo si connette al trionfo del principio monarchico”.

Il tramonto del regime parlamentaristico, la forza crescente guadagnata dall’idea dello Stato corporativo che, secondo il nostro autore, nella sua integrità, per apice non può aver che la monarchia – per lui son pròdromi di un nuovo arco ascendente. Che l’uomo, il quale rappresenta “il più deciso contrasto con le mediocrità che stanno a capo degli affari in tanti Stati, cioè Mussolini, la più grande figura del ventesimo secolo, sia monarchico convinto”, questo, per Petrie, è un nuovo sintomo del più alto significato, che gli fa senz’altro dichiarare: “La perspicacia politica dell’attuale generazione sarà giudicata dal suo atteggiamento rispetto al principio monarchico entro prossimo decennio”.

Questa è una nobile e coraggiosa professione di fede, che noi non possiamo non condividere. Anche se non siamo altrettanto ottimisti circa le possibilità interne e esterne rimaste all’uomo occidentale, pure è di nostra, romana tradizione l’uguale quod bonum faustumque sit, epperò noi stessi ci associamo alla speranza che alle figure regali più degne del tempo nostro altre se ne aggiungano, in Europa e nel mondo, dalle mani veramente capaci di regger di nuovo, in tutta potenza, spada e scettro, sì che sia restituita realtà vivente all’antico mito tradizionale dei Monarchi come manifestazioni di una forza dall’alto di gloria, di “salute” e di vittoria.

Note dell’autore

[1] Discorso di Forlì (31 ottobre 1932); Discorso di Milano (al 1° anniversario Marcia su Roma); Discorso ai Fanti (12 agosto 1925).

[2] Nella già citata Rivolta (parte II, 12 e segg,); cfr. anche La caduta dell’idea di Stato (nella rivista Lo Stato, n.2 del 1934).

Nota redazionale

(*) Evola scrisse, a proposito dei sovrani che aprirono la via alla rivoluzione francese: “Nella Rivoluzione francese, come del resto in tutte le altre Rivoluzioni, il «popolo», la massa, non ha avuto che una parte passiva – i veri agenti sono stati una minoranza servitasi dello strumento intellettuale e ideologico e chi ne ha accolto e diffuso l’azione sovversiva preparatrice, lungi dall’essere il «popolo», è stato proprio l’opposto, cioè l’artistocrazia, la nobiltà. Fra i vari fattori, quello di «predisposizione» corrisponde alla situazione in cui si è trovata in Francia la nobiltà, per via dell’azione metodicamente antiaristocratica, antifeudale e assolutistica svolta dai sovrani di quella nazione, a partire da Filippo il Bello e fino al cosiddetto Re Sole” (La massoneria e la preparazione intellettuale delle rivoluzioni,  in “La Vita italiana”, luglio 1940).



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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