Nascita ed essenza del «mito» moderno (II parte)

Seconda parte del mini-saggio evoliano sulla progressiva degenerescenza del concetto di mito, parallela alla parabola di declino dell’uomo e della storia: da via per la trascendenza a immagine-forma rovesciata, in grado di far risalire e potenziare le forze inferiori, irrazionali, sotterranee dell’individuo, che tramite questi nuovi “miti” può scaricare la propria tensione interiore che, non trovando più sbocco verso l’alto, si incanala in pericolose correnti psichiche collettive. Miti moderni come Scienza, Evoluzione, Positivismo, Uguaglianza, Democrazia, Libertà, Sovranità Popolare, Progresso, e via dicendo vedono svelata quindi la loro subdola maschera sovversiva. Oggi possiamo aggiungere a questo elenco termini come Globalizzazione, Non-discriminazione, Diritti, e Antirazzismo: concetto quest’ultimo che opera attualmente per contrario, e con efficacia ben più forte, rispetto allo stesso mito di Razza citato da Evola, che negli anni Trenta del Novecento in cui il barone scrisse quest’articolo assumeva un significato quale mito collettivo di matrice vitalistico-biologistica, le cui potenzialità non potevano pertanto più emergere, già all’epoca, se non in quel ristretto ambito, e non potevano quindi più trovare una corretta valorizzazione su un piano sovraordinato, al pari di altri miti come quello di Impero o di “ritorno alle origini”, citati da Evola, ormai svuotati dei loro contenuti superiori.

Nell’immagine in evidenza: Teseo e il Minotauro, 1510-1520 (anonimo)

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di Julius Evola

tratto da “La Vita Italiana”, marzo 1936

segue dalla prima parte

Per la simmetria esistente fra il superrazionale e il subrazionale, in questo nuovo clima collettivistico il mito torna a nuova vita. Come nei tempi primordiali, oggi il mito, più che l’idea o il concetto, va a far da centro direttore alle nuove forze. Ma la sua struttura e la sua funzione oggi, naturalmente, sono del tutto diverse. Il mito nei tempi ultimi si presenta come una semplice imagine priva della potenzialità metafisica e superrazionale che essa aveva tradizionalmente, esasperata invece nel suo semplice aspetto di «imagine-forza», cioè di imagine che da un lato ipnotizza le facoltà superiori della personalità cosciente dei singoli, dall’altra dinamizza energie appartenenti alla parte passionale, irrazionale e sotterranea del loro essere.

Il mito moderno corrisponde appunto allo stadio critico, in cui le culminazioni lucenti del supermondo si sono perdute in grigie lontananze, in cui gli stessi surrogati dogmatici e sentimentali proposti dalle religioni positive hanno perduto la loro forza, in cui i miraggi del razionalismo sono svelati nella loro fondamentale inconsistenza, eppure negli individui preme una tensione insopportabile, quindi un bisogno perentorio di scaricarsi estaticamente, liberandosi dal peso e dal limite costituito dal loro io ed esaltandosi in grandi correnti collettive. Il mito assolve questa funzione. È un centro illusorio che permette la scarica di questa tensione perché, per così dire, si sostituisce all’io. Appunto saturandosi di un potere suggestivo e divenendo «imagine-forza», esso acquista non solo un’apparenza di verità e di validità assoluta, ma alla fine quasi una vita propria e autonoma, la quale spesso si sostituisce alla personalità dei loro evocatori. In breve, si ripete in grande lo stesso processo attraverso cui per l’ipnotizzato l’imagine proposta dall’ipnotizzatore diviene vera, indipendentemente da ogni suo contenuto, e l’io dell’ipnotizzato, la sua mente, i suoi sensi entrano in uno stato di passività assoluta di fronte ad essa, mentre dalla subcoscienza corporea affiorano forze profonde capaci anche di effetti extranormali.

Se è a questa stregua che bisogna misurare la inaudita dinamica dispiegata fra le masse moderne dai miti, cadono in grave errore i molti che in ciò credono di aver dinanzi una manifestazione di forza vitale positiva e un sintomo di rinascita spirituale. Una volta eliminato il lato energetico, senza paradosso può dirsi che la sostanza del mito moderno è esattamente quella che il secolo illuminato ha supposto nel mito antico, credendo che il mito antico si riducesse a favole, a imagini fantastiche e ad astrazioni personificate, e che un tale mito, precedentemente mai esistito, proprio oggi prende vita.

Infatti il dominio del mito nei tempi moderni è ben lungi dal restringersi al solo ambito etico e sociale. Scienza, Evoluzione, Metodo Positivo, Storicità, Oggettività e così via, nell’ambito intellettuale sono infatti miti superstiziosi quanto la Democrazia, la Libertà, la Sovranità Popolare, il Progresso, la Civilizzazione, la Razza, la Pace Universale, l’Era Nuova, la Rivoluzione Mondiale e tutte le altre grandi parole sostanzializzate, e scritte enfaticamente con la lettera maiuscola, le quali hanno tanta parte nella vita sociale dell’ultimo secolo e sono centro di cristallizzazione irrazionale di sì potenti correnti. Per cui, per quel che riguarda il loro contenuto interno, i miti moderni, più che miti, dovrebbero chiamarsi favole.

Etimologicamente il termine fabula, da fari, indica appunto un semplice parlare, la parola senza necessario riferimento ad un contenuto: mentre abbiamo visto che il termine mythos comprendeva in sé l’idea di una abolizione della parola e l’idea di una realizzazione silenziosa e essenziale. Su questa base, si può dire che se vi è un’epoca della favola, essa non è per nulla quella delle antiche mitologie, ma l’epoca attuale, malgrado il suo presunto positivismo. Anzi, possiamo rilevare che proprio i cosiddetti spiriti positivi sono quelli che più ingenuamente soggiacciono ai miti, accettando come verità idee che sono meno delle barcollanti ipotesi, quanto invece suggestioni dell’ambiente.

Il mito evoluzionista, che si sa che parte ha avuto nell’ultima scienza, appartiene a questa specie. Lo stesso si può dire del mito dell’inconscio nell’ultima psicologia, del mito della civiltà moderna come corona e fine di ogni civiltà nel dominio della storiografia, mito che ha devastato ogni retta visione del nostro passato, e così si potrebbe continuare a lungo. Naturalmente, noi siamo pronti a concedere che specie in sede sociale fra i miti moderni alcuni – per esempio il mito della superrazza, il mito dell’impero, il mito del ritorno alle origini, ecc. – sarebbero suscettibili di un contenuto e di un significato superiore. Ma noi rileviamo che non è per nulla per questa possibilità che tali miti oggi valgono e agiscono, bensì unicamente per la loro capacità suggestiva, per la loro capacità di offrire un punto d’appoggio per la liberazione estatica della personalità e per la scarica di potenziali irrazionali e subpersonali della psiche collettiva.

Così, da un punto di vista superiore, l’un mito equivale all’altro, non vi è alcuno fra i miti moderni che sia suscettibile di produrre una vera ricostruzione ovvero anche solo di servire da base ad essa, poiché già la semplice condizione, secondo la quale sul singolo può agire un qualunque mito, rappresenta una condizione negativa e paralizzatrice. D’altra parte sarebbe assai facile mostrare che anche nei casi in cui il mito moderno non si riduce a semplici parole, dietro a cui non vi è nessuna realtà, e a pure imagini ipnotizzatrici, gli elementi superiori contenuti in questa specie di miti subiscono una deformazione fondamentale, per cui il risultato concreto è un’azione opposta a quella che, normalmente, tali elementi dovrebbero produrre.

Infine, abbiamo già rilevato l’analogia accennata con i fenomeni della suggestione, ove l’emergenza di forze profonde talvolta materialmente supernormali è la controparte dello sprofondamento della personalità e della paralisi momentanea delle facoltà coscienti, [e] che questa analogia permette di giudicare secondo il loro vero significato le straordinarie capacità di slancio, di coraggio, di entusiasmo, di sacrificio e di dedizione di cui le masse spesso danno prova sotto la forza di miti. Abbiamo accennato che queste capacità possono illudere l’osservatore superficiale e fargli credere di aver dinanzi un fenomeno di rinascita, di ripresa spirituale e di nuova giovinezza: mentre si tratta di apparizioni finali di un ciclo di decadenza, della sorda marea di forze elementari spiritualmente distruttrici che dopo il crollo del nostro edificio gerarchico e tradizionale sono prive di ogni vero centro e sospingono uomini e cose verso le direzioni più imprevedibili.

Tutto quel che ora abbiamo detto lascia però sempre indiscusso il problema della vera genesi del mito. Occorre bene che qualcuno, ad un dato momento, abbia inventati i miti, poiché noi non possiamo ammettere che le masse siano capaci della spontaneità necessaria per forgiarli e proporseli e, in più, nella loro origine, i miti quasi sempre presentano un elemento razionalistico, un residuo ideologico. In secondo luogo, specie quando si tratta di miti sociali, occorre sempre qualcuno che direttamente o indirettamente sostenga e alimenti la suggestione collettiva che fa vero e attivo il mito, anche se si deve ammettere che, in un secondo momento, il mito finisce spesso con l’assumere una specie di vita propria. Non possiamo approfondire qui un problema cosi complesso e delicato, perché anche l’evocare l’imagine del domatore, come qualcuno ha fatto, ci lascia nel lato esteriore del procedimento, non ci illumina sulle condizioni più profonde della sua possibilità. Ci limiteremo a dire che come noi non crediamo ad una spontaneità delle folle, così noi non crediamo nemmeno ad una vera autonomia dei creatori di miti e dei dirigenti collettivistici, poiché questi, a loro volta ci appaiono quasi sempre condizionati dalle forze da essi apparentemente dirette e ben di rado presentano le qualità di veri capi spirituali. Salvo rare eccezioni, coloro che presso all’avvento degli strati sociali più bassi con le loro visioni e i loro miti sembrano gli iniziatori di verità e di correnti nuove, sono solo centri di cristallizzazione di stati collettivi diffusi, da considerarsi, a loro volta, meno come cause determinanti che come risultati di influenze più lontane e meno afferrabili.

Per approfondire la genesi vera dei miti moderni e della loro potenza bisognerebbe dunque porsi la quistione generale delle cause vere della decadenza moderna poiché i vari elementi di essa son senza dubbio solidali; bisognerebbe crearsi uno sguardo capace di penetrare ciò che si nasconde dietro gli avvenimenti apparenti; bisognerebbe presentire le influenze segrete e non semplicemente umane a cui, senza rendersene conto, i «creatori» di miti obbediscono e che costituiscono la base vera della forza suggestiva irrazionale delle ideologie da loro formulate. È inutile dire che una indagine del genere trascende nettamente sia le possibilità che i metodi di una qualsiasi sociologia e psicanalisi applicata; né essa sarebbe da consigliarsi a coloro che ad una visione chiara della realtà preferiscono confuse speranze e disordinati tentativi di reazione.

segue nella terza parte



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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