Nascita ed essenza del «mito» moderno (III parte)

Evola completa, con parole di incredibile lucidità e chiarezza, la sua disanima sul processo di decadimento dell’umanità letto attraverso la degenerescenza del mito, propugnando, come avevamo anticipato, il ritorno ad una nuova epoca di chiarezza, severità e dignità classica, di essenzialità ed elementarietà di linee e forme, di caratteri e di personalità. Un’éra in cui nuovi uomini e nuove élites saranno in grado di sconfiggere la “mitologia psichica” della contemporaneità, che si nutre di forme e d’immagini, di suggestioni e pulsioni irrazionali e febbrili, di faustismo e passionalità, in cui ciò che proviene dal basso risale e si potenzia a dismisura utilizzando e pervertendo proprio lo strumento del mito.

Notevoli, come avevamo accennato, i punti di contatto di quest’Uomo Nuovo già prefigurato dall’Evola degli Anni Trenta con l’Arbeiter di Ernst Jünger, figura archetipica che avrebbe infatti avrebbe richiamato l’attenzione di Evola proprio in quel periodo: freddo dominatore in un’era in cui l’impersonalità attiva, nuda e cruda, si sarebbe manifestata anche nella capacità di padroneggiare, disciplinare ed animare la Tecnica, creando i presupposti per la rinascita di forme di personalità superiore. La necessità del ritorno ad una essenzialità asciutta ed impersonale, “elementare” e severa, spirituale e marziale, con la creazione-rinascita dell’Uomo Nuovo, era d’altronde avvertita da più parti, in quegli anni, come fondamentale per salvare e far rinascere il vero spirito europeo: i movimenti fascisti di quel periodo si sarebbero fatti carico di ricostruirlo dalle fondamenta.

***

di Julius Evola

segue dalla seconda parte

Dalla veduta complessiva della storia già esposta risulta, in ogni modo, che la nuova età mitologica corrisponde all’ultima delle quattro fasi del processo di involuzione delle caste. I miti accompagnano e animano essenzialmente l’epoca della casta servile, cioè delle masse, sia pure con alcune connessioni con la precedente epoca del razionalismo. Onde può dirsi senza esitazione che anche quando alcuni miti oggi presentano un contenuto aristocratico, la loro vera sostanza e la loro dinamica non per questo cessa di esser plebea. Abbiamo anche accennato che il fenomeno involutivo non si manifesta solo in un livellamento, ma anche in un capovolgimento di polarità. Con questo capovolgimento l’inferiore, cioè l’irrazionale, il vitale, il collettivo, assorbe e dirige gli elementi restanti superiori della struttura umana e sociale, forze di «mercanti», forze di «guerrieri», forze di nuove pseudoaristocrazie. Raggiungendo la zona dello spirito, queste correnti dal basso si proiettano ed esaltano appunto nel mito e cosi raggiungono il loro più alto potenziale. È così che il nostro tempo ci appare fin troppo saturo di misticismo, ma questo misticismo, ripetiamolo ancora una volta, non ha nulla di sovrannaturale, è privo di un vero centro, e l’atmosfera relativa è infinitamente più pericolosa, distruttiva e paralizzatrice di quella di un materialismo o collettivismo nudo e crudo.

Per cui, se noi dovessimo indicare le possibili vie d’uscita dalla situazione presente, diremmo senza esitare che il primo compito è una purificazione radicale di tutto ciò che oggi si chiama spirito, un superamento assoluto di tutte le forme contemporanee di mitologia e di misticismo. Spirito oggi significa nebbia, sensazione, evasione, esaltazione. Di contro a ciò, bisogna lottare per un’epoca nuova di chiarezza, di freddezza, di forma. Con tutti i mezzi, bisogna ricondurre l’uomo a sé stesso, sbarrargli l’insano bisogno di credere e di abbandonarsi, ridurlo ad una semplicità essenziale. Bisogna giungere ad un mondo in cui vi siano solo gli uomini e le cose e le pure, assolute relazioni fra gli uni e le altre, senza imagini, senza febbri, senza slanci passionali, senza parole, senza ideologie, senza gesti. Vorremmo chiamare questo compito distruzione del romanticismo e dell’idealismo in nome di una nuova epoca dorica e classica, di una nuova freddezza e dignità romana. Come condizione preliminare per una rinascita, non vediamo altra via.

In un tale mondo i deboli cadranno, ma i più forti ritroveranno sé stessi, impareranno a tenersi in piedi senza sostegni e si renderanno attivi in senso superiore. Cessando di esser mossi, essi si muoveranno. Questa atmosfera di chiarezza significherà morte per ogni mito. Fermi limiti e dure discipline sbarreranno le vie dell’interiorità umana alla violenza del collettivo. Lentamente, in una crescenza interiore s’inizierà così la reintegrazione della personalità, e forze nuove, forze di un ciclo uovo, potranno allora guidare la conoscenza e l’azione. Infatti a questo punto ci troveremmo già di là dall’éra delle masse e dall’èra della borghesia, si avrebbe una civiltà e uno stile di vita corrispondente analogicamente alle visioni e ai valori della seconda casta, cioè della casta dei guerrieri e come tale trascendente anche il piano di ogni schema umanistico e razionalistico. Ma a sua volta questo mondo composto di virilità e di forma, questo mondo duramente personalizzato, dorico, sostanziale, diverrà solo un punto di partenza. Riportare questo mondo ad un punto di riferimento trascendente, aprirlo a contatti metafisici nel senso non di un’alterazione, ma di una integrazione e di una trasfigurazione, è il compito ulteriore. La soluzione di tale compito resta però problematica. Infatti lo spirito non si lascia costruire. Non vi sono discipline che conducono ad esso ed oggi esso non è presente, come lo era quale segreto contenuto sacrale della prima, virile Romanità. L’azione di ogni cultura resta limitata ad una preparazione e ad una disposizione. Ma perché si manifesti lo spirito come potenza assolutamente organizzatrice e animatrice occorre una specie di invisibile azione dall’alto.

È qui che si pone il problema della vera élite. Una élite di capi spirituali, non di ipnotizzatori e di contingenti dominatori di forze collettive irrazionali, sarà quella che potrà presiedere ad un ciclo d’ordine ancor più alto, ad un ciclo metafisico. Ma a tale riguardo le possibilità di equivoco sono infinite. Oggi infatti dappertutto non si sente parlare che di élite, e vi è forse un imbrattatore di carta da stampa di un certo rango che non si presuma qualificato per farne parte e quindi per guidare la nave pericolante della civiltà occidentale? Così bisogna dichiarare nel modo più formale che non si tratta di nulla di ciò che dai più oggi può venire imaginato e proposto come élite e meno che mai si tratta di pallide intese internazionali di intellettuali più o meno alla moda, tanto ricchi di complessi narcisistici e esibizionistici quanto poveri di vera dottrina.

Mentre da un lato negli strati più ampi delle nazioni occidentali si dovrebbe promuovere un lavoro generale di disintossicazione psichica, di distruzione dei miti, di reintegrazione della personalità e di avviamento verso un nuovo realismo attivo, dall’altro lato un più piccolo gruppo dovrebbe rendersi capace di calcare le silenziose, segrete vie della conoscenza metafisica tradizionale. Fuori da qualsiasi organizzazione visibile e indipendentemente da qualsiasi fine immediato, questo gruppo enucleerà delle qualità, preparerà delle forze, raggiungerà una nuova serietà, una nuova profondità, una nuova solare virilità, di fronte alla quale ogni arte significherà vanità, ogni speculazione vano gioco con astrazioni impotenti, ogni volgare politica oscuro meccanismo, ogni varietà della frenesia dell’azione quale i tempi ultimi l’hanno prodotta, un oppio deleterio. Solo su tale base in questa élite la parola nobiltà riacquisterà il suo significato supremo e originario, il suo duro, arido, assoluto splendore.

L’azione di questa élite, in un primo momento, sarà quella che i chimici chiamano catalitica, cioè: azione trasformatrice per presenza. Essa agirà come un fermento invisibile e come centro di cristallizzazione di influenze di nuovo genere. Tutto il problema sta nel vedere se a queste influenze riuscirà di saturare un ambiente, cioè di compenetrare e orientare nelle sue radici più profonde il nuovo mondo della forma, della chiarezza, della personalità, del realismo attivo, impedendo che esso si faccia principio e fine a sé stesso. In ciò, noi intendiamo ben altro che il passaggio da una «visione del mondo» ad un’altra, vano voltarsi da un lato e dall’altro di un malato insonne. Noi intendiamo una mutazione da compiersi nel sangue, anzi più nel profondo che non nel sangue, come un ricordo, come un risveglio, come una trascendente animazione.

Sorgerà allora, e si farà assoluta, anche se contenuta in forme esteriormente rigide e temprate come l’acciaio, la volontà di qualcosa di più alto, che non tutto quel che cose e uomini posson mai dare. È a questo punto che l’élite si manifesterà anche visibilmente, essa assumerà con mani incrollabili la direzione di ogni forza, essa sarà la portatrice di scettro. Ponti saranno gittati di là dall’umanamente condizionato. Nuovi contatti restituiranno all’azione e alla conoscenza degli esseri che vivono quaggiù la loro potenzialità metafisica. La forza più forte della vita e della morte tornerà ad essere presente al centro, come asse, fiamma e luce di nuove civiltà solari. Una gerarchia integrale si ristabilirà. Su nuove grandi correnti di uomini e di razze passerà di nuovo il libero vento delle altezze.

Questi, naturalmente, sono punti liminali, linee di vetta – e nessuno deve credere che con ciò la portata pratica di movimenti ricostruttori sorti contro le forme finali della decadenza collettivistica e della mistica demagogica – sopra di tutto quella fascista – sia menomamente disconosciuta. Ma da un punto di vista più alto, cioè in sede già superpolitica, in un mondo di nebbie e di incerti bagliori, come quello attuale, solo gli apici che troneggiano al disopra delle contingenze e delle tempeste possono, ad onta della loro lontananza, fornire il giusto orientamento. Invero, solo l’insofferenza per ogni compromesso e per ogni limitazione e il coraggio spirituale delle prospettive assolute distinguerà la nuova schiera, la schiera di coloro che possono testimoniare di una vocazione spirituale e ai quali sarà rimesso il compito e la responsabilità della ricostruzione futura.



Julius Evola

A proposito di...


'Nascita ed essenza del «mito» moderno (III parte)' has no comments

Vuoi essere il primo a commentare questo articolo?

Vuoi condividere i tuoi pensieri?

Il tuo indirizzo email non verrà divulgato.

"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

Tutto quanto pubblicato in questo sito può essere liberamente replicato e divulgato, purché non a scopi commerciali, e purché sia sempre citata la fonte - RigenerAzione Evola