Natalis invicti

di Julius Evola

Tratto da  “Regime Fascista”, 30 dicembre 1933

È sempre interessante riportare alla luce il significato primordiale tenuto in simboli e tradizioni divenute nel corso dei tempi usanze quasi sempre ignare delle loro radici originarie. Tale è p. es. il caso delle due grandi fèste di questi giorni, il Natale e l’inizio dell’anno nuovo. Ben pochi sospettano che con la celebrazione di queste feste significative oggi, in seno al secolo delle folle cosmopolite, dei grattacieli, della radio si continua tradizione che può ben dirsi primordiale e cosmica, inquantochè le sue tracce ci riportano ai tempi stessi che videro l’aurora dell’umanità e in essa non tanto si rifletteva  una credenza degli uomini, quanto la gran voce delle stesse cose.

È anzitutto da rilevare che in origine Natale e Capodanno coincidevano: in tutto un ciclo di civiltà antiche l’inizio dell’anno nuovo cadeva nel solstizio d’inverno , il quale ha appunto la data del Natale: 25 dicembre (1). Una tale data a Roma era una data solare: era quella del risorgere del Dio Sole Invitto: Natalis Solis Invicti. Con essa, come giorno del «Sole nuovo» — Sol Novus — nell’epoca imperiale prendeva dunque inizio il nuovo ciclo annuale. Ma il Natale solare romano rimanda a sua volta ad una tradizione ben più antica. Del resto, Sol, il sole, appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini, che vennero ai Romani da una anteriore, misteriosa antichità.

Una serie di nuove ricerche, alle quali del resto in queste stesse colonne avemmo occasione di riferirci, inclina peraltro a stabilire che già nell’età della pietra l’umanità aveva una sua civiltà e una sua religione, anziché essere — come comunemente si crede — un insieme di orde selvagge e quasi animalesche. Centro di questa civiltà, sopratutto fra i ceppi che dovevano esser gli arcaici progenitori delle successive razze indoeuropee, sarebbe stato appunto il culto solare, non solo ma il solstizio d’inverno, cioè la data natalizia (1), sarebbe stata per essa il punto più significativo. Simboli, segni, jerogrammi, figurazioni su vasi, o armi, o ornamenti, enigmatiche disposizioni di pietre rituali o di caverne nelle tracce preistoriche, che sparse nelle plaghe più diverse della terra, più tardi riti e miti delle civiltà successive, assunti sotto diversa luce, sembran dare ai nuovi ricercatori una singolare e unanime testimonianza di tutto ciò: a conferma di quanto può, risultare direttamente a chi per «tradizione» abbia familiarità con un certo ordine di insegnamenti.

“Lichtgebet” (preghiera alla luce) di Hugo Höppener detto Fidus (1894)

Peraltro, con capovolgimento delle interpretazioni proprie al materialismo pseudopositivista di ieri, qui come premessa va messo in fermo ancora una volta che l’uomo antico vedeva le cose con uno sguardo ben diverso da quello attuale. Egli concepiva la natura sotto specie di simbolo. Lungi dal divinizzare superstiziosamente i grandi fenomeni naturali, egli assumeva questi fenomeni come espressioni simboliche offertegli spontaneamente con tratti possenti dalla natura per significati superiori. È in tal senso che ad una grande civiltà preistorica sarebbe stato proprio il culto solare: nel senso cioè che il corso annuale del sole nelle fasi ascendenti e difendenti sarebbe valso ad esprimere e, per così dire, a sensibilizzare, l’intuizione di una legge universale di rinnovamento, di «morte e rinascita». Il solstizio d’inverno è il punto critico di questa vicenda, è quello in cui la luce sembra estinguersi e abbandonare la terra desolata e gelata, su cui però ecco che poi di nuovo, si alza e risplende. In tal senso la data 25 dicembre già in tempi anteriori di millenni al cristianesimo significò nascita, rinascita, luce, e ad essa corrisposero riti e feste sacre. Qui sorge una vita nuova, si apre un nuovo ciclo, si pone un nuovo inizio. L’Albero di Natale, che ancor oggi sopravvive, carico di «doni», riproduce un antichissimo «albero della vita» o «datore di vita», l’albero cosmico della rinascita.

Son onesti stessi significaci rituali e simbolici che presero dunque corpo nella stessa Roma antica. Al contatto con la religione guerriera di Mithra sotto Aureliano la data del 25 dicembre fu altresì quella della celebrazione del Natalis Invicti, cioè dello stesso Mithra considerato come eroe solare. Con ciò, come qualcuno ha giustamente rilevato, il calendario romano veniva restaurato in quel suo antico aspetto astronomico e fisico che esso aveva ai tempi primi di Romolo e di Numa e che conferiva alle feste il significato di grandi simboli nella coincidenza delle loro date con grandi epoche della vita del mondo.

L’attributo di invictus aniketos — al Sole e a Mithra è un attributo «trionfale». In Oriente esso già si applicava alle potenze siderali appunto perché, dopo aver sembrato sparire e perire, esse sempre risorgono in un nuovo splendore, vittoriose sulle tenebre. Basta trasporre analogicamente questa idea per comprendere l’intimo senso dell’applicazione dell’attributo «solare» ai tipi o agli ideali di una superumanità dominatrice. Come il Sole risorge, perennemente vittorioso sulle tenebre, così pure in una perenne vittoria interiore sulla natura mortale e istintiva si compie colui che ha eminentemente la mistica virtù di esser re, vincitore, duce. Da qui tutta una serie di tradizioni interessantissime, cui purtroppo non possiamo nemmeno accennare, ove sempre si ritrova una connessione fra il simbolismo solare e le forme supreme, «divine», della regalità; dall’India e dall’Egitto fino alla Persia, all’antica Grecia e alla stessa America precolombiana. Questa stessa tradizione affiora e si afferma anche in Roma.

Nella Victoria Caesaris cioè nella mistica forza trionfale che nel suo simbolo l’un  Cesare trasmetteva all’altro non si ha infatti che la traduzione romana dello hvarenô conosciuto dall’antichissima tradizione regale mazdea: lo hvarenô in tale tradizione indoeuropea essendo appunto una misteriosa forza «solare» che investe i duci, li rende immortali, li manifesta e testimonia con la vittoria. D’altra parte, vi è forse chi ricorda il nostro recente articolo, ove mostrammo come significati del genere stessero al centro del tentativo di restaurazione solare operato da Giuliano Imperatore.

Una antica effige romana di Sol figura questo dio con la destra levata nel gesto «pontificale» di protezione e con la sinistra che regge una sfera, simbolo del suo dominio universale: proprio come i Cristiani dovevano figurare il bambino Gesù. In un’altra imagine si vede però lo stesso dio Sole che, trasmette il globo all’imperatore, presso ad  inscrizioni che riferiscono appunto alla «solarità» la stabilità e l’imperium di Roma: Sol conservator Orbis, Sol dominus romani imperii. In una terza imagine (del Museo Capitolino) il simbolo di Sol Sanctissimus è associato all’Aquila, all’animale fatidico di Roma che si pensava traesse simbolicamente dal rogo funerario nei cieli lo spirito transumanato degli imperatori morti. Tutto ciò ci dice dunque chiaramente di un «mandato divino solare» come anima viva di quella funzione imperiale, che tanti ancora suppongono non esser stata, in Roma, che una pesante e brutta carica laica rivestita di superstizioni. Come l’antico «Giorno del Sole» della settimana romana come «Giorno del Signore» (domenica) sopravvisse nei tempi successivi, così nella festa del Natale si continua parimenti ancor fino ad oggi l’eco deformato dell’antica festa solstiziale romana: Natalis Invicti.

E questa, a sua volta, ci riporta dunque agli orizzonti grandiosi di una concezione primordiale – solare, sacra e eroica ad un tempo, ad una umanità a cui la stessa natura, in tale data fatidica parlava di un mistero di resurrezione, della nascita di un principio non pure di «luce» e di vita rinnovata, ma altresì di imperium, nel senso, più alto, glorioso, e trascendente di questo termine.

Nota redazionale

(1) In realtà, com’è noto, il solstizio d’inverno, in cui il sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di minima declinazione, non cade sempre nello stesso giorno, e non corrisponde quindi sempre al 25 dicembre.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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