Nobiltà, svegliati!

Completiamo, almeno per ora, l’approfondimento sul tema dell’aristocrazia e della nobiltà da intendersi in senso tradizionale, quale sbocco verso l’alto di una compiuta rivoluzione antiborghese, aperto con i saggi di Evola “Significato dell’aristocrazia per il fronte antiborghese” (“La Vita Italiana”, giugno 1940) e “Sull’essenza e la funzione attuale dello spirito aristocratico” (“Lo Stato”, ottobre 1941).

Nel luglio 1942, e quindi, significativamente ed insistentemente, ancora in piena guerra, una guerra che sempre di più, col passare degli anni, stava assumendo i connotati di un tragico conflitto cosmico tra visioni antitetiche del mondo, Evola riproponeva il tema della necessità di “scuotere” l’ambiente dell’aristocrazia nobiliare italiana, di lanciare un grido di allarme dinnanzi ad un processo di decadenza e di imborghesimento irreversibile che l’avrebbe condotta all’autodistruzione. Un’aristocrazia puramente di facciata, “nominale”, che guardava ammiccante e gaudente alla decadente società inglese, francese ed americana, rigettando con ripugnanza la ferrea, gerarchica tradizione dell’aristocrazia germanica, prussiana, mitteleuropea. Una nobiltà puramente “araldica”, che rappresentava ormai “semplicemente un bastione dell’ideale agnostico privatistico e liberale borghese”.

Evola già intravedeva i tratti di quella “discarica” della storia dove sarebbe vergognosamente finita la gloria dell’antica casta nobiliare: e basta vedere cosa ne è oggi di famiglie nobiliari e monarchiche in genere, laddove formalmente sopravvissute, per rendersi conto che tutto è andato secondo la via indicata. Sono rimasti soltanto i titoli, le apparenze, le esteriorità, gli snobismi, gli sfarzi e le ostentazioni più volgari, ma non ci sono più gli Uomini e le Donne, non c’è più alcuna parvenza di una vera Aristocrazia dello Spirito. Salvo sporadiche eccezioni, c’è spazio solo per caricature e macchiette subumane, nel nome di una becera, stantia oligarchia del nulla.

Quello di Evola era un disperato tentativo di rianimare il più profondo, tradizionale spirito aristocratico che avrebbe dovuto costituire la nervatura, il fondamento di una rinascita spirituale, superiore, gerarchica, organica, che avrebbe accompagnato un’eventuale vittoria bellica. Vi è un solo rifugio sicuro e saldo per la nobiltà – e questo è un sistema autoritario e gerarchico. Se la nobiltà se ne taglia fuori, con ciò ha decretato la sua stessa fine”, scriveva Evola. Così è stato.

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di Julius Evola

tratto da “La Vita Italiana”, XXX, 352, luglio 1942

È a tutti noto il recente scandalo, conclusosi con l’invio al confino di due donne dell’”aristocrazia” romana e col “fermo” di vari altri esponenti della nobiltà della capitale, che han dovuto essere ammoniti o diffidati dalla polizia politica. Tutti costoro non avevano avvertito nessuna difficoltà ad invitare persona di nazione nemica e a passar con essa festevolmente e cordialmente la sera e la notte, a quel che sembra, perfino nel senso di un dispiaciuto commiato, la persona in quistione essendo in attesa di un mezzo per rientrare in America.

A chi ha avuto occasione di frequentare la cosiddetta “alta società” nostrana, un caso del genere non stupisce oltre misura. Più che di un episodio sporadico, si tratta infatti di un sintomo per tutta una mentalità e tutto un modo di vita. Bisogna riconoscerlo senza infingimenti: almeno per i tre quarti, la nobiltà “araldica” italiana non è all’altezza dei tempi attuali, essa rappresenta – e questo è il meno che si può dire – un elemento neutro e refrattario, estraneo ai valori e agli ideali in nome dei quali oggi noi combattiamo.

Certo, le eccezioni ci sono: nomi di grandi famiglie italiane stanno di nuovo arricchendo l’albo di gloria di questa guerra e vi sono esponenti dell’aristocrazia entrati a far parte delle nostre gerarchie politiche anche senza esser stati chiamati per l’intenzione di utilizzare il lustro connesso al loro nome e ad un titolo altisonante. Ma queste sono appunto eccezioni: sono reviviscenze sporadiche di una eredità che non può spegnersi dall’oggi al domani, nemmeno quando l’antico sangue abbia subito incroci contaminatori. Tuttavia chi consideri la nobiltà italiana nel suo insieme, non può non riconoscervi l’anzidetto carattere “neutro”, vale a dire un indifferentismo, una più o meno ostentata apoliticità mista di scetticismo altezzoso e di vanità mondana. La nobiltà così va a rappresentare un settore a parte: si trova di fatto fuor dallo Stato, essa ha cessato di essere come che sia una classe politica, costituisce una vera sopravvivenza perché, quanto a modi di vita e a costume, malgrado certi residui di un artificiale esclusivismo e a parte il lato “brillante”, a caratterizzarla ormai è uno standard di vita “privata” e spiritualmente borghese.

E per una tale vita vana dell’aristocrazia il modello è offerto essenzialmente dalla società della nazioni atlantiche: un modello francese, ma ancor più anglosassone. Lo notava Mussolini già nel 1926: “tali classi alte danno l’esempio dell’infrancesarsi, dell’inglesizzarsi e dell’americanizzarsi”, non solo, ma nel prendere snobisticamente la psicologia di tali popoli “esse ne prendono soprattutto i difetti”. La “società”, le monde di questa sopravvivente nobiltà araldica non ha nulla non diciamo d’italiano, ma nemmeno di rifacentesi alle migliori tradizioni europee del passato. Già i nomi dei punti di riferimento più gloriosi di questa vita mondano-aristocratica sono significativi: bridge, cocktail-party, golf o tennis, pocker. Il figurino del gentleman fra lo sportivo e il mondano, miscuglio di formalismo conformistico e di altezzosità gratuita, internazionalisticamente intonato, con mezzi per vivere agiatamente e ubiquamente fra “crociere”, “sport invernali”, salotti in voga e balli, è quello che anche per l’aristocrazia in quistione ha rappresentato l’ideale e determinato le bon ton.

La società fu creata nel 1919 con la firma del trattato di Versailles!

E ciò dura già da tempo: non da oggi l’high life nostra è inglesizzante, se non pure americanizzante: e se le porte di tanti noti salotti dell’alta società furono già generosamente aperte a uomini e donne d’America, nelle quali l’appartenenza alle cliques plutocratiche faceva dell’eventuale razza ebraica o di un passato tutt’altro che trasparente solo un piccolo difetto di bellezza, rimproverabile unicamente da parte di menti arretrate e fanatiche – deve forse stupire il fatto che in questa guerra l’aristocrazia e la “mondanità” non si trovino a loro agio, non potendo esse rinnegare la propria tradizione elettiva e tagliare i ponti col modo d’essere da esse essenzialmente ripreso dalle nazioni che oggi ci sono nemiche? L’afascismo o il larvato antifascismo a sfumature internazionalistiche e filoanglosassoni degli ambienti in quistione è una conseguenza naturale della loro stessa natura, del modo d’essere che li caratterizza.

Dicevamo poi che un tale modo d’essere, sotto un altro aspetto, è semplicemente quello borghese. Infatti, che cosa vuole, alla fine, questa nobiltà araldica mondanizzata? Perché essa poco ne vuol sapere del fascismo e di ogni sistema autoritario? Perché non vuol esser disturbata, perché vuol continuare le sue fiere della vanità, la sua vita di bridge, di tè e di ritrovi o mondani o sportivi, senza occuparsi di politica, senza partecipar per nulla alla vita complessiva di una nazione. Munita dei caratteri più artificiali di una casta – perché qui, piuttosto, si tratta di una specie di massoneria mondana, nell’esclusivismo della quale entrano raramente in questo in sangue, il carattere, la tradizione spirituale – questa aristocrazia nominale rappresenta semplicemente un bastione dell’ideale agnostico privatistico e liberale borghese. Di veramente aristocratico, fuor che i vuoti titoli e lo snobismo atto a far colpo solo sul provinciale o sull’“arrivato”, essa non ha nulla.

Noi capiremmo una nobiltà che rappresentasse una opposizione politica per coerenza ad una sua propria tradizione: una nobiltà, ad esempio, che fosse antifascista o afascista perché violentemente reazionaria, conservatrice e legittimistica, come in una certa misura è stato il caso di una certa aristocrazia tedesca. Ma nel nostro caso non si ha assolutamente nulla di simile: la nobiltà di cui parliamo è incapace di addurre una qualunque idea a giustificazione del suo astensionismo, della sua “neutralità”: essa non è l’esponente di nessuna concezione particolare dello Stato, essa è renitente solo perché vive e vuole continuare a vivere senza esser disturbata nelle sue fiere di vanità, nel ritmo “brillante” di una esistenza che, in fondo, è borghese. Solo per questo, quando essa per accenni s’interessa di politica, le sue simpatie vanno per i regimi di carattere liberale: e si dimentica, che proprio dal liberalismo sono stati affossati i regimi, dai quali le sopravviventi, vere aristocrazie europee potettero ancora tratte un loro prestigio, un reale potere, una dignità…

Così è logico che nella nobiltà araldica mondanizzata italiana, le simpatia per la “società” di tipo francese e anglosassone si associano ad una antipatia quasi unanime per l’elemento germanico, anche quando si tratti di antica aristocrazia tedesca o austriaca. La causa di tale avversione è identica a quella dell’opposta simpatia. Il mondo germanico, infatti, fu quello che forse più di ogni altro conservò maggiori resti di una aristocrazia, che simultaneamente rappresentò un partito e una classe politica e fornì i nuclei più preziosi per un organismo statale autoritario e gerarchico. Di ciò, la nostra aristocrazia, nella grandissima parte dei casi, non vuol saperne nulla: vi vede qualcosa di “barbarico”, di privo di bon ton, di “prussiano” nel senso stereotipo e dispregiativo del termine. Non vi è abbastanza “mondanità”, non vi sono idee abbastanza larghe, non vi è “finezza”, non vi è esprit, vi è troppo “casta” in quel senso “oscurantistico”, che fa avere, malgrado tutto, poco a grado le mésalliances col dollaro e col sangue del parvenu o dell’ebreo.

Pertanto, proprio qui s’incontra una delle cause principali della debolezza della nobiltà nostra: questa causa – come lo abbiamo spesso ricordato – sta nel fatto che la nobiltà italiana solo in minima parte è stata una aristocrazia feudale e terriera, nella massima parte è stata invece una mera aristocrazia di corte, esaurentesi in titoli cui non si accompagnava né una potenza reale, né dei beni sufficienti per poter condurre decorosamente un certo, convenuto tenore di vita cittadino. E la piaga di una tale aristocrazia semplicemente titolare è viva soprattutto nell’Italia meridionale, che pullula di duchi, principi e marchesi costretti, dallo stesso sistema, ad ogni sorta di ripieghi per tenersi in linea, primo fra tutti, quello costituito da matrimoni vantaggiosi con straniere soprattutto d’oltre oceano. A ciò si aggiunga che quella minor parte della nostra aristocrazia, che disponeva di terre, le ha abbandonate: invece di sentir l’orgoglio di reggerle direttamente, come dei piccoli regni, le ha considerate come una pure fonte di rendite, da consumarsi nella vana vita delle città. Da qui, un fatale ritmo di malamministrazione, che ha fatto sì che oggi sono pochi i nomi della migliore aristocrazia terriera italiana che non figurino fra le liste dei debitori morosi del credito fondiario.

“La nobiltà ha senso soltanto se è composta da famiglie di capi, e se di conseguenza si rivela in grado di fornire dei capi al popolo. La nobiltà che non vuole o non può farlo risulta inutile”

Così stando le cose, la situazione della nobiltà italiana – bisogna confessarlo – è grave: e un sintomo, come quello dello scandalo sopra accennato, è pieno di significato, perché induce a domandarsi, se la nobiltà, cui qui si allude, con la sua leggerezza e la sua irresponsabilità, intenda proprio scavarsi la propria fossa, come già lo fece l’antica aristocrazia francese, anch’essa estatica di fronte al figurino inglese e liberale. Quei nobili, che per avventura sono ancora capaci di pensare, si dovrebbero render conto che vi sono fin troppi elementi, i quali vanno in caccia di pretesti e nei quali le formule della “giustizia sociale” e della “solidarietà nazionale”, distaccandosi da quel loro contenuto di verità, pel quale ad esse noi stessi possiamo aderire, si trasformano in larvati miti sovversivi. La nobiltà “araldica” in quistione bisogna che si renda conto che con la vita mondanizzata e snobistica che essa conduce e con il suo larvato aventinismo, anche qualora non commetta imprudenze, non può ormai durarla a lungo. Invece di servir d’esempio, essa serve di scandaloso. Si dirà: lo scandalo sorge anche altrove. Ciò dovrebbe tuttavia esser soltanto una ragione per far altrimenti e quindi per tener alto il prestigio e la dignità di una classe.

La nobiltà deve svegliarsi, o rassegnarsi a perire, e nemmeno con gloria: a perire per corrosione e fatale sommersione. Svegliarsi per noi significa: ridivenire, ad ogni costo, una classe politica. La nobiltà nostra, se vuole, parafrasi a tale riguardo una nota parola d’ordine della Rivoluzione, e dica: Stato e fascismo non si negano, Stato e fascismo si conquistano. Neutralità, renitenza, simpatie tacite per nazioni oggi da noi combattute come modo d’essere ancor prima che come popoli, vanità mondana, tutto questo è nulla. Ed è poi, da parte della nobiltà, ottusità non tanto da animale, quanto addirittura da minerale, persistere oggi nell’amore con l’idea liberale pro domo sua, cioè per poter continuare indisturbati la “vita di alta società” in combutta con la plutocrazia, la mondanità cosmopolita e, infine con quegli “arrivati” – purtroppo d’ordine anche politico – che spasimano di carpire qualche titolo e di vantare questa o quella amicizia con la nobiltà araldica. Bisogna invece persuadersi che, per un fatale ritmo della storia e per una specie di giustizia immanente, il liberalismo è solo il preludio di una fase ancor più spinta della sovversione, rappresentata dal collettivismo, dal socialismo, dall’elemento plebeo, al quale, una volta realizzatasi la disgregazione liberale, le vie sono virtualmente aperte.

Vi è un solo rifugio sicuro e saldo per la nobiltà – e questo è un sistema autoritario e gerarchico. Se la nobiltà se ne taglia fuori, con ciò ha decretato la sua stessa fine. Ma, d’altra parte, la nobiltà non potrà mai penetrare in questo sistema attivamente, cioè non solo per garantire la propria esistenza ma anche per potenziare, energizzare e – eventualmente – perfino rettificare le strutture di esso, finchè non chieda a se stessa il miracolo di un risveglio, di una resurrezione. Come si è detto, per la presenza, nel passato dell’aristocrazia italiana, di un insieme di circostanze sfavorevoli, questo compito sarà particolarmente arduo. I tempi, tuttavia, non lasciano altra scelta. Nel nuovo ordine europeo non vi sarà posto per nessuna nobiltà sul tipo di quella puramente nominale, anodina e snobista, che noi qui abbiamo accusata e, invero, non dal punto di vista socialistico o tribunizio, bensì da quello di chiunque senta davvero la dignità della vera idea aristocratica. E se anche in Italia la prova dovesse fallire, meglio una rapida fine che il protrarsi di contraffazioni e di caricature, di titoli e nomi altisonanti valevoli solo come oggetto di amara ironia.



Julius Evola

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