Seconda parte del sesto ed ultimo articolo tratto dal n. 72 del “Diorama Letterario” diretto da Marco Tarchi, pubblicato nel giugno del 1984 e dedicato ad Evola nel primo decennale della sua scomparsa terrena. Si tratta dell’articolo intitolato “Note sull’Evola moderno”, a firma di Giano Accame, noto giornalista e saggista, scomparso nel 2009.
Nell’articolo che proponiamo, come accennato, Accame presentava il lavoro dell’amico Roberto Melchionda, Il volto di Dioniso, di cui scrisse la prefazione e di cui abbiamo parlato nel sopra citato saggio “Evola ed il pensiero debole”. Un volume importante perché, come osserva Accame, in esso Melchionda analizzava in una chiave nuova la fase pre-sapienziale di Evola, quella artistica e filosofica, interpretandola come un periodo strettamente collegato a quello successivo, in un processo di elaborazione e di continuità, e non di rottura, come generalmente si pensa. In quella fase sarebbero state gettate in sostanza le basi, le fondamenta per l’approdo alla fase sapienziale e tradizionale. Interessanti in questa seconda parte sono anche i riferimenti al nichilismo, a figure estreme come Nietzsche, Weiniger o Michaelstaedter, alle profetiche visioni di Dostoevskij, alle influenze su Evola, ai vuoti esistenziali di fine ciclo, dove la scomparsa di Dio dalla storia non può esser colmata da dannosi surrogati psico-materialistici, e così via. Tanti spunti di riflessione ed analisi, ancora assolutamente attuali, e che, anzi, offrono inquietanti scorci di osservazione sugli abissi della nostra contemporaneità; mentre la prospettiva, cui faceva cenno Accame, di un avvicinamento “culturale” tra “destra e sinistra pensanti“, con l’approdo, se non a veri e propri “punti di incontro“, a “zone sempre più limitrofe di ricerca nella constatazione che la crisi del mondo moderno non si risolve semplicemente con la soluzione della lotta di classe“, con la rivalutazione di figure tra cui quella dello stesso Evola, sembra oggi abbondantemente naufragata. Tentativi di avvicinamento magari valutati, con tutte le limitazioni del caso, da singole personalità, ma per lo più frustrati, soprattutto da sinistra, ora da un imponente (e più ampio) fenomeno di deculturazione, stimolato dai nuovi mezzi di comunicazione easy e smart col quale tutti possono improvvisarsi maestri, saggisti, filosofi e quant’altro, ora dall’inevitabile riemergere di tristi e miopi ristrettezze concettuali, ravvivate dall’innalzarsi di banali e ridicoli steccati ideologici che ormai non hanno più alcuna ragione di esistere, in un’epoca di totale, irrefrenabile decadenza.
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di Giano Accame
segue dalla prima parte
Evola, tuttavia, ha anche insegnato a cavalcare la tigre ed a vivere intensamente in questo mondo, sia pure con atteggiamento diverso da chi vi aderisce consenziente e vi si riconosce. Tali insegnamenti non vengono solo dalle successive conoscenze iniziatiche, ma da esperienze e tentativi precedenti. Melchionda è, ad esempio, convinto che il capitolo giovanile della droga abbia contato più di quanto ora appaia da Il Cammino del Cinabro, dalla «parentesi sulle droghe» inclusa in Cavalcare la tigre o dagli accenni (in L’Arco e la Clava) alle prove di «autotrascendimento ascendente» tentate da Aldous Huxley con la mescalina.

Otto Weininger
E cosi gli interrogativi che sorgono sul pericoli di devastazione della personalità, come conseguenza dell’approfondimento di certe esperienze interiori senza disporre di adeguate difese, pericoli da Evola insistentemente segnalati nella sua fase esoterica, nascono già dalla ricerca artistica e filosofica.
La via iniziatica à abitualmente circondata da prospettive inquietanti, che hanno ormai il loro luogo comune letterario nel drammatico e mortale incontro di Katherine Mansfield col mago Gurdjeff. Ma la droga, l’arte, la filosofia nelle loro estreme tensioni hanno gli stessi effetti. Le piaghe ancora aperte degli «anni di piombo« sono qui a dimostrarci come le eccitazioni del pensiero possano produrre esiti fatali in chi non sia sufficientemente preparato a controllarle. Sappiamo che Evola ha sfiorato da giovane tanto la follia di Nietzsche, quanto il suicidio di Michelstaedter, di Weininger e del cugino di Michelstaedter di cui era amico (dice Evola: seguiva le sue idee e fece la sua stessa fine, si uccise, quasi diagnosticando uno stesso processo di intossicazione cerebrale).
Resta sempre il sospetto che questi drammi avessero origine prevalentemente patologica, in particolare per Nietzsche, le cui spaventose emicranie non venivano solo dall’affollarsi di troppi pensieri. Ma la spiegazione volgare, e sin troppo rassicurante per chi goda di buona salute, non basta ad esaurire il tema del pensiero che distrugge le mente ed uccide chi vi si addentra. Di simili casi il surrealismo francese è pieno, Evola ricorda il suicidio dei surrealisti Vaché, Crevel e Rigaut: «quest’ultimo avendo rinfacciato agli altri di saper fare soltanto della letteratura, della poesia». Alla fine dell’amico Jacques Rigaut si è ispirato Pierre Drieu la Rochelle per il romanzo Le Feu follet (Fuoco fatuo), primo accarezzamento di un terna che concluderà nel 1944-45 col Racconto segreto ed il Diario, ove a sua volta autoanalizza e prepara il suicidio. Converrà approfondire in questa prospettiva l’intreccio dei temi che convergono nelle meditazioni di Drieu la Rochelle: il fascismo e come suo successore antiborghese il comunismo; l’attrazione della morte; gli interessi esoterici, con riferimento esplicito a René Guénon e René Daumal.
Tale intreccio ci riconduce ad un groviglio di enigmi ancora non risolti ed al centro dei quali sta la rivelazione nietzscheana sulla morte di Dio, con il nichilismo esistenziale e filosofico che di necessità ne segue. Il tormentato messaggio di Dostojewskii («Se Dio non esiste, tutto è permesso») ed il nichilismo attivo di Nietzsche restano alla base di Evola, che non ha mai pensato di evocare il mondo della Tradizione come una sorta di camomilla o di pillola antiansia per placare le inquietudini del nostro tempo. Nichilismo e Tradizione sono nei suoi libri le due facce di una stessa medaglia e la loro compresenza, per certi aspetti come poli contrapposti ma per altri come stessa cosa, pone problemi che i recenti incontri tra destra e sinistra hanno rimesso in movimento, riaprendo delle prospettive che nemmeno Evola aveva immaginate.
Evola ha trascorso e chiuso la sua vita in un periodo di contrapposizioni molto più nette (e per molti versi grossolane) di quanto oggi non appaiano. A dieci anni dalla sua scomparsa registriamo cambiamenti allora poco pensabili. Il processo di secolarizzazione proprio all’inizio degli anni 70 consumava ancora le sue ultime vittorie con lo stupido ottimismo ottocentesco di monsieur Homais, il farmacista di Madame Bovary, rafforzato dall’ulteriore ma già più angosciata spinta della psicoanalisi e della liberazione sessuale come effimero e fragile compenso ad un crescente vuoto spirituale. Gli «anni di piombo», la fine di Aldo Moro, l’emergere dal seno della massa consumistica di nuove solitudini e di nuove infelicità prodotte dal permissivismo, hanno nel frattempo chiarito su più larga scala proprio ciò che Dostojewskij o Nietzsche avevano già ben capito sin dal secolo scorso ed Evola sin dalle sue prime esperienze giovanili artistiche e filosofiche: «la morte di Dio» apre più problemi di quanti non ne risolva. Il che non significa ovviamente che si possa con gran facilità evitare di affrontarli tornando indietro, come se nulla fosse stato detto e fatto.

Friedrich Nietzsche (1844-1900)
La rifioritura nietzschiana, avviata con l’edizione critica di Colli e Montinari, servì soprattutto verso la fine degli anni 70 a colmare i deserti del riflusso nei privato per i molti giovani che il clima del disimpegno collettivo aveva lasciati soli con la sensazione d’essere rimasti senza scopo nella vita. E’ in questi momenti di disfatta che una dottrina di pessimismo virile adempie meglio alla propria funzione. Ma, secondo i vecchi schemi, era meno prevedibile che tale funzione potesse svilupparsi anche a sinistra e produrvi i travagli e le illuminazioni che si sono poi scorti nei convegno dell’Istituto Gramsci Veneto su Nietzsche e la cultura contemporanea (giugno 1981), in cui, ad esempio, la prima relazione di Giangiorgio Pasqualotto, coordinatore scientifico del convegno stesso, termina cosi: «Se questa è la malattia da schiavi di cui ancor oggi soffriamo, ci deve interessare non chi Nietzsche volesse curare, ma che possa aiutare a guarire. In particolare, per il socialismo, ‘guarire’ significa non essere più dottrina e partito di risentiti per invidia, di compassionevoli per dovere, di fanatici per fede, ma cominciare a diventare teoria e movimento di ‘innocenti’, di buoni per sovrabbondanza, di scettici per amore dell’esperimento: significa, insomma, smettere di essere un fatto plebeo, per cominciare a diventare un fenomeno aristocratico».
Pensieri non del tutto nuovi, perché in qualche modo devono avere attraversato la mente di due socialisti volontari come Lenin e Mussolini (per non parlare dell’ambizione hitleriana dell’Herrenvolk), ma interessanti ed in questo nuovi: perché riproposti dopo il superamento della cultura e dell’epoca delle rivoluzioni o, come suggerisce addirittura Augusto Del Noce, del «suicidio della rivoluzione».
Altrettanto inimmaginabili erano un tempo le espressioni di apprezzamento critico per Evola manifestate, in polemica con Norberto Bobbio, da un filosofo e deputato comunista come Massimo Cacciari in una intervista a Gianfranco de Turris per «Il Settimanale» (17 giugno 1981). Mi parve in quella intervista eccessiva la foga con cui Cacciari tentò di staccare Evola da ogni derivazione nietzschiana; «nessuno è più critico nei confronti di Nietzsche di persone come Evola o, per ricordare un altro nome oggi di nuovo alla moda, come Weininger». Ma su questo si può discutere, giacché nessuno è in grado di assumere le meditazioni sparse di Nietzsche come un monolite, senza lasciarne cadere, a destra o a sinistra, qualcosa. E ci sono altri stimoli utili alla discussione in un Cacciari che utilizza spunti e riferimenti di Evola (in particolare su Gustav Meyrink, su Bachofen, sulla «Metafisica del sesso») per i suoi saggi «Dallo Steinhof».
Mi pare che tra destra e sinistra pensanti si stiano ormai raggiungendo, se non proprio veri punti di incontro, zone sempre più limitrofe di ricerca nella constatazione che la crisi del mondo moderno non si risolve semplicemente con la soluzione della lotta di classe. Il che non implica che sia senza senso il tentare un superamento dei dominio e della condizione borghese, ma che ciò comunque non segnerebbe il compimento della storia con l’esaurimento di tutti i problemi esistenziali dell’uomo. Destinato alla trascendenza, proprio allorché si sentisse più svincolato dal condizionamenti economici e persino da quelli dell’organismo politico che lo ingloba, l’uomo si troverebbe pur sempre e maggiormente alle prese con la morte di Dio.
Il recupero del pensiero negativo e del nichilismo europeo da parte di una sinistra più critica che si è emancipata da Lukàcs e dalle sue troppo schematiche discriminazioni per un bisogno di comprendere tutto il dramma del secolo, ha riaperto zone di suggestivo confronto per chi da Evola abbia già appreso che «una soluzione è senz’altro da scartare: quella di chi volesse appoggiarsi a quanto sopravvive del mondo borghese». Si vedrà qui chi sia veramente capace di andare più in là nel «recidere ogni legame con tutto ciò che, a più o meno breve scadenza, è destinato a finire», come raccomanda Evola in Cavalcare la tigre.

Arturo Reghini
Il libro di Melchionda non si estende all’Evola esoterico e sapienziale, pur ponendo le basi per una sua miglior comprensione e collocazione indicando il carattere non improvviso e isolato del richiamo che lo ha portato ad approfondire la conoscenza delle cose occulte. Sia pure in forma letteraria e superficiale lo stesso genere di interessi circolava tra gli scrittori e gli artisti da cui partirono le prime influenze sul giovane Evola: dalla cultura fiorentina delle riviste sorte intorno a Prezzolini e Papini sino al futurismo ed oltre. Occorrerà studiare più a fondo l’influenza massonica di Arturo Reghini prima su Papini e quindi su Evola, a cui fece conoscere Guénon, per sciogliere gli interrogativi e gli equivoci che possono sorgere da un paganesimo «di rito scozzese». Come ricorda Evola, fu infatti Reghini a metterlo in guardia sulla superflua unilateralità delle mode culturali esotiche, affascinate dal pensiero orientale, indicandogli come alternativa una rivalutazione della romanità pagana e di una tradizione esoterica occidentale a partire dal filone italico del pitagorismo.
Sta di fatto che allora certe incursioni nell’esoterico e nel sapienziale venivano perdonate come fuggevole assaggio, non come nutrimento, a cui invece Evola era già orientato occupandosi di idealismo «magico». Oggi non meravigliano più le regressioni nel tempo e gli sconfinamenti negli spazi di altre culture. Si fa più pungente semmai la critica filosofica verso chi si è avventurato fuori dei confini della cultura ufficiale disponendo ancora di traduzioni e documenti piuttosto approssimativi. Evola poteva sembrar «delirante» quando poneva il processo di decadenza del mondo moderno alle origini stesse della storia e della filosofia. L’anno dopo la sua morte Giorgio Colli con un prezioso libretto su La nascita della filosofia rendeva largamente accettabile lo stesso concetto, in parte ripreso da Nietzsche: «l’età dei sapienti va contrapposta, e in qualche modo merita di essere messa più in alto, rispetto all’età dei filosofi (…) quanto precede la filosofia, il tronco per cui la tradizione usa il nome di «sapienza» e da cui esce questo virgulto presto intristito, è per noi, remotissimi discendenti — secondo una paradossale inversione dei tempi – più vitale della filosofia stessa».
Cosa significa tutto questo? Significa che anche su Evola, scelto dalla generazione dei dopoguerra e poi ripreso negli anni della contestazione come orgogliosa occasione di autoisolamento, è finito il tempo delle contrapposizioni totali e sta iniziando quello dei confronti. Roberto Melchionda questi confronti di Evola con la cultura contemporanea li aveva quasi solitariamente avviati trent’anni fa, per poi formularli in età più matura in una serie di saggi (in particolare «I due idealismi di Evola e Spirito» su «Intervento» n. 16 del 1974 e «La filosofia di Evola in rapporto alla restante sua opera e alla odierna battaglia culturale» apparso come prelazione a Julius Evola, L’individuo ed il divenire del mondo, Edizioni Arthos, Carmagnola, 1976) di cui questo nuovo libro si presenta come compimento.


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