Per uno stile di vita “ascetico”

Riprendiamo la programmazione di RigenerAzione Evola dopo la pausa estiva, con un significativo articolo del barone pubblicato su “La Stampa” nel 1943, con l’intitolazione originaria di “Etimologia e realtà vive”. Nello scritto, Julius Evola, in un periodo estremamente particolare, nel cuore della della seconda guerra mondiale, fornendo l’etimologia esatta del termine “ascesi” e, correlativamente, del termine “autarchia”, nel suo significato classico e non strettamente economico quale era quello che, in quegli anni, aveva interessato tanto l’Italia che la Germania, ci propone l’ennesimo fondamentale orientamento di vita e di comportamento: disciplina interiore, fortificazione della personalità, calma e chiarezza, dominio di sé e dei propri istinti, della propria parte irrazionale e passionale, rifiuto di abbandonarsi all’impazienza, all’agitazione, alle reazioni scomposte. Non contano, in sé, le vicende della vita, poiché “l’essenziale è invece l’attitudine che si assume di fronte ad esse, il significato, quindi, che ad esse si attribuisce”. L’approccio dinnanzi alla vita ed ai suoi accadimenti deve essere attivo, e non meramente passivo: è questa la condotta di chi non si fa dominare dagli eventi, ma sa ergersi signore di fronte ad essi, da uomo realmente “libero”, avendo “in sé stesso, e non in altri o in altro il proprio principio“.

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di Julius Evola

tratto da “La Stampa”, 1943 

La parola «ascesi» viene dal verbo greco askéo, che vuol dire «esercitarsi». «Asceta», nel suo significato etimologico originario, è dunque semplicemente colui che si esercita, che si sottopone ad una certa disciplina. Su tale base, si può concepire una ascesi che non abbia necessariamente una finalità religiosa o mistica e che ancor meno implichi rinuncia o distacco dalla vita. Ascesi può essere ogni disciplina volta a fortificare la forza interna della personalità, a creare calma e chiarezza in sé stessi, a potare la nostra esistenza il più possibile dalla vegetazione parassitaria di reazioni sbagliate, di agitazioni inutili, di moti irrazionali, di quelle che Ignazio di Lojola chiamava inordinatae affectiones. E proprio la designazione dello scopo del libro principale del creatore dell’Ordine Gesuita può riferirsi anche all’ascesi nel senso generico ora detto: «esercizi, affinché l’uomo impari a vincersi ed ordini la vita sua, senza lasciarsi dominare da alcuna inclinazione sregolata».

Sant’Ignazio di Loyola raffigurato da Rubens (free image from wikipedia)

Ci si domanderà tuttavia perché ci mettiamo a parlare di queste cose su un giornale. Si è che per la forza stessa delle cose, per più di uno, esse potrebbero avere perfino un valore attuale. Oggi quanto mai ci si dovrebbe compenetrare con questa massima di saggezza: che le cose e le vicende in sé stesse significano poco, che l’essenziale è invece l’attitudine che si assume di fronte ad esse, il significato, quindi, che ad esse si attribuisce. Vi sono dei casi – più numerosi di quel che si creda – nei quali la forza delle cose e perfino di ciò che si suole chiamare destino agisce come quel domatore che, pur avendo caro un cavallo nuovo, era costretto a frustrarlo ripetutamente perché questi non sapeva ancora capirlo; compiva con diligenza tutte le parti di un esercizio, ma si arrestava sempre dinanzi all’ultima, che con un minimo sforzo, se avesse compreso la lingua del domatore, avrebbe potuto facilmente sorpassare. Così accade nella vita, sia individuale, sia collettiva: si ricevono dei «colpi» d’ogni parte, senza che si riesca finalmente a capire, a cogliere quel significato, che ci farebbe superare l’esperienza, che ci metterebbe in grado di dominarla positivamente.

Con questa imagine siamo però forse andati un po’ oltre il campo che intendiamo trattare. Anche la vita quotidiana più spicciola, specie quando i tempi non sono facili, offre numerose occasioni per una disciplina genericamente «ascetica», una volta che ci si sia decisi di essere attivi, di non reagire cioè come reagiscono le cose inanimate, che nella loro reazione sono in tutto e per tutto determinate dall’urto da esse ricevuto. Basta volervi prestare attenzione, per accorgersi che parte inconcepibile ed assurda abbiano nella vita di ognuno – ed oggi quanto mai – appunto le inordinatae affectiones, i moti d’animo che non servono a nulla, che valgono solo a logorare i nervi e ad alterare la calma interna. Si è, per una strana perversione, che l’uomo occidentale è giunto a considerare naturali e normali queste inutili agitazioni, sì che egli non pensa menomamente a reagire. Del resto, anche su piani superiori, in fatto di visione del mondo, quel che viene da lui esaltato come «azione», in realtà quasi sempre non è che una disordinata agitazione.

Consideriamo un caso assai banale, ma in questi tempi di «file» e simili quanto mai frequente: il caso dell’impazienza. È un sentimento tanto «naturale», quanto vano e irrazionale. Forse che si fa arrivare prima un tram o un treno in ritardo, o che diviene minore il numero delle persone che aspettano prima di noi, col divenire impazienti e nervosi e con l’alterarci l’animo con l’irritazione e con ogni specie di imaginazioni? Ecco un caso specifico per l’applicazione di un’ascesi spicciola, per un superamento di sé che dovrebbe essere sviluppato fino a divenire un abito. Bisognerebbe saper distinguere nettamente fra i sentimenti, accettando i quali ne può seguire un effetto reale, oggettivo, e i sentimenti inutili, che sono pure e semplici perturbazioni irrazionali, segni di un animo incapace di tenuta interna, succube dei propri nervi. Non vi è dubbio che là dove, per una ferma risoluzione, non si consentisse più a dare alimento a quei moti irrazionali, una quantità di seccanti congiunture della vita di oggi muterebbero assolutamente d’aspetto, ci varrebbero come tante prove e passerebbero non solo senza aver avvelenato il nostro animo, ma anzi dopo avergli propiziata una calma e una forza superiore.

In Germania, di recente, è stata iniziata una campagna della cortesia – Kampf um die Höflichkeit – appunto in vista delle molte cause di maggior irritazione che la vita di guerra presenta. Nei tram, in ferrovia, nei negozi si vedono vignette o scritte, con esortazioni ad un atteggiamento, malgrado tutto, cortese. È questo, un nuovo campo di ascesi spicciola, di un sottile superamento interno, nel quale, come è noto, gli Estremo Orientali sono già stati dei maestri, talvolta fino al paradosso: il sorriso persino presso all’estrema tragedia e al supremo sacrificio. Questo riferimento però non faccia pensare a nessuno che noi esortiamo ad «orientalizzarsi». Basterebbe, invece, riferirsi all’origine stessa del termine «cortesia» che ci riporta alle corti medievali e soprattutto alla cavalleria; la cortesia è una virtù del cavaliere, dell’uomo virile che, come sa scagliarsi irresistibilmente contro l’avversario e l’ingiusto, del pari s’intende a dominare il proprio animo, a dare una forma al proprio contegno, a reprimere immediatamente ogni moto disordinato e istintivo. Esser duri con sé stessi, esser cortesi di fronte agli altri – questa è stata sempre la massima di uno spirito aristocratico, dello stile di chi non è «volgare». Il punto importante, pertanto, qui sarebbe nell’intendere, che in ciò si tratta meno di una considerazione degli altri, del «prossimo», quanto piuttosto di un’esigenza «ascetica», di una esigenza di libertà interna. L’«altro» potrebbe bene giustificare una mia brusca reazione; ma io non gli consentirò affatto di provocarla e di avermi dunque alla sua mercé – sarò, malgrado tutto, «cortese». Si può dunque presentire, quale forza possa nascere da una tale disciplina.

Autarchia: questa, oggi, è notoriamente una parola d’ordine e, purtroppo, qualcosa di nato meno da virtù, che non da necessità. Non così nel mondo antico. «Autarchia» etimologicamente vuol dire: «avere il proprio principio in sé stesso» e ciò, nell’etica antica, classica era un valore positivo. Solo è libero – dicevano gli Antichi – chi ha in sé stesso, e non in altri o in altro il proprio principio. Di là dal «Saggio», il concetto-limite dell’autarchia si incarnava, per tale via, nella Divinità, quale «atto puro». Se l’autarchia oggi è diversa e, come si è detto, è soprattutto una creatura di necessità, un importante compito «ascetico» sarebbe proprio quello di trasformare una tale «necessità» in «virtù», appunto attraverso un mutamento di attitudine interna. Qui intendiamo riferirci all’ambito individuale, non a quello delle collettività e degli Stati; con riguardo, poi, soprattutto, al regime delle restrizioni e delle privazioni del tempo di guerra. Un principio molto importante è il seguente: che il peso di una privazione scompare quasi nel punto in cui la si possa concepire come voluta, e non come imposta.

Si dirà: vorrete forse tornare all’apologo della volpe che dice acerba l’uva alla quale non può arrivare? Ciò dipende. Bisognerebbe distinguere fra il godimento passivo degli animali (e di coloro che si sono ridotti simili agli animali), e il godimento attivo di chi si mantiene padrone di sé stesso. Ma il godimento attivo ha una clausola precisa: godi di quelle cose, di cui hai provato a te stesso di poter fare anche a meno. Allora tutto si ridurrebbe a vedere, fino a che punto si abbia la forza di considerare limitazioni e privazioni eccezionalmente sopravvenute, e che certo non si protrarranno all’infinito, proprio come prove: come occasioni per mostrare a sé stessi, che si può anche fare a meno – per confermare, dunque, una fondamentale libertà. Salvo domani – con questa garanzia in più – riaffermarsi, e perfino in più vasti limiti.

Per alcune cose – per alcuni disegni artificiali divenuti abitudini di esseri mezzo nevropatici – la cosa dovrebbe essere facile. Che l’uomo d’oggi soffra, per esempio, per la mancanza di un caffè o di tabacco, cioè di cose che tutta l’umanità fino ad un paio di secoli fa aveva ignorato, è, a pensarci, ridicolo. In altri casi, la prova sarà più dura. Ma tanto più preziosa sarà la forza di cui si disporrà, superandola. In un precedente articolo abbiamo detto circa le tradizioni, secondo le quali l’esperienza stessa della guerra può trasformarsi in un’ascesi in senso superiore e trasfigurante, non appena presente una certa attitudine interna (1). Benché assai più in piccolo, anche sul fronte interno sono possibili analoghe trasformazioni. Tutto sta a «mobilitarci» interiormente, a respingere un abito di passività e di irrazionalità. Allora ciò che agli uni apparirà come noia, privazione e angustia, varrà come incentivo, a che altri – i migliori – si scuotano e sorgano in piedi.

Nota redazionale

(1) Evola si riferisce all’articolo “Guerra e ascesi”, di prossima pubblicazione su RigenerAzione Evola. Per le tematiche connesse, si veda il nostro approfondimento “Dottrina aria di lotta e di vittoria” – da Evola ai testimoni della metafisica della guerra”.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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