I pericoli del pensiero tecnico

In questo articolo uscito sul “Roma” nel maggio 1958 con l’intitolazione “Pericoli per l’uomo”, Evola denunciava i rischi per la formazione e l’educazione dell’uomo rappresentati dalle derive delle società dominate dalla tecnica (di cui nessun Operaio jüngheriano sarebbe, di fatto, riuscito a divenire padrone, sfruttandola quale strumento per ritrovare un realismo eroico, un’impersonalità, un’essenzialità ed una dignità perdute nel gorgo delle società borghesi), dalla meccanizzazione esasperata, dal materialismo scientistico. Oggi, in epoca di avanzata post-modernità, in cui dalla fase della grossolana materializzazione e “solidificazione” delle società umane si sta passando alla fase della dissoluzione finale, ed in cui pertanto la materia sempre più “liquida” tende a divenire progressivamente entità virtuale ed astratta, rimane importante ricordare la critica alla fase iniziale di quel processo che avrebbe portato conseguenze sempre più nefaste sulla vita e la natura stessa dell’uomo. In alcuni articoli che proporremo, Evola intuiva e denunciava quanto stava accadendo e quanto sarebbe ulteriormente accaduto, fino alle ultime propaggini odierne. Ad altri, come Alexander Dugin, oggi, il compito di illustrare gli abissi di fine ciclo della post-modernità, tra le cui rovine l’Uomo Differenziato passa il testimone al Soggetto Radicale. Avremo modo in futuro di ritornare su queste tematiche cruciali.

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 28 maggio 1958

I pericoli che per i valori dell’umana personalità rappresentano la civiltà meccanica e il pensiero tecnico non sono stati avvertiti soltanto dai più recenti critici dei tempi. Già oltre un secolo fa essi erano stati indicati da quel movimento di pensatori e di poeti tedeschi che, con il Lessing, il von Humboldt, l’Herder e il Winckelmann alla testa, difesero il cosiddetto ideale della humanitas, contrapponendo, in particolare, all’impoverimento e alla mutilazione dell’uomo, quali sono imposti dal sistema industriale della divisione del lavoro, l’ideale di una completezza umana che essi ritenevano essersi già realizzato nel mondo classico, in ispecie in un’Ellade idealizzata.

Theodor Litt (1880-1962), filosofo e pedagogo tedesco (Deutsche Fotothek,immagine tratta dal sito Europeana.eu: Eschen, Fritz Fotograf. Portraitserie Theodor Litt). Original uploader on Wikipedia Commons Stefano.Volpato at Italian Wikipedia

Questi motivi nel frattempo sono divenuti dei luoghi comuni. E se da un lato vi è chi, nella euforia delle prospettive offerte dalla cosiddetta «seconda rivoluzione industriale», le considera come scontate, dall’altro lato vi è chi ritiene che, specie nel campo pedagogico, sussiste per intero l’antitesi fra pensiero tecnico e formazione dell’uomo. Un’opera tedesca recente, di Theodor Litt (Technisches Denken und menschliche Bildung, Heidelberg, 1957) (1), ha ripreso il problema rifacendosi proprio agli antecedenti or ora accennati, con l’intento di superare il contrasto in base a considerazioni varie, di cui qui vogliamo esaminare brevemente la consistenza.

Anzitutto il Litt riconosce ciò che è in se stesso evidente, ossia che i pericoli a cui è esposto l’uomo moderno non derivano da potenze estranee, ma da qualcosa che lui stesso ha creato. Il punto di partenza è appunto il processo della conoscenza scientifica della natura; tutto il resto è conseguenza ed applicazione. Questo processo ha una continuità, porta di grado in grado ad una sempre più profonda trasformazione del mondo, quale ci si rivela nell’esperienza diretta, in ciò che il Litt chiama «la cosa» (das Ding), cioè nello oggetto intellettualizzato proprio, soprattutto, alla scienza matematica della natura.

La tesi degli accusatori della civiltà meccanica è che questo pensiero, applicato alla natura e trasformante la natura in un insieme di leggi scientifiche è una attività estranea e ostile a tutto ciò che è formazione umana. Il Litt è di diverso parere. Egli avanza due argomenti. Il primo riflette le idee di certa filosofia idealistica, perché viene affermato che il mondo quale lo conosce la scienza non esiste già, ma è una creazione del pensiero umano; esso non esiste che in quanto si accende ciò che il Litt chiama il «voler la cosa» («la cosa», sempre nel senso specifico dianzi precisato). Se per un solo istante venisse meno nell’uomo il «voler la cosa», tutto il mondo della scienza, della tecnica e della industria sarebbe paralizzato e si dissolverebbe.

Ma se dietro il pensiero tecnico vi è una volontà e una libertà, non si può dire che esso non contribuisca alla formazione dell’uomo. Vi contribuirebbe anche in un senso specifico, perché per far parlare la natura, per estrarre da essa le leggi che definiscono la «cosa» l’uomo deve esser capace di spersonalizzarsi, di far tacere ogni impulso e arbitrio soggettivo, di volere la conoscenza pura. Infine quella attività corrisponderebbe già ad una esigenza morale perché, secondo il Litt, l’uomo può assicurarsi l’esistenza solamente se sviluppa e utilizza i rapporti con le forze della natura quali sono fissati dalla scienza e dalla tecnica; se vi rinunciasse, l’umanità si condannerebbe ad una inevitabile fine.

Tutto ciò convince fino ad un certo punto. Anzitutto scartiamo l’ultimo argomento, perché l’umanità non si è estinta, si è continuata per secoli e secoli ed ha anzi saputo creare magnifiche civiltà prima ancora che nascesse il mondo del pensiero scientifico in senso stretto, moderno, e della produzione tecnica. Inoltre è evidente che, con le forme ultime, si è avuta un economia rivolta non al necessario, ma in gran parte, al superfluo, alla soddisfazione di bisogni artificiali. E il processo produttivo, resosi quasi autonomo, alimenta e fomenta proprio tali bisogni innaturali, anziché ricevere un limite in vista di ciò che è veramente necessario all’uomo. Non vogliamo poi parlare di tutte le distruzioni e le lotte sociali e internazionali che sono conseguenza di siffatta economia, delle calamità che sono il prezzo del più alto livello della vita moderna dovuto a scienza e tecnica.

Se ci si limita al semplice pensiero scientifico, staccato dalle applicazioni tecniche, è da riconoscere la parte che, in esso, ha l’impulso alla conoscenza pura, impersonale. Ma questo impulso ha veramente un valore formativo per la persona presa nella sua integrità? È difficile sostenerlo. Cotesta «conoscenza pura» è qualcosa di affatto diverso da quella che fu un ideale antico: quando si parlò di contemplazione o di intellettualità pura. È un sapere astratto matematico sperimentale che uccide ogni forma di sensibilità sottile, di contatto vivente con le cose e con gli stessi esseri; è un sapere che «desacralizza» completamente il mondo e la natura traducendolo in semplici termini di quantità e di relazioni numeriche. Così il pensiero tecnico non è di certo staccato dallo spirito, modifica, si, l’uomo, ma – diremmo – in una formazione a rovescio.

Inoltre il Litt sembra ignorare tutte quelle ricerche in fatto di filosofia della scienza (Bergson, Le Roy, Poincaré, ecc.) dalle quali è risultato che la «oggettività» delle scienze moderne è soltanto apparente. Tali ricerche hanno dimostrato che perfino nella scienza moderna più astratta agisce sempre una esigenza pratica, che a determinarne i procedimenti e le ipotesi non è tanto l’impulso a conoscere disinteressatamente la natura quanto a dominarla mentalmente nel miglior modo. Così la «scienza pura» (quale oggi la si concepisce) anticipa già la scienza applicata e utilitaria, la tecnica, la produzione.

L’insieme ha finito con lo svilupparsi nel senso, che l’uomo moderno vede distanziarsi da lui il mondo nei termini di un insieme che gli è sempre più estraneo ma che offre un sempre più vasto arsenale di mezzi di crescente potenza, mezzi che egli può usare in qualsiasi modo. Il limite, come si sa, è la potenza offerta dalla scienza atomica.

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Nel che, il Litt, invece che una riduzione all’assurdo di tutto lo sviluppo, crede di vedere un argomento positivo per le sue tesi. Il più alto valore dell’umana personalità è la libertà, la facoltà di decidere di fronte ad alternative estreme. Ora, si può forse concepire una situazione in cui l’uomo sia rimesso così assolutamente a sé, sia posto dinanzi ad una tale responsabilità, come quando dipende da lui usare l’energia atomica per ciò che potrebbe forse significare la distruzione definitiva dell’umanità oppure per una nuova civiltà costruttiva? Così, secondo il Litt, le forme ultime della civiltà tecnica, invece di menomare l’uomo, gli impongono l’esercizio di quella libertà, di quell’assoluto potere di scelta, che è ciò che lo fa veramente uomo.

Purtroppo nemmeno questo convince. Tali prospettive sarebbero reali se di là dai grovigli e dalle tensioni delle forze oggi in lotta per la conquista del mondo vi fossero vere personalità che potessero controllarle e dirigerle. Ma, di fatto, non è così; più che delle personalità responsabili e libere, sembra che forze collettive, processi che hanno preso la mano all’uomo, andranno a decidere ciò che avverrà nell’«èra atomica»: non diversamente di quanto è accaduto nella prima e nella seconda guerra mondiale. E anche a considerare l’eventuale uso positivo dell’energia atomica, come dimenticare la controparte, cioè quella disanimazione del mondo, quella materializzazione dell’esistenza che sono la controparte del pensiero tecnico moderno e che fanno da sfondo ad ogni innalzamento del livello esteriore della vita?

Così, secondo noi, l’antitesi sussiste per intero. Vera formazione umana e adesione agli ideali del mondo moderno sono termini inconciliabili.

Prima del prodursi di qualche avvenimento generale a tutt’ora imprevedibile, la prima è possibile solo in chi abbia la volontà e la possibilità di distaccarsi, di creare una barriera che isoli la sua essenza da tutto ciò su cui può aver presa l’attuale civiltà tecnicizzata: la quale, dopo tutto, non è la civiltà al singolare e per eccellenza, come gli infatuati del «progresso» credono, bensì una particolare civiltà che come tante altre conoscerà anche la sua fine.

Nota

(1) dal tedesco, “Pensiero tecnico e formazione dell’uomo” (N.d.R.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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