Personalità ed impersonalità

Proponiamo oggi un fondamentale articolo che Julius Evola pubblicò sul mensile “Ordine Nuovo” nel 1956, rielaborando ed ampliando un suo precedente contributo uscito sul “Diorama Filosofico”, nell’ambito de “Il Regime Fascista”, il 18 ottobre 1942. Si tratta sicuramente di uno di quegli scritti evoliani che si segnalano per la chiarezza, la trasparenza e l’importanza dei contenuti espressi, peraltro fortemente attuali: la distinzione tra individuo e persona e le conseguenze del predominio dell’una o dell’altra figura sul piano singolare e, quindi, su quello della civiltà o della mera società che ne deriva. La tematica si ritrova sviluppata ampiamente nel capitolo III de “Gli Uomini e le rovine” (“personalità-libertà-gerarchia”), ma questo scritto ne rappresenta un ottimo sunto in cui, peraltro, sono affrontati degli aspetti peculiari.

Da una parte, troviamo differenziazione, qualità, anonimia in senso superiore (quella cioè che annulla ogni illusorio e fallace soggettivismo), ordine, funzione, oggettività e medianità, che conducono ad un’impersonalità che si apre verso l’alto, potremmo dire al di sopra della mera forma (individuale), “culminazione tipica di un essere sovrano, della ‘persona assoluta’ “, come scriveva Evola. E’ qui che, in fondo, ritroviamo l’ “Individuo Assoluto” del giovane Evola, ora da lui ridenominato, non a caso, “Persona Assoluta”, ladddove l’approccio immanentistico di fondo, derivante dalla sua formazione filosofica idealistica, era stato infine corretto da una rigoroso approccio metafisico in senso tradizionale.

Dall’altra parte, invece, abbiamo disgregazione, soggettivismo, anarchia, atomismo e “autismo”, autoreferenzialità narcisistica senza radici né basi spirituali, che conducono ad un’impersonalità aperta verso il basso, potremmo dire al di sotto della forma, e quindi verso l’informe, inteso come indifferenziazione, che genera massificazione, anonimia in senso inferiore (come, appunto, indistinzione magmatica, caos), quantità: “l’informità di una unità numerica e indifferente che, moltiplicandosi, produce l’anonima massa“, chiosava il barone.

Questo riferimento alla “spersonalizzazione” verso l’alto o verso il basso, come già notato di recente, costituisce l’ennesima applicazione di un principio che Evola ripropone in vari ambiti, tra cui, a titolo paradigmatico, ricordiamo sempre l’ambito artistico, con particolare riferimento all’arte moderna e contemporanea, relativamente alla quale il barone valuta gli esiti finali di un abbandono della forma verso l’alto [“l’andar di là da essa, il passar, cioè, a ciò che alla forma  (e in un certo senso anche alla «bellezza» nell’accezione più corrente e convenzionale) è superiore”] o verso il basso [“distruggerla e (…) retrocedere in ciò che sta prima della forma, nell’informe“].

Come fatto già altre volte, per agevolare la lettura, nonché per isolare ed evidenziare i temi trattati nella loro importanza, abbiamo suddiviso il testo in paragrafi.

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di Julius Evola

Tratto da “Ordine Nuovo”, II, 5, maggio 1956

1. Civiltà differenziata della personalità e società individualistica e indifferenziata dei “diritti dell’uomo”

Non l’esangue individualismo dell’occidente liberal-democratico, può essere il nostro ideale, ma una selezione a base ed orientamento aristocratici. Viene spesso affermato che la civiltà europea è, essenzialmente, una civiltà della personalità e che soprattutto nella presente torbida epoca all’Europa incombe il compito di difendere i valori della personalità.

Questa è una formula che si ripete volentieri, senza però che ci si curi anche di precisarne bene il senso. Di che cosa si voglia dire, si può, è vero, avendo una idea approssimativa in termini di antitesi: quando cioè, si combatte il collettivismo, il meccanicismo, la standardizzazione, la disanimazione dell’esistenza moderna. Ma le cose divengono già meno chiare ove si abbia da prendere posizione nei riguardi di individualismo, umanesimo e liberalismo, dato che anche essi avversano le tendenze ora indicate in base a valori simili a quelli che altri chiamano, propriamente, della personalità.

A tale riguardo esiste un equivoco resosi particolarmente sensibile nel periodo più recente, specie nel campo politico, ove alla difesa della personalità è stata data una base prevalentemente giusnaturalistica e essa è stata fatta più o meno sinonimo di difesa dei “diritti dell’uomo” nel senso più promiscuo, indiscriminato e democratico. Sarà dunque opportuno vedere in che termini si definiscono i valori, della personalità che limiti essi abbiano, in che cosa essi possono essere davvero ascritti in positivo alla tradizione europea. Per tutto questo, la premessa necessaria è saper distinguere tra “personalità” e “individuo”.

1.1. L’Individuo

L’individuo, di rigore, corrisponde all’idea di una unità astratta, informe, numerica. Etimologicamente, individuo vuol dire ciò che non si può dividere, come fino a ieri si pensava accadesse per l’atomo. Come tale, esso non ha in proprio una qualità e, non avendola, non ha in proprio un principio di vera differenza. Considerati semplicemente come “individui”, si può assumere che tutti gli uomini sono uguali e ad essi si possono ascrivere diritti e doveri parimenti eguali nella loro astrattezza e generalità. Ciò definisce appunto la direzione propria a giusnaturalismo, liberalismo e individualismo sociale. E’ una direzione da dirsi disgregativa, se di disgregazione è legittimo parlare dovunque quel che in un complesso si fa primario è la molteplicità atomica, il che equivale a dire anche l’aspetto della semplice quantità, del numero.

Da queste semplici considerazioni si può già capire che, nella misura in cui la “difesa della personalità” abbia una base individualistica, non c’è da illudersi circa la saldezza delle posizioni difese. Se le strutture del mondo della quantità – il quale, poi, ha finito con l’essere quello delle masse – sono esiziali per tutto ciò che è la personalità, proprio individualismo e liberismo a quel mondo hanno fatto da apritori di breccia, proprio essi ne sono gli antecedenti imprescindibili in sede sia ideale, sia storica. L’individualismo sta all’origine del regno della quantità.

Ma anche per altri riguardi è difficile che nella civiltà occidentale l’elemento individualistico non infici tutto ciò che è personalità. In sede di cultura, che cosa si è inteso, infatti, in prevalenza, per “culto della personalità”? Non si tratta, è vero, di atomismo sociale, ma pur sempre di un soggettivismo con ben scarse basi spirituali o anche soltanto etiche, con prevalenza, invece, di estetismo, di un’originalità priva di radici, di una creatività mancante di un significato profondo – e, nei casi più deteriori: libertà anarchica, iattanza, narcisismo, “autismo” (cioè mania del proprio Io). Del resto, qui si può riandare a quanto altrove abbiamo detto circa alcuni aspetti della Rinascenza. Ciò di cui alludiamo ora rientra di certo nell’ordine dei sottoprodotti. Ma già nella Rinascenza le interferenze sospette tra individualismo e personalità sono state numerose e significative, sia nel campo delle arti, sia in quello politico.

1.2. La “Persona”

Ed ora, alla persona. Ci sarà lecito anche qui rifarci alla etimologia? E’ noto che “persona” anticamente era ad un dipresso sinonimo di maschera. Era il nome della maschera che gli attori si mettevano nell’eseguire una data parte, la veduta che ne risulta per non illegittima trasposizione è quella secondo cui ciò che ognuno è concretamente e sensibilmente, rappresenta la forma di espressione o di manifestazione di un principio più alto, nel quale si deve riconoscere il vero centro dell’essere umano. La “maschera” è qualcosa di ben preciso, di delineato, di sagomato. E la personalità si differenzia come concetto dal semplice individuo per avere una natura propria, per essere qualificata e tendere ad una espressione univoca, inconfondibile, nella quale si sia solo se stessi e si appartenga solo a se stessi. Il mondo della personalità è dunque essenzialmente un mondo della qualità e della differenza, un mondo dei tipi e della forma, anche se in vari gradi intensivi, ai quali corrispondono i rapporti fra “potenza” e “atto” come già li andava studiando l’antropologia medioevale e quali costituiscono il naturale presupposto per dei rapporti organici e gerarchici fra gli uomini.

Come l’individuo, la personalità è, in un certo modo, chiusa rispetto all’esterno (non chiusa astrattamente, ma per via del limite della sua natura propria); però essa, a differenza dell’individuo, non è chiusa verso l’alto. L’essere personale non “è” sé stesso, ma “ha” se stesso (rapporto fra l’attore e la sua parte); è “presenza” a ciò che è, non coalescenza con ciò che è. In via di principio, esso è personale in quanto sa comandarsi, sa darsi una legge e una forma dall’alto e dall’interno.

Deriva da ciò una specie di autonomia, dato dal fatto che in questi termini la personalità, per essere tale, esige un riferimento essenziale a qualcosa di più che personale. Tolto questo riferimento, la personalità diviene infatti “individuo”, qualcosa di isolato e privo di relazioni, non è più un volto, perché volto significa espressione, e la espressione rimanda appunto a qualcosa che sta oltre la forma, a qualcosa di cui la forma sia simbolo. Donde risulta il carattere instabile, precario, di tutto ciò che è individuo e individualismo.

(immagine tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: geralt)

2. La deriva dalla Personalità all’Individualismo

L’uomo può resistere contro tutto ciò che è impersonale in senso negativo e privativo per quanto più intimo è il suo rapporto con ciò che è impersonale per essere, invece, superpersonale. Indebolitosi questo rapporto, si inizia la fase individualistica. In un primo momento, può anche nascere l’impressione che i valori della personalità si conservino e siano anzi accettati, perché il centro, per così dire, si è spostato più verso l’esterno. Questo è appunto il luogo proprio all’umanismo culturale e a fenomeni analoghi, da noi altrove studiati. Ma quando è solo a questa stregua – cioè senza più riferimenti ad una tradizione, a distanza e prospettive non soltanto terrestri, ad una volontà dell’incondizionato – che si difendono i valori della personalità ci si trova su una linea di difesa per vari versi precaria e fluida, perché non si tratta più di un residuo, e nulla più reagisce avendo radici profonde e la forza dell’originario. Ciò del resto, è apparso abbastanza chiaramente nei tempi ultimi: l’individualismo è finito in un vano soggettivismo ed estetismo, ed il liberalismo occidentale ha dovuto gradatamente cedere, con scarse possibilità di rivalsa, di fronte ad influenze di carattere spersonalizzante, collettivistiche, societarie o meccanicistiche. La esasperata dottrina del “superuomo”, specie in senso Dannunziano, è la ultima eco della precedente fase di transizione, che in un certo senso trae origine dalla visione del mondo della Rinascenza.

3. L’oggettività anonima della personalità contro il soggettivismo “autistico” dell’individualismo

Dove si abbia, specificatamente, l’ “autismo”, cioè l’emergenza dell’Io individualistico e delle sue presunzioni, il significato di una caduta di livello e di una diversione dai valori più alti, virili e costruttivi della vera personalità è indisconoscibile. Dove davvero esiste una grandezza di personalità là è visibile l’opera più che l’autore; l’azione, più che chi agisce; il monumentale, il tradizionale e l’oggettivo, più che il “lirico”, l’ “originale” e il “soggettivo”; un mondo classico e dorico, non un mondo umanistico e romantico. Qui ciò che ha relazione con l’uomo va a presentare la stessa nudezza e purità delle cose di natura: nella storia, nell’arte, nella politica, nella ascesi, in tutti i gradi dell’esistenza. Si pensi allo stesso artigianato medioevale, nella sua attiva anonimia – perché, ad esempio, quasi di nessuna delle grandi cattedrali del ciclo gotico, le quali pur recano i segni certi di un’arte perfettamente coltivata e di una rigorosa tradizione spirituale, se non pure iniziatica, ci è stato tramandato il nome dell’autore. Si pensi anche a forme specifiche dell’antica romanità, a quelle, per cui uno storico potè chiamarla a ragione “una civiltà degli eroi anonimi“.

Statua equestre del Principe Eugenio di Savoia presso l’Hofburg di Vienna. La targa alla base della statua recita: “Prinz Eugen – der edle Ritter”, cioè “Principe Eugenio – il nobile cavaliere”

In altre culture, lo stesso stile di anonimia si realizza anche nel dominio del pensiero speculativo, ed apparve contrassegnato col nome di un individuo. Del resto non è significativa la frequenza dell’usanza di lasciare il proprio nome, di assumerne uno che abbia riferimento non all’individuo, ma solo alla funzione o vocazione, proprio là dove la personalità è chiamata al più alto impegno? Anche nel campo dell’eroismo, di contro alla concezione romantica ed esaltata, può ricordarsi ciò che ancor il principe Eugenio di Savoia disse ai suoi ufficiali in un momento di pericolo, ossia che essi avevano diritto a vivere solo se sapevano servire agli altri da esempio, ma che dovevano farlo in modo così semplice e naturale che nessuno poi avrebbe dovuto rinfacciarglielo.

Ma nel considerare tutto questo viene spontaneo il chiedersi, se ci trovi sulla linea di una mentalità che, a buon diritto, si può chiamare soltanto europea. Ciò effettivamente, è dubbio, e la tesi della “tradizione europea della personalità” non può essere senz’altro convalidata. Tenendosi a questa tesi, il positivo lo si trova mescolato pericolosamente con il negativo. Sta di fatto che tutto un indirizzo della storia della cultura considera come carattere specificatamente europeo tutto ciò in cui ha invece risalto l’ “originalità” del singolo, in cui la sua soggettività, la sua “umanità”, il suo pensiero stanno in primo piano; per tale storiografia, “la libera creativa personalità” in tipicità definirebbe il retaggio europeo, e sarebbe la conquista specifica della nostra civiltà più recente. Con il che si resta nell’ordine delle forme di transizione poco su considerate.

4. “Tipizzazione” della persona: Superpersonalità. I due tipi di impersonalità

Varrà forse chiarire come stanno le cose nel caso particolare della “tipicità”. La “tipicità” contrassegna il punto di incontro fra la personalità e la superpersonalità, il limite corrispondente ad una sua “forma” perfetta. Forse è in termini di platonismo che questa veduta si rende il meglio evidente. La persona cessa di essere maschera – e quindi anche “persona” in senso stretto e limitativo – là dove essa incarna perfettamente l’idea, la legge, la funzione che vi corrisponde e con riferimento alla quale un significato la illumina e la rende espressiva in un contesto più vasto. In tal caso non si può più parlare di individuo. L’individuo sparisce, esso va ad esprimere quel che molti sono, ma imperfettamente, e quel che si ripeterà ove la stessa perfezione sia conseguita. L’individuo si fa, appunto, “tipico”, il che equivale anche a dire “superpersonale”. In forza del detto estremo-orientale “il Nome assoluto non è più nome“, egli è altresì anonimo. E la tradizionalità, nel senso più alto, è una specie di crisma di tale anonimia, o avviamento ad essa, su di una data linea e dentro un determinato ambito culturale. Si potrebbe anche parlare di una universalizzazione e di eternizzazione della persona: ma tali espressioni hanno lo svantaggio di essere state troppo usate in un senso filosofico astratto o religioso che rende poco conto del senso effettivo della situazione. Questa è meglio considerarla essenzialmente nei termini del principio superindividuale e, in sé, non semplicemente umano, che resta consapevole della sua natura, e alla sua “parte” (la sua “persona”) dà la perfezione “oggettiva” di un’opera del tutto attuata e corrispondente alla sua “idea” (in senso platonico) e al suo significato.

Si vede dunque che esistono due concetti della impersonalità, fra i quali corre un rapporto di analogia e, simultaneamente di opposizione: l’una è inferiore, l’altra è superiore alla persona, l’una ha per limite l’individuo, nella informità di una unità numerica e indifferente che, moltiplicandosi, produce l’anonima massa; l’altra è culminazione tipica di un essere sovrano, della “persona assoluta”.

5. Dominio odierno della subpersonalità

Dopo di che, sarebbe il caso di vedere come stiano propriamente le cose, quanto alla “difesa della personalità”, nel mondo di oggi. E sarebbe da domandarsi se attualmente, tutto sommato, sia più utile dar risalto ai “valori della personalità” nel senso convenuto, ovvero accusare le pericolose distorsioni che molti casi in Europa si sono unite a tali valori. E’ evidente che ciò porta a problemi sia generali, sia specifici, riguardanti i diversi domini della vita e della cultura contemporanea, problemi che qui non possono essere esaminati. Certo è che oggi i ritmi si accelerano; a causa di un processo ineluttabile di selezione le forme intermedie sono in via di essere eliminate e tutto ci dice che la personalità che potrà mantenersi e sviluppare, forse, forme di un nuovo stile, di un nuovo comportamento, è quella che sarà capace di sciogliersi del tutto dal vincolo individualistico e di integrarsi nel superpersonale. Di contro, come corrente oggi prevalente e sempre più minacciosa, si ha ciò che ha relazione a forze che tendono a scalzare la persona, che con la semplice difesa della persona nel senso umanistico, liberale o borghese non possono più essere arginate e che tendono a sboccare “al disotto” della persona (1).

Nota redazionale

(1) E’ interessante proporre quella era la chiusa dell’articolo originario pubblicato nell’ottobre 1942 sul “Diorama Filosofico”. Si era in piena guerra, per cui Evola, dopo aver sottolineato che il bolscevismo sovietico aveva avviato, con “un esperimento in grande“, un processo di catarsi, di “purificazione dal soggettivismo e dall’individualismo, in tutte le loro forme e le loro appendici”, ma mirando di fatto all’impersonalità che sta al di sotto della persona e della forma, verso la massificazione meccanicistica e materialistica dei popoli propria del dominio della “quarta casta”, si interrogava circa gli effetti potenzialmente benefici che la guerra in corso avrebbe potuto avere per l’Europa, nel senso contrario del riemergere un’impersonalità verso l’alto. “Chi ha consapevolezza di tutto ciò finisce col chiedersi, di fronte al mondo attuale, se sia più opportuno dare un risalto ai valori della «personalità», quali valori di «tradizione europea», ovvero mettere in luce l’insidia che in molti casi si nasconde dietro questi stessi valori: essendo chiara la necessità, che ancora sussiste, di una catarsi in grande, cioè di una purificazione dal soggettivismo e dall’individualismo, in tutte le loro forme e le loro appendici. Il bolscevismo ha cercato di realizzare questa catarsi in un esperimento in grande, fatto senza risparmio di mezzi, come punto di riferimento avendo però quell’impersonale, che sta al di sotto dei valori della persona. Bisognerebbe vedere fino a che punto l’Europa sia capace di procedere ad una analoga catarsi, assumendo però l’opposto punto di riferimento, puntando cioè verso quell’impersonale, che rappresenta l’integrazione e la reale liberazione della personalità. Ma, a ciò, sono presenti ancora, come ostacolo, molti idoli, molte mitologie, residui di nebbie e di fuochi impuri, complesse, se pure ormai corrose costruzioni dell’ epoca dell’ ‘io’ e del culto dell’ ‘io’. In più, il pericolo, che in certi settori le forze europee non siano abbastanza preparate a che, tolti molti sostegni della civiiltà borghese, il processo si sviluppi lungo la direzione positiva, e non verso quella negativa. E’ però possibile che questa guerra acceleri il ritmo; che anche in tal campo siano appunto le sue discipline e i suoi sacrifici, nei migliori, a temprare e ad isolare energie, che domani saranno decisive per il destino e la missione spirituale dell’Europa“.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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