“Servizio allo stato” e burocrazia

In  queste settimane, dopo la fine del cosiddetto “lockdown”, ennesimo termine mutuato dall’inglese per indicare le chiusure cui sono state sottoposte tutte le attività nel nostro paese a causa dell’emergenza da Covid-19, è tornato di gran moda disquisire sui danni causati dalla burocrazia in Italia. Gran parte delle misure approvate dal governo Conte, positive o meno che le si valuti nei contenuti, sono state e sono tuttora, infatti, in buona parte paralizzate a causa della notoria, atavica farraginosità del sistema normativo e amministrativo italiano, che rende quasi impossibile quella che oggi, con un’espressione non molto raffinata (paradigmatica dell’informalità, anche linguistica, oggi ormai imperante) ma efficace a livello pratico, viene chiamata “la messa a terra” delle misure legislative, vale a dire la loro concreta esecuzione, il loro passaggio dalla carta alla effettiva realtà dei fatti. Si tratti di opere pubbliche da realizzare, di somme di denaro da elargire, di esenzioni o tutele da garantire, e così via.

Il dramma della burocrazia ai tempi del terremoto del Belice (free image from flickr.com, author: A.n.p.a.s.)

Quello della semplificazione, dello snellimento delle procedure e delle normative, dell’eliminazione della burocrazia in Italia, è uno dei tanti mantra che si sentono ripetere più o meno da quando è ri(nato) il sistema partitocratico in Italia, con tutte le conseguenze annesse e connesse, insieme ad altri temi inflazionatissimi quali l’abbassamento delle tasse, la riduzione della disoccupazione e del lavoro nero, la soluzione dei problemi della scuola e del Meridione, le infrastrutture e la messa in sicurezza a livello idrogeologico del paese, e così via. Se ne parla da decenni, vengono puntualmente sbandierati ad ogni campagna elettorale, ma, ovviamente, si tratta di problemi che, di fatto, sono rimasti insoluti.

Quando parliamo di burocrazia,  si fa oggi riferimento soprattutto alla lungaggine, alla complessità, all’artificiosità, alla farraginosità delle procedure amministrative finalizzate a concretizzare provvedimenti normativi, a loro volta estremamente nebulosi e contorti; ma, sotto tale aspetto, se ne nasconde un altro, e cioè quello della varietà della “fauna umana”, verrebbe da dire, che occupa materialmente posizioni all’interno della macchina statale, dai gradi più alti a quelli più bassi, operativi, impiegatizi, con la gamma di comportamenti e orientamenti dell’animo ben definitivi in chiave grettamente borghese, utilitaristica, nepotistica, clientelare, e così via, dove alla gerarchia delle competenze e delle capacità al servizio dello Stato, nei livelli più alti si sostituisce frequentemente il gerarchismo greve dell’incompetenza, dell’arroganza e del tornaconto personale, e nei livelli più bassi, alla furbizia, al lassismo e all’incompetenza, si affiancano le tipiche rivendicazioni meramente pratiche da “lavoratore dipendente”, strettamente legate ai propri interessi individuali. Non mancano ovviamente lodevoli eccezioni ad ogni livello, fare di ogni erba un fascio è molto spesso sbagliato, e negli ultimi anni qualcosa si è cercato di correggere con varie riforme della Pubblica Amministrazione; ma la situazione di fondo permane critica, perchè, parafrasando Codreanu, sulla carta programmi e riforme buone possono essere sempre predisposte, ma se l’elemento umano è degradato o comunque mal disposto e male orientato, si può aspirare a ben poco di grande.

Ebbene, Julius Evola dedicò non un solo scritto alla questione della cosiddetta “burocrazia”, in diversi periodi, incentrando la sua analisi soprattutto sull’aspetto del “tipo umano” che incarna oggi il ruolo dell’ “impiegato” e del funzionario statale, ed alla degradazione della figura del servitore dello Stato dalle civiltà tradizionali alle moderne democrazie, in evidente connessione con il tramonto del principio di autorità, sovranità e spiritualità superiore dello Stato. Non sarà privo di interesse riproporre tali scritti. Oggi ci soffermiamo su un articolo del barone apparso su “Il Secolo d’Italia” nel 1953, decisamente attuale, seppure a quasi settant’anni di distanza, proprio perchè scritto in quel clima demo-partitocratico che, sia pure da poco, era tornato dominante in Italia, ma la cui mentalità di fondo non era stata certamente estirpata, unitamente ai tanti difetti propri dell’italica stirpe decaduta, neppure sotto il ventennio fascista, nonostante gli sforzi all’epoca profusi per rettificare molti aspetti della forma mentis degli Italiani.

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di Julius Evola

Tratto da Il Secolo d’Italia, 31 Marzo 1953

Un segno caratteristico della decadenza dell’idea di Stato nel mondo moderno è la perdita del significato di ciò che, in un’accezione superiore, è servizio allo Stato.

Apoteosi di Guglielmo I, Re di Prussia e Imperatore di Germania: quando l’autorità trascendente rendeva il servizio allo Stato uno dei più alti onori e conferiva impersonalità attiva alla funzione pubblica (cliccare per ingrandire) (free image from pixabay.com, author: falco)

Dove lo Stato si presenta come l’incarnazione di una idea e di un potere, in esso hanno funzione essenziale classi politiche definite da un ideale di lealismo, classi che nel servire lo Stato sentono un alto onore e che su tale base vanno a partecipare dell’autorità, della dignità e del prestigio inerenti all’idea centrale, tanto da differenziarsi dalla massa dei semplici, «privati» cittadini. Negli Stati tradizionali tali classi furono soprattutto la nobiltà, l’esercito, la diplomazia e, infine, ciò che oggi si chiama burocrazia. Su quest’ultima vogliamo svolgere qualche breve considerazione.

Quale si è definita nel mondo democratico moderno dell’ultimo secolo, la burocrazia non è più che una caricatura, una immagine materializzata, sbiadita e sfasata di ciò a cui dovrebbe corrispondere la sua idea. Anche a prescindere dall’immediato presente, nel quale la figura dello «statale» è divenuta quella squallida di un essere in lotta perenne col problema economico, tanto da esser ormai l’oggetto preferito di una specie di ludibrio e di amara ironia, anche a prescindere da ciò, il sistema stesso presenta tratti deprecabili.

Negli Stati democratici attuali si tratta di burocrazie prive di autorità e di prestigio, prive di una tradizione nel senso migliore, con personale pletorico, grigio, mal retribuito, specializzato in pratiche lente, svogliate, pedanti e farraginose. L’orrore per la responsabilità diretta e il servilismo di fronte al «superiore» qui sono altri tratti caratteristici; in alto, un altro tratto ancora lo è una vuota ufficiosità.

Max Weber (che studiò la burocrazia come fenomeno tipico dell’epoca moderna) e Franz Kafka (che romanzò l’incubo burocratico in sede giudiziaria ne “Il Processo”) fra carte e faldoni (free image from flickr.com, author Harald Groven)

In genere, il funzionario statale medio oggi ben poco differisce dal tipo generale del moderno «venditore di lavoro»; effettivamente negli ultimi tempi gli «statali» hanno assunto proprio la figura di una «categoria di lavoratori» che segue le altre sulla via delle rivendicazioni sociali e salariali a base di agitazioni e perfino di scioperi – cose assolutamente inconcepibili in uno Stato vero e tradizionale, inconcepibili quanto un esercito che ad un dato momento si mettesse in sciopero per imporre allo Stato, inteso come un «datore di lavoro» sui generis, le sue esigenze. In pratica, oggi si diviene impiegati dello Stato quando non si è capaci di iniziativa e non si ha nessuna migliore prospettiva, in vista di uno stipendio modesto sì, ma «sicuro» e continuo: quindi in uno spirito più che piccolo borghese e utilitario.

E se nella bassa democrazia la distinzione fra chi serve lo Stato e un qualsiasi lavoratore o impiegato privato a questa stregua è dunque quasi inesistente, nelle alte sfere il burocrate si confonde col tipo del politicante insignificante e del «gerarchino». Abbiamo «onorevoli» e «persone influenti» investite del potere governativo, ma il più spesso senza la controparte di una vera e specifica competenza, le quali nei rimpasti ministeriali afferrano e si scambiano i portafogli dell’uno o dell’altro ministero, affrettandosi a chiamare a sé amici o compagni di partito, avendo in vista meno il servire lo Stato o il Capo dello Stato, quanto il trar profitto dalla propria situazione.

Questo è il quadro triste che oggi presenta tutto ciò che è burocrazia. Possono influirvi ragioni tecniche, lo smisurato accrescersi delle strutture e delle superstrutture amministrative e dei «poteri pubblici»: ma il punto fondamentale è una caduta di livello, la perdita di una tradizione, l’estinguersi di una sensibilità, tutti fenomeni paralleli a quello del tramonto del principio di una vera autorità e sovranità.

Ci sovviene del caso di un funzionario, che apparteneva a nobile famiglia, il quale presentò le sue dimissioni allorché la monarchia del suo paese crollò. Gli fu chiesto con stupore: «Come mai potevate fare il funzionario, voi che, ricco a milioni, non avevate bisogno di uno stipendio?». Lo stupore di chi si sentì fare una simile domanda non fu minore di quello di chi gliela aveva rivolta: perché egli non poteva concepire onore maggiore di quello di servire lo Stato e il sovrano. E, dal lato pratico, in ciò non si trattava di una «umiltà», ma dell’acquisto di un prestigio, di un «rango», di un onore. Ma oggi chi, più dello stesso mondo burocratico, si stupirebbe e riderebbe se, mettiamo, in questo spirito il figlio di un qualche grosso capitalista ambisse a diventare…uno «statale»?

Studenti dell’antico Corps Borussia, fondato nell’università di Bonn nel 1821.

Negli Stati tradizionali lo spirito antiburocratico, militare, del servire lo Stato ebbe quasi un simbolo nell’uniforme che, come i soldati, i funzionari indossavano (si noti il desiderio di riprendere tale idea, nel fascismo). E di contro allo stile dell’alto funzionario che fa servire il suo posto alle sue individuali utilità, vi era, in essi, il disinteresse di una impersonalità attiva. Nella lingua francese l’espressione: «On ne fait pas pour le Roi de Prussie» vuol dire presso a poco: non lo si fa quando non ci viene un soldo in tasca. È un riferimento a quel che, per contro, fu lo stile di puro, disinteressato lealismo che costituì il clima nella Prussia federiciana. Ma anche nel primo self-government britannico le funzioni più alte erano onorarie e affidate a chi godesse di una indipendenza economica, appunto per garantire la purità e l’impersonalità della funzione, e, non meno, il corrispondente prestigio.

Come si è accennato, la burocrazia in senso deteriore si è formata parallelamente alla democrazia, mentre gli Stati dell’Europa centrale, per esser stati gli ultimi a conservare tratti tradizionali, conservano anche molto dello stile del puro, antiburocratico «servire lo Stato».

Mutare le cose, specie in Italia, oggi è impresa disperata. Vi sono gravissime difficoltà tecniche, anche finanziarie. Ma la difficoltà massima è ciò che deriva dalla caduta generale di livello, dallo spirito borghese, dallo spirito materialista e tornacontista, dalla carenza di una idea di vera autorità e sovranità.

L’immagine in evidenza è liberamente tratta da pxhere.com (CC0 Dominio pubblico).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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