Significato dell’aristocrazia per il fronte antiborghese (II parte)

di Julius Evola

Tratto da “La Vita Italiana”, XXVIII, 327, giugno 1940

segue dalla prima parte

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Il prestigio e la “razza”

A questo punto si può vedere che con le nostre considerazioni ci siamo allontanati solo in apparenza dal soggetto iniziale, vale a dire dal problema del significato dell’aristocrazia. E’ evidente, infatti, che pensare ad una nuova articolazione tradizionale e organica dello Stato non si può, senza porsi il problema delle persone e, a dir vero, in un senso ancor più alto di quello relativo al termine convenzionale e di sapore ottocentesco di “classe politica dirigente”. E questa idea si rende ancor più evidente qualora si tenga presente che, qui, non si tratterebbe soltanto di funzioni “politiche” e di attività più o meno connesse al corpo amministrativo o legislativo dello Stato. Si tratta, in più, del problema di una forma personale di autorità, scaturente dall’uomo prima che dalla carica: si tratta di un prestigio e di un esempio che, comune ad una data classe, deve poter formare una atmosfera, cristallizzare un superiore stile di vita e così dare effettivamente il “tono” ad una nuova società. Si tratterebbe quasi di un Ordine, non nel senso religioso, ma in quello ascetico-guerriero e, naturalmente, nel riferimento a quel che ciò rappresentò in un mondo, come il Medioevo ghibellino. Anzi noi vorremmo perfino pensare alle più antiche società arie e indo-arie, ove si sa che l‘élite non era in alcun modo organizzata materialmente, non traeva la sua autorità dal rappresentare un qualunque potere tangibile, ma pure manteneva ben fermo il suo rango e dava il tono alla corrispondente civiltà.

Ora, ci sembra abbastanza chiaro che proprio in questi termini dovrebbesi concepire l'”aristocrazia” che s’invoca di contro alla società e alla civiltà di tipo “borghese”. Non si tratta dunque né di una “aristocrazia del pensiero”, né delle velleità degli “intellettuali”, né di “tribuni” del popolo in piccolo, intesi a suggestionare e avvincere le masse con espedienti dettati dal momento: si tratta piuttosto di una “aristocrazia” che ha innegabilmente molti tratti in comune con la nobiltà gentilizia, col patriziato tradizionale e vorremmo persino dire con l’antica aristocrazia feudale e guerriero-sacrale delle società arie. Per tale via, si affaccia un nuovo problema, quello di esaminare appunto gli elementi validi di “stile” di questa più alta aristocrazia, come pure di vedere, che cosa si deve allora pensare circa coloro che, araldicamente, sono “nobili”, dato che in Italia la nobiltà esiste ed anzi il fascismo si è preoccupato di tutelarne e controllarne i titoli e di innalzare alla dignità nobiliare nuove persone.

Tradizionalmente, nella nobiltà sta anzitutto in risalto il valore riconosciuto dal sangue e la subordinazione della persona rispetto ad una casata e ad un principio. Il singolo qui non vale individualisticamente o “umanisticamente”, bensì in relazione al suo sangue, alle sue origini e alla sua famiglia, di cui deve tener alto il nome, l’onore, la fede. Un ugual risalto viene dato alla ereditarietà e al principio, di escludere gli incroci contaminatori. Le interferenze col razzismo qui sono evidentissime.

Per millenni il razzismo, è stato in atto nella nobiltà gentilizia di ogni popolo, ed anzi nella sua forma più alta, perché si è mantenuto aderente all’idea di tradizione ed ha evitato di materializzarsi in una specie di zoologismo. Prima che il concetto di razza si generalizzasse, come secondo le vedute attuali, l’aver della razza è sempre stato sinonimo di aristocrazia. Le qualità di razza sempre significarono qualità di élite, riferentesi non a doti di genialità, di cultura o di intellettualità, ma essenzialmente di carattere e di stile di vita. Esse si opponevano alla qualità dell’uomo comune perché apparivano, in buona misura, innate: le qualità di razza si hanno o non si hanno. Non si possono creare, costruire, improvvisare o imparare. L’aristocratico, a questa stregua, è l’esatta antitesi del parvenu, dell’arrivato, dell’uomo che “si fa”, che è divenuto quello che non era. All’ideale borghese della “cultura” e del “progresso” si oppone quello aristocratico e conservatore della tradizione e del sangue. Questi è un punto fondamentale e l’unico vero superamento dei surrogati borghesi e protestantici dell’aristocrazia.

Dal punto di vista del razzismo patrizio non si trasmettono ereditariamente le sole qualità fisiche, ma anche degli elementi spirituali, una speciale sensibilità morale, una visione della vita, una istintiva facoltà di discriminazione. Anche per i compiti nuovi tutto ciò è di importanza fondamentale. Qui si tratta di doti specifiche che, in ultima analisi, si rifanno a fattori di carattere superbiologico e che nella massa fatalmente si disperderebbero. La facoltà di reagire di fronte a motivi spirituali in modo così istintivo, diretto, organico quanto l’uomo comune ne è capace, invece, solo di fronte a ciò che tocca da vicino la sua vita animale o passionale, è un tratto aristocratico tipico. In più – e questo è assai importante –  nell’aristocrazia autentica il significato della “spiritualità” ha sempre avuto poco a che fare con la nozione moderna di essa: vi è il senso della sovranità, vi è un disprezzo per le cose profane, comuni, d’acquisto, nate da abilità, ingegnosità, erudizione e perfino da genialità, disprezzo che si avvicina assai a quello stesso che l’asceta professa.

Saremmo anzi tentati di racchiudere in questa formula il segreto delle vere doti nobili: una superiorità rispetto alla vita divenuta naturale, di razza. Questa superiorità, che ha dell’ascetico, nel tipo aristocratico non serve per creare antitesi nel proprio essere; come una seconda natura, essa sovrasta e permea di sé in modo calmo la parte umana inferiore, si traduce in dignità imperiosa, in forza, in “linea”, in calma e controllata tenuta dell’anima, delle parole, del gesto. Dà luogo ad un superiore tipo umano. Conducendo l’attuale teoria della razza alle sue logiche conseguenze; completandola con la considerazione di quei valori virilmente ascetici, che tanta parte hanno nel fascismo; riconoscendo la diseguaglianza fondamentale degli esseri, la quale non si restringe alle razze, ma concerne anche gli individui di una stessa razza; affrontando dunque i compiti selettivi e protettivi che ne derivano, non si può non essere ricondotti, più o meno, a questo ideale umano della tradizione aristocratica. Ma qui si pone il gran problema relativo alle vie e alle basi della realizzazione pratica.

Segue nella terza parte



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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