Significato dell’aristocrazia per il fronte antiborghese (I parte)

Ancora un approfondimento di Evola sul tema dell’aristocrazia, con un contributo uscito su “La Vita Italiana” nel giugno 1940, simbolicamente proprio in concomitanza con l’entrata in guerra dell’Italia. Lo scritto, che avrebbe costituito la base da cui Evola avrebbe sviluppato il più articolato saggio presentato sulla rivista “Lo Stato” poco più di un anno dopo, e che abbiamo presentato di recente, aveva il pregio di voler precisare immediatamente la direzione corretta in cui doveva orientarsi una visione antiborghese della vita, fondamento imprescindibile della rivoluzione fascista: non verso il basso, a “dar luogo ad un regime di popolo e di masse”, ma verso l’alto, per instaurare “una nuova epoca aristocratica”. E così, trovava spazio nell’approfondimento evoliano un’analisi di base sui falsi surrogati borghesi dell’aristocrazia (l’elitarismo “intellettualistico”) e sull’equivoco del totalitarismo e dell’assolutismo centralizzatore (che ha carattere regressivo ed antitradizionale laddove vada a minare un preesistente sistema organico, mentre assume un temporaneo, transitorio carattere positivo, laddove funga da primo argine alla dispersione centrifuga propria delle moderne società, dominate da individualismo, democrazia, egualitarismo). Successivamente Evola approfondiva il problema dell’individuazione delle caratteristiche del vero uomo aristocratico in termini di stile, di formazione interiore e spirituale, con gli inevitabili intrecci con la tematica del sangue e della razza, fino alla critica rivolta alla decadenza della nobiltà italiana, caratterizzata dal mero possesso formale di “titoli”, privo di un collegamento con l’assunzione effettiva di cariche, poteri e responsabilità, e con la naturalezza dell’essere eccezionali, elementi che potevano provenire, altrove, dall’organizzazione feudale dei migliori sistemi organici medioevali.

Evola invocava infine una nuova selezione in seno alle aristocrazie, affinché dalle nebbie potesse riemergere una vera aristocrazia tradizionale dello spirito, in grado di integrare la gerarchia politica del nuovo Stato con la formazione di una sorta di Ordine nuovo.

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di Julius Evola

Tratto da “La Vita Italiana”, XXVIII, 327, giugno 1940

I risultati ai quali, nei suoi aspetti più seri, la nota e recente polemica antiborghese ha condotto, possono più o meno riassumersi come segue. Civiltà e spirito borghese, incompatibili col fascismo, vanno superati. Vi sono però due maniere non solo diverse, ma perfino antitetiche di esser antiborghesi e di desiderare la fine della borghesia. Secondo la prima, la borghesia, con tutte le sue derivazioni – etica borghese, cultura borghese, plutocrazia, capitalismo ecc. – deve dar luogo ad un regime di popolo e di masse: l’èra «sociale» o «collettivistica» deve affermarsi di là da quella borghese. Dall’altro punto di vista il vero superamento della borghesia sta invece nell’aristocrazia. È una nuova epoca aristocratica che deve affermarsi di là dalla decadenza borghese della civiltà occidentale.

Qui non vale la pena rilevare, che solo questa seconda concezione è accettabile dal punto di vista fascista e che solo a tale stregua il fascismo può esser antiborghese pur non cessando di esser nemico irreconciliabile del comunismo e del marxismo, movimenti che brandiscono anch’essi l’antiborghesia, ma naturalmente nel primo dei due sensi ora accennati. E nemmeno è il caso di insistere, qui, sulla polemica già da noi a più riprese svolta contro certi ambienti che sotto l’etichetta della antiborghesia tentano di introdurre di contrabbando interpretazioni aberranti e «socializzanti» della Rivoluzione.

La nostra intenzione è invece di precisare il senso della soluzione, che noi riteniamo positiva, cioè di vedere un po’ da vicino che cosa può significare oggi quella «aristocrazia», che si invoca come correttivo e reattivo contro lo spirito borghese e la civiltà borghese. Nel riguardo, sussiste, in molti ambienti, più di un equivoco.

I surrogati borghesi dell’aristocrazia

Così abbiamo già avuto occasione di indicare (1) che mettendo mano al termine «aristocazia del pensiero» si fa senz’altro una mossa falsa. Il culto superstizioso del «pensiero», in realtà, è uno dei tratti caratteristici appunto della civiltà borghese, la quale inventò e lo diffuse per precise ragioni polemiche. Di contro alla aristocrazia del sangue e dello spirito, per desautorarle, la civiltà borghese, consolidatasi con l’avvento del Terzo Stato, affermò il diritto della «vera» aristocrazia, che sarebbe stata appunto quella del «pensiero». Ora, l’antintelletualismo e il virilismo propri alle nuove correnti rinnovatrici e al fascismo bastano, per far giustizia di un tale mito borghese. Che cosa è questa «aristocrazia del pensiero»? Essa si riduce in buona parte ai famosi «intellettuali», ai creatori di teorie filosofiche, ai poeti e ai letterati, insomma più o meno a coloro che Platone voleva giustamente bandire dal suo Stato, il quale non era per nulla – come volgarmente si crede – un modello utopico, ma rifletteva quel che tradizionalmente sempre fu ritenuto normale in fatto di ordinamenti politici. Ora, basta già formulare l’idea, che una èlite di «intellettuali» e di pensatori, i quali possono esser anche, come carattere, vigliacchi e poco più che piccoli borghesi, debba stare al potere, per avvertire tutto l’assurdo e l’anacronismo.

Essendosi poi diradati i fumi dell’illuminismo progressista e scientista, nemmeno possiamo pensare alla «aristocrazia del pensiero» nei termini di scienziati, inventori e tecnici. Tutti costoro sono indubbiamente elementi utili per una società moderna, ed è stata ottima cosa dare loro modo, col nuovo ordinamento corporativo sostituitosi a quello demo-parlamentare, di agire più efficacemente nella compagine del nuovo Stato. Ma è anche evidente che nemmeno a questa «aristocrazia» si può riconoscere la qualificazione propria ad una classe dirigente creatrice di una civiltà nuova di là da quella borghese. Molto più proprio al marxismo e al bolscevismo, che non alla nostra Rivoluzione, è il pensare che una èlite di tecnici, intesa a risolvere problemi puramente materiali, sociali ed economici, condurrà l’umanità collettivizzata, al cui esercizio essi stanno, verso un nuovo Paradiso, epperò tanto da poter pretendere ad un superiore riconoscimento.

Accertata in tali termini l’inconsistenza della formula «aristocrazia del pensiero», vi è da esaminare l’altra, che si riferisce ad una idea genericamente autoritaria o dittatoriale. Già il fatto dell’esistenza di un termine, come «dittatura del proletariato», mostra la necessità di specificare in fatto di dittature e di autoritarismo. Merito del Pareto è di aver cercato di dimostrare che il fenomeno dell’èlitismo, cioè di una minoranza dirigente, è fatale. Ma con ciò si è ancora lungi dal poter parlar correttamente di «aristocrazia». Il Pareto stesso non ha forse considerato il caso in cui questa èlite può esser proprio costituita dalla borghesia?

Ma è qualcosa di diverso che noi vogliamo soprattutto mettere in rilievo, e propriamente i rapporti fra aristocrazia e idea totalitario-autoritaria. Se si mira con precisione a superare sia borghesia, sia collettivismo, bisogna avere delle idee ben chiare circa la portata, il senso, i limiti e le possibilità di sviluppo dell’idea totalitario-autoritaria proprio in relazione con quella aristocratica. In che misura la formula totalitaria popolo-capo, che mette fine al liberalismo e al suo regime democratico-borghese di irresponsabilità, può servire da valida pietra di fondamento per il nuovo edificio e può risolvere compiutamente il problema, da cui si è partiti?

Doppio volto del totalitarismo

Qui è d’uopo entrare in un campo che sembrerà delicato per chi non possegga adeguati principii – in quello della relazione esistente fra idea autoritaria e assolutismo, fra l’unità direttiva di uno Stato organico e il tribunato della plebe. Questo argomento lo abbiamo già toccato in un precedente articolo, ove si è parlato del vero significato dell’azione svolta da Filippo il Bello di Francia (2).

Ci sia permessa riprendere l’idea fondamentale dicendo che il fenomeno del totalitarismo e della concentrazione statale ha significati diversi, ed anzi opposti, a seconda del tipo di regime della società, che l’ha preceduto.

Supponiamo, in un primo tempo, il caso in cui tale regime preesistente sia quello di una società ben articolata, con strati sociali e persino caste ben distinte, ma non artificialmente, bensì per naturale vocazione, e non chiuse o contrastanti, ma agenti ordinatamente di concerto in un tutto gerarchico; concepiamo inoltre che la differenziazione e l’anticollettivismo di tale società si esprimano altresì attraverso una certa ripartizione del potere e della sovranità, con una certa autonomia di funzioni e di diritti particolari, sui quali però troneggia l’autorità centrale, rafforzata anziché diminuita, nella sua sovranità spirituale, appunto da questa parziale decentralizzazione, ritrovabile p. es. negli aspetti positivi del regime feudale. Ora è evidente che se è in una tale società che si affermasse il centralismo e il totalitarismo, essi significherebbero una distruzione e una disarticolazione, la regressione dall’organico all’amorfo. Raccogliere assolutisticamente al centro ogni potere, significa, in tal caso, cosa simile a chi volesse riferire direttamente al cervello ogni funzione e attività del corpo epperò realizzare la condizione di quegli organismi inferiori, che siano costituiti soltanto da una testa e da un corpo inarticolato e indifferenziato.

Filippo IV di Francia detto Il Bello (1268-1314)

Proprio questo è il caso dell’assolutismo antiaristocratico e livellatore, che fu perseguito metodicamente, sotto la spinta di circostanze varie, soprattutto dai Re di Francia a partire da Filippo il Bello. E da Guénon è stato rilevato giustamente non essere un caso, che proprio la Francia, per prima, ha avuto la rivoluzione giacobina con l’avvento del Terzo Stato. Quei Re assolutistici e nemici della aristocrazia feudale, infatti, si scavarono letteralmente la propria fossa. Centralizzando, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo una superstruttura burocratico-statale a forme virili e dirette di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità, essi crearono il vuoto intorno a sé, perchè la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare era ormai priva di rapporti diretti con il paese. Distrutta la struttura differenziata che faceva da medium fra la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella superstruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L’assolutismo antiaristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall’avere carattere di vero dominio, essa trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche.

Le cose però stanno in modo ben diverso quando l’antecedente del processo di concentrazione autoritaria non sia una società organica o feudale, bensì una società «moderna», vale a dire di dissoluzione. Di ciò si tratta nel caso nostro. Il liberalismo, la democrazia, l’egualitarismo, l’internazionalismo avevano ridotto le nazioni allo stato di masse labili che stavano per disperdersi in ogni direzione e per scivolare sino al fondo alla china, rappresentato dal socialismo e dal comunismo. Di fronte ad un tale stato di cose, il primo e più urgente compito era evidentemente quello di creare con ogni mezzo un argine, un freno, di neutralizzare la tendenzialità centrifuga con una forza politica centripeta. Ed è proprio questo il senso e il valore positivo del processo di totalitarizzazione fascista. Assolto questo primo compito, quello che subito si presenta è di articolare di nuovo la nazione ricondotta a sé stessa, unificata sotto il segno di miti e simboli vari e protetta contro ogni forza disgregatrice e dispersiva; si tratta di sottrarla ad ogni collettivismo dando vita ad unità ben precise, gerarchicamente collegate, aventi una loro persona. Solo così si potrà avere una struttura, una realtà organica, capace di continuarsi nel tempo e munita di una sua propria forza di conservazione, forza che non può esser presente in una sostanza collettiva senza forma, tenuta insieme solo da un dato stato d’animo e dalle strutture generali dello Stato. La Rivoluzione solo allora avrà veramente generato un essere nuovo, completamente formato.

Note

(1) Cfr. Vita Italiana, n. Marzo 1940.

(2) Cfr. Vita Italiana, n. Maggio 1940.

segue nella seconda parte



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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