Speciale Coronavirus (III parte)

A cura della Redazione di RigenerAzione Evola

Terza parte del nostro speciale sull’emergenza Coronavirus. Abbiamo parlato nella scorsa puntata della possibilità di un azzeramento delle forme attuali di questa società e dell’emersione di nuove forme, sia un piano materiale che neo-spiritualistico.

Soffermiamoci oggi  sul piano spirituale, che, di fatto, è sempre il motore di tutta l’attività tradizionale che cerchiamo di svolgere con RigenerAzione Evola. Proprio in questo periodo, oltre agli approfondimenti sul piano psichico dell’uomo, stavamo parlando di esoterismo ed exoterismo, e fra breve torneremo sul tema.

La Pandemia ed il sacro: Quaresima e Quarantena. La resa della Chiesa Cattolica?

Ebbene, cosa sta facendo la Chiesa Cattolica dinnanzi alla crisi del Coronavirus?

Come temevamo, la Chiesa di Roma ha tristemente abdicato, facendo un pesante passo indietro. E, come se non bastasse, ha seguito un tristissimo iter di balletti e giri di valzer fra decisioni, tipico della peggiore politica moderna, che introduciamo facendo riferimento alla ricostruzione brillantemente proposta dal Corriere della Sera.

Il 12 marzo scorso, dopo il Decreto del governo Conte, il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, ha fissato per decreto la chiusura per tre settimane delle chiese romane, sostenendo espressamente che la decisione era stata presa in pieno accordo col Papa: «Con una decisione senza precedenti, consultato il nostro Vescovo Papa Francesco, abbiamo pubblicato ieri, 12 marzo, il decreto che fissa la chiusura per tre settimane delle nostre chiese». Il tutto con la CEI schierata apertamente sulla linea di chiusura del Governo, senza indugi: la Chiesa, dunque, come un ente pubblico secolarizzato, appendice dello Stato laico e materialista, incapace di autonomia decisionale in materia di spiritualità, supinamente piegato.

Il giorno successivo, poi, l’intervento rettificatore di Papa Bergoglio: no, le Chiese restano aperte, sia pure senza celebrazioni liturgiche, per consentire ai fedeli eventualmente di entrare e pregare individualmente, e nella rigorosa osservazione delle regole anti-contagio. Sembra che, dietro la decisione, ci sia stata la protesta di una parte dell’episcopato e dei sacerdoti, anche verso i vertici della CEI, nonché di molti fedeli. De Donatis scriveva: «un ulteriore confronto con papa Francesco ci ha spinto però a prendere in considerazione un’altra esigenza: che dalla chiusura delle nostre chiese altri “piccoli”, questa volta di un tipo diverso, non trovino motivo di disorientamento e di confusione. Il rischio per le persone è di sentirsi ancora di più isolate. Di qui il nuovo decreto che vi viene inviato con questa lettera e che contiene l’indicazione di lasciare aperte le sole chiese parrocchiali».

Dunque, la decisione definitiva è apertura delle chiese parrocchiali (quindi quelle non parrocchiali restano chiuse), ma conferma della sospensione di tutte le funzioni liturgiche di qualunque genere: non era di fatto mai accaduto prima qualcosa di simile. Gli Angelus e le messe del mattino a Santa Marta del Papa vengono trasmesse in streaming.

A ruota, l’ulteriore decisione: tutte le celebrazioni del triduo pasquale, dal Giovedì Santo fino alla Pasqua di Resurrezione, verranno celebrate in forma non partecipata, quindi “a porte chiuse”, senza fedeli e solo con i celebranti, con, allo stesso modo, trasmissione via internet e via tv. Del pari, la tradizionale Via Crucis al Colosseo sarà celebrata in forma ridotta ed adeguata alla situazione, senza ovviamente pubblico.

(immagine tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: davideucaristia)

Alcune parrocchie si sono attrezzate per trasmettere su canali web le loro celebrazioni, qualche coraggioso sacerdote, come il parroco di Bibione don Andrea Vena, ha deciso di portare in strada la statua della Madonna a bordo di un piccolo mezzo motorizzato scoperto, per renderla visibile dalle finestre ai tanti fedeli, soprattutto anziani, rimasti soli, recitando qualche preghiera e benedizione al microfono, beccandosi gli insulti degli intellettuali di turno e senza supporto da parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Alcuni fatti gravi saltano all’occhio: la sospensione di tutte le funzioni liturgiche; la sospensione, di fatto, della distribuzione della Santa Eucarestia ai fedeli. E tutto questo, badate bene, durante uno dei periodi forti della cristianità, quale la Quaresima, il periodo penitenziale di quaranta giorni che precede la celebrazione della Pasqua. Quaranta giorni: il simbolismo del numero quaranta, nel linguaggio biblico, rimanda non a caso ad un concetto di “purificazione”, oltre che, più in generale, all’esaurimento delle possibilità inferiori dell’uomo (1). Ebbene, notate che il concetto di Quarantena che stiamo ritrovando con la pandemia in corso, rimanda proprio allo stesso simbolismo ed allo stesso concetto di purificazione (2). Che strano: Quaresima e Quarantena si stanno intrecciando terribilmente in un medesimo periodo, ma nessuno, in ambito ecclesiale e dottrinario, sembra porvi la necessaria attenzione. Il tutto, se vogliamo notare un altro elemento, a cavallo del mese che, per antonomasia, attribuisce il carattere bisestile ad un anno, e cioè il mese di febbraio.

Nel mondo cattolico, in molti hanno  storto la bocca, sottolineando come che i vertici della CEI ed il Papa abbiano per l’ennesima volta mostrato il volto debole e laicizzato della Chiesa Cattolica d’oggi, che a volte critica strumentalmente e chiassosamente certe politiche del governo italiano (come nel caso della vicenda dei migranti e delle ONG, con Salvini paragonato a Satana), mentre altre volte fa finta di niente ed accetta supinamente qualunque cosa, dicendo che non è corretto mettere bocca su ciò che fa il Parlamento (si pensi ai matrimoni omosessuali nascosti sotto l’ombrello delle unioni civili), senza essere in grado di rivendicare un margine di autonomia sia pure riconosciuto dal Concordato.

La Chiesa, a fronte degli inevitabili provvedimenti di sicurezza ed igiene pubblica assunti dal governo su un piano politico, non ha saputo rivendicare una propria autonomia nel gestire le cerimonie religiose nel rispetto delle prescrizioni di legge, ma si è allineata senza fiatare, quasi che le chiese fossero alla stessa stregua di bar o esercizi commerciali, e le liturgie fossero paragonabili a disquisizioni da trattoria o a contrattazioni commerciali. E, ripetiamolo, a maggior ragione in un periodo liturgicamente e teologicamente fondamentale come quello quaresimale. Sembrerebbe che un esponente cattolico particolarmente critico abbia detto ad uno dei vescovi che difendeva la scelta di allinearsi alle scelte del governo: «Vi comportate nemmeno come prefetti, ma come viceprefetti».

Persino Andrea Riccardi, presidente della Comunità romana di sant’Egidio e sicuramente tutt’altro che annoverabile tra i cattolici tradizionalisti, antimodernisti o simili, ha sottolineato che è dubbio che lo Stato possa “disporre sulle cerimonie in chiesa. È un vulnus in un sistema di relazioni, su cui tornare”, aggiungendo che “le Chiese in Italia non sono la setta coreana”: il riferimento sarebbe stato ai gruppi cristiani in Corea del Sud che, con le proprie cerimonie condotte senza cautele, avrebbero favorito la diffusione del contagio. Sembrerebbe, infatti, che tale argomento sia stato sollevato in occasione dell’incontro a Palazzo Chigi tra Giuseppe Conte e gli emissari dei vescovi, i quali si sarebbero pertanto piegati ai voleri del Governo.

Cosa avrebbe dovuto fare la Chiesa? La decisione di chiudere tutte le chiese tout court presa in prima battuta non era sicuramente accettabile, tant’è che lo stesso Bergoglio ha dovuto correggere il tiro. La spiritualità per uno Stato materializzato può valere meno di zero, tanto da considerare una chiesa meno non solo di un negozio di alimentari, che deve restare aperto, ma anche di altri esercizi commerciali sicuramente non essenziali che, del pari, sono stati autorizzati a rimanere aperti, prima dell’ulterore limitazione disposta qualche giorno fa.

Ma il cibo materiale non vale più del cibo spirituale: “Sta scritto: ‘Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’, ribatte Gesù a Satana proprio durante i quaranta giorni di tentazioni nel deserto. La Chiesa non può assolutamente accettare una simile squalificazione: le porte delle Chiese devono rimanere simbolicamente aperte durante questa “guerra”, proprio come le porte del tempio di Giano lo rimanevano durante le guerre ai tempi di Roma.

Con le dovute cautele, singolarmente, o anche in numero esiguo tale da rispettare distanze e le altre prescrizioni di sicurezza, i fedeli devono poter entrare, pregare, contemplare il corpo di Cristo durante le ostensioni, essere ricevuti da un padre spirituale, ricevere conforto, confessarsi, anche sfruttando a tal riguardo, e rafforzando, le separazioni lignee già naturalmente presenti nei confessionali tradizionali, o l’utilizzo di ambienti separati. Certamente il discorso è più delicato per la celebrazione di messe partecipate e la distribuzione dell’Eucarestia, ma la Chiesa doveva comunque rivendicare la propria autonomia, discutere internamente sulle eventuali misure, e sottoporle eventualmente al governo, non per averne piattamente un placet o un diniego, ma per dare un orientamento significativo.

Si poteva ipotizzare che le messe continuassero ad essere celebrate, organizzando per ogni parrocchia numero e comportamenti degli officianti e magari “spalmando” un’unica messa domenicale lungo la settimana, frantumandola in tante mini-celebrazioni cui potessero partecipare un numero esiguo di fedeli per volta, commisurato alle dimensioni della singola chiesa, nel rispetto anche in tal caso di distanze e cautele: non si fa forse così per i supermercati, le filiali di banche e di uffici postali rimasti aperti? O si voleva far passare l’idea che, poiché la fede non è un bisogno materialmente tangibile, e non risponde a nessuna necessità razionale per questo mondo e per quest’epoca, doveva essere accantonata senza troppi fronzoli?

La Kaʿba (in italiano Caaba o Kaaba), la celbere costruzione cubica all’interno della Sacra Moschea della Mecca

E l’Eucarestia? Si poteva pensare in primo luogo ad eliminare, con l’occasione, il sacrilegio di ricevere l’ostia consacrata in mano e mettersela in bocca da soli come fosse una caramella; ripristinare la distribuzione ad opera del solo officiante, adeguatamente munito magari di guanto protettivo e mascherina. Certo, una distribuzione “da laboratorio” e problematica, non esente da rischi, non necessariamente da accettare, ma perlomeno  sicuramente da valutare, da studiare.

Insomma, tutto, tranne che alzare le braccia e dire: ok, chiudiamo tutto, e chi se ne frega dei fedeli, dell’Eucarestia, della Quaresima, della Pasqua. Siamo meno di un negozio di alimentari.

Peraltro, è da notare che nello stesso mondo musulmano mediorientale le autorità religiose stanno prendendo decisioni di analoga nonché storica portata, decidendo la chiusura di Moschee fondamentali della tradizione islamica, come la Sacra Moschea della Mecca, che custodisce la Kaaba, la Moschea Blu di Istanbul, la Cupola della Roccia e la Moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, la Grande Moschea degli Omayyadi a Damasco, come riferito, tra i tanti, dall’organo d’informazione asianews.it: “In gran parte del Medio oriente, le moschee hanno interrotto la preghiera comunitaria del venerdì, uno dei riti più significativi e partecipati per il mondo musulmano. Una cancellazione generalizzata che non ha precedenti a memoria d’uomo”.

Soffermiamoci ora sui gesti e le scelte del Papa in questo periodo.

Bergoglio, in primo luogo, ha deciso qualche giorno fa di andare a piedi a pregare dapprima a Santa Maria Maggiore, e poi presso la Chiesa di San Marcello in Via del Corso, per chiedere un miracolo dinnanzi al crocifisso miracoloso in quest’ultima ospitato, che, rimasto intatto fra le rovine dell’incendio della precedente chiesa e conservato nella nuova chiesa ricostruita, fu portato in processione per le vie della città per 16 giorni durante la peste a Roma nell’agosto del 1522, provocandone la miracolosa cessazione.

In precedenza, ricordiamo come, durante la pestilenza di Roma del 590, Papa Gregorio I Magno aveva indetto una processione di tre giorni per invocare la misericordia divina nei confronti della città, devastata anche dalla carestia e da una rovinosa inondazione del Tevere. Vi partecipò tutta la popolazione romana, decimata e stremata, intonando inni e canti, e la sera del 29 agosto 590, giunti all’altezza delle rovine del Mausoleo di Adriano, i Romani in processione videro la sagoma luminosa dell’Arcangelo Michele stagliata contro il cielo, nell’atto di riporre nel fodero la sua spada fiammeggiante. Quella sera stessa la pestilenza cessò. Il Mausoleo divenne, com’è noto, Castel Sant’Angelo, sulla cui sommità fu posta appunto la statua del Principe delle Milizie celesti raffigurato proprio nell’atto di riporre la spada.

Ed oggi, sia pure con tutte le differenze del caso, l’atto di Bergoglio basterà? In una Roma totalmente despiritualizzata, in preda da tempo a forze di natura sottile non propriamente positive, sarà sufficiente l’invocazione singola di un Papa della decadenza, senza processioni (impossibili da organizzare ora, certo, ma figuriamoci ai tempi della peste …), senza preghiere, senza litanie, senza invocazioni, senza pentimento, senza penitenze, senza ripetitività, con un popolo agnostico ed indifferente, per muovere la misericordia divina?

Tra l’altro, Bergoglio ha pensato bene, subito dopo il pellegrinaggio, di fare una bella chiacchierata sull’argomento, potremmo dire una “confessione” tutta laica, con il suo organo di stampa preferito, “La Repubblica”, (cogliendo l’occasione, in mancanza di Eugenio Scalfari, per un elogio sperticato al “guru” Fabio Fazio …). Con ciò ha innanzitutto reso manifesto il contenuto della preghiera (anche se, alla fine, non sembra esserci stata nessuna invocazione speciale, nessuna consacrazione e nessun atto di affidamento) recitata non da una persona qualunque, ma da quello che dovrebbe essere il Pontefice della Chiesa Cattolica, quindi ricordiamolo, dal Vicario di Cristo in terra, e comunicandolo per giunta ad un organo di stampa che, per contenuti e firme, dovrebbe essere quanto di più lontano si possa immaginare da un’autorità religiosa. Così facendo, ha contribuito a togliere forza alla preghiera, a scaricarne la potenza (già peraltro difficile da convogliare, per i motivi che ricorderemo tra breve) e, tra l’altro, a fornire al nemico un assist formidabile: vedete? Il Papa invoca da Dio la fine della pandemia, e non è successo nulla…

Dopo questo autogol, e dopo tanti, troppi giorni trascorsi senza neppure l’invito ad una preghiera collettiva da casa, alla recita di un rosario di massa, ad un orario prestabilito, in grado di creare almeno una forza psichica orientata in una certa direzione, Bergoglio si è poi deciso, forse, chissà, su suggerimento di qualche suo stretto collaboratore, ad un passo un minimo più consistente su un piano sacro. A parte l’invito rivolto per domani (giorno in cui, nel calendario cristiano, si ricorda l’Annunciazione), a mezzogiorno, a tutti i Capi delle Chiese ed i leader di tutte le Comunità cristiane, insieme a tutti i cristiani delle varie confessioni, a recitare un Padre Nostro («Nel giorno in cui molti cristiani ricordano l’annuncio alla Vergine Maria dell’Incarnazione del Verbo, possa il Signore ascoltare la preghiera unanime di tutti i suoi discepoli che si preparano a celebrare la vittoria di Cristo Risorto»), assume un particolare risalto l’invito ad unirsi a lui venerdì 27 marzo, alle ore 18, per una preghiera ed una supplica universale straordinaria che Bergoglio, da solo, in assenza ovviamente di pubblico ed alla presenza della Santa Eucarestia esposta, innalzerà al cielo, sul sagrato della basilica di San Pietro, al termine della quale impartirà la benedizione Urbi et Orbi, con annessa concessione dell’indulgenza plenaria. Un evento del genere non era mai accaduto nel passato, anche perchè la benedizione Urbi et Orbi viene impartita in via ordinaria dai Papi quale prima benedizione subito dopo la propria elezione, e poi esclusivamente a Natale ed a Pasqua.

Non è mancata la solita “bergogliata” di fondo, dato che il Papa ha invitato i fedeli a pregare con fede, perseveranza e coraggio, precisando poi: “il coraggio di stare lì nel chiedere e andare avanti. Anzi, quasi, non voglio dire una eresia, ma quasi come ‘minacciando’ il Signore”. Ecco, ci mancava anche la “minaccia” al Signore. Ricordiamo l’incipit dell’atto di affidamento a Gesù di Don Dolindo Ruotolo, presbitero e terziario francescano, venerato come servo di Dio dalla Chiesa, per il quale è in corso un processo di canonizzazione e che Padre Pio definì “Santo” già in vita:

“Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose.

Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi, e cambiare così l’agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell’anima, stornare il pensiero dalla tribolazione, e rimettersi a me perché io solo vi faccia trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, nell’altra riva. 

Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo ed il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge”.

La parte irrazionale della propria anima, l’agitazione, la verbosità, l’emotività, l’instabilità tipica della psiche va tenuta sotto controllo ed annullata durante la preghiera, altro che “minaccia” a Dio … pazienza. Ci auguriamo che, in ogni caso, poichè, come ci insegnano Evola ed i maestri della Tradizione, la funzione non va mai confusa con la persona che fisicamente la incarna volta per volta, Bergoglio riesca, soprattutto con il rito del 27 marzo prossimo e l’invito alle “minacciose” preghiere collettive, a richiamare e rievocare potenze sovraordinate che possano realmente orientare il corso degli eventi in un certo modo. Tenendo conto sempre del fatto che siamo nella parte finale dell’età oscura, a fine ciclo, e che, quindi, l’indirizzo complessivo dei tempi non può essere mutato, ma se ne può modificare, parzialmente, l’andamento interno. Non sarebbe stato male l’invito ai cristiani ad invocare la Madonna con un Rosario di massa, dato che, come confermato da tutta la Tradizione cattolico-ortodossa, l’intercessione della Vergine ed il Rosario sono tra gli strumenti più potenti di orientamento delle forze divine. Importante sarebbe anche la ripetitività e non l’una tantum delle preghiere, ma speriamo possa bastare.

Ricordiamo sempre, infatti, che questa è l’epoca in cui lo Spirito si è ritirato in modo pressoché integrale da questo mondo, cioè dal dominio della manifestazione grossolana, come ci dicono le dottrine indù, per cui, rispetto ad epoche passate, è sempre più difficile richiamare forze sovrumane e farle agire in questa modalità della manifestazione, ed a tal fine è pertanto necesario che invocazioni, riti e preghiere siano sempre più intense, ripetute e continue del passato; ciò, paradossalmente, proprio in un’epoca in cui il rito è svilito e l’intensità e la ripetitività non collimano con l’animo frenetico e scisso, sfuggente ed incapace di posa e di concentrazione, tipico, come dicevamo, dell’uomo contemporaneo.

E’ importante che un baluardo di forza spirituale rimanga in Occidente, perché più la Chiesa Cattolica retrocede e perde posizioni, più l’uomo occidentale non trova sostegno e conforto spirituale nell’alveo di un tradizione exoterica regolare (non azzardiamoci neppure a parlare del dominio esoterico, tanto più in questo periodo), più avanzano i surrogati protestantici e neo-spiritualistici da cui incessantemente Evola, Guénon e tutti gli autori tradizionali ci hanno messo in guardia, descrivendone i tratti sovversivi, invertiti, demoniaci.

L’immagine in evidenza è tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: Geralt)

Note

(1) Cfr. Gianluca Marletta, L’Eden, la Resurrezione e la Terra dei Viventi, pag. 93. Ritroviamo il Numero Quaranta in moltissimi episodi biblici: i quaranta giorni del diluvio universale (Genesi 7,4.12.17;8,6), i quaranta giorni passati da Mosè sul monte Sinai (Esodo 24,18; Deuteronomio 9,9.11.18.25;10,10), i quaranta anni trascorsi da Israele nel deserto (Deuteronomio 2,7: è il tempo della prova a cui YHWH sottopone il popolo di Israele, tempo di purificazione, tempo in cui rinasce una nuova generazione fedele a Dio), i quaranta giorni che impiegarono gli esploratori ebrei per esplorare la terra in cui sarebbero entrati (Numeri 13,25), i quaranta giorni camminati dal profeta Elia per giungere al monte Oreb (1Re 19,8), i quaranta giorni di tempo che, nella predicazione di Giona, Dio dà a Ninive prima di distruggerla (Giona 3,4). Nel Nuovo Testamento si possono invece citare, oltre appunto ai quaranta giorni che Gesù passò nel deserto (Matteo 4,2; Marco 1,13; Luca 4,2,), i quaranta giorni in cui Gesù istruì i suoi discepoli tra la Resurrezione e l’Ascensione in cielo (Atti 1,3).

(2) Il termine Quarantena (originariamente, forma veneta per quarantina), è ovviamente derivato da quaranta giorni, che era la durata tipica dell’isolamento cui venivano sottoposte nel XIV secolo le navi e le persone provenienti da zone colpite dalla peste nera (1347-1359) prima di entrare nella laguna della Repubblica di Venezia.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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