Speciale Coronavirus (IV parte)

A cura della Redazione di RigenerAzione Evola

Quarta parte ed ultima parte, almeno per ora, del nostro approfondimento sull’emergenza Coronavirus.

Prima di entrare nel merito, vi annunciamo fin d’ora che anche RigenerAzione Evola parteciperà con piacere all’iniziativa promossa dalla redazione del blog azionetradizionale.com, che ha dato vita ad “Anti-Virus: web-tv contro l’epidemia di disinformazione“, una web-tv nata, come si può leggere sul blog, con lo scopo preciso, in questo periodo di bombardamento mediatico ulteriormente aggravato dall’emergenza in corso, “di disinfestare le menti dai tanti, troppi ‘virus’ che già sono diffusi e radicati nella nostra epoca“. RigenerAzione Evola, in particolare, parteciperà ad una puntata di Anti-Virus web tv con un’intervista, che sarà visibile dal 2 aprile prossimo sui canali che vi indicheremo nei prossimi giorni.

Le risposte ideali di Evola alla crisi in corso. 

Dopo le analisi svolte nelle puntate precedenti, ed in particolare dopo le ultime riflessioni sul comportamento della Chiesa Cattolica e di Papa Bergoglio in questo delicato periodo, passiamo ora la parola idealmente al nostro punto di riferimento, Julius Evola.

Proprio in questo periodo di forzato soggiorno nelle nostre abitazioni, ricordiamoci che il barone fu costretto su una sedia a rotelle per gli ultimi decenni della sua vita terrena, e che quindi trascorse buona parte di questi anni nel suo appartamento in Corso Vittorio Emanuele. Evola, in particolare, non sarebbe più potuto andare in montagna, e forse questa, sia pure nel suo fiero silenzio, fu la cosa che più lo avrebbe ferito interiormente. Tant’è che, come ben sappiamo, volle che le sue ceneri fossero portate sul ghiacciaio del Lys, nel versante sud del Monte Rosa, per ritornare, una volta per sempre, in quei luoghi che aveva così tanto amato.

Ma, nonostante il suo impedimento fisico, Evola non si lamentò, non si arrese, continuò a lottare con i mezzi a sua disposizione: scrivendo, lasciandoci libri ed articoli fondamentali, rendendo testimonianza alla Tradizione, fino alla fine.

La raccomandazione, per tutti i nostri lettori, è di utilizzare questo periodo per un’introspezione seria, per una riscoperta di sé stessi e di ciò che conta realmente nella vita, per valutare quanto eravamo in linea con i caratteri di una vita spiritualmente piena e tradizionalmente orientata, per liberarci il più possibile dalle sovrastrutture e dai lacci che ci appesantiscono l’anima, che fanno scorrere il tempo in modo piatto e ripetitivo, impedendoci di viverlo in modo analogico e simbolico, pieno e differenziato, come occorrerebbe fare.

Rileggiamo insieme le parole di Evola, per gran parte di voi lettori senz’altro non inedite, ma che è sempre importante ricordare:

Attraversato il fronte, mi trasferii nell’Italia settentrionale e subito dopo a Vienna, dove ero stato già chiamato. In tale città, in una diversa cerchia, si cercò di lavorare in modo analogo che a Roma. Ma poco prima dell’occupazione russa della città, in un bombardamento riportai una lesione del midollo spinale che a tutta prima sembrò letale ma che poi ebbe per conseguenza la paresi parziale delle estremità inferiori.

Mi trovai bloccato in un ospedale. A dir vero, il fatto non fu privo di relazione con la norma da me già da tempo seguita, di non schivare anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte. E’ così che, ad esempio, a suo tempo avevo fatto non poche ascensioni rischiose in alta montagna. Ancor più mi ero tenuto a quella norma allora, presso al crollo di un mondo e al senso preciso di quel che sarebbe seguito. Quel che mi accadde costituì tuttavia una risposta non facile ad interpretare. Nulla cambiava, tutto si riduceva ad un impedimento puramente fisico che, a parte dei fastidi pratici e certe limitazioni della vita profana, non mi toccava in nulla, la mia attività spirituale e intellettuale non essendone in alcun modo pregiudicata o modificata.

La dottrina tradizionale che nei miei scritti ho spesso avuto occasione di esporre – quella, secondo la quale non vi è avvenimento rilevante l’esistenza che non sia stato da noi stessi voluto in sede prenatale – è anche quella di cui sono intimamente convinto, e tale dottrina non posso non applicarla anche alla contingenza ora riferita. Ricordarmi perché l’avevo voluta, epperò cogliere il suo senso più profondo nell’insieme della mia esistenza: questa sarebbe stata, dunque, l’unica cosa importante, importante assai più del «rimettermi», a cui non ho dato nessuno speciale peso. (Del resto, nel punto in cui, per via di una maggiore luce, un ricordo del genere fosse affiorato o affiorasse, sarebbe data sicuramente anche la possibilità di rimuovere, volendolo, lo stesso fatto fisico). Ma la nebbia a tale riguardo non si è ancora sfittita. Per intanto, mi sono adeguato con calma alla situazione, pensando scherzosamente talvolta che forse si tratta di dèi che han fatto pesare un po’ troppo la mano, nello scherzare con loro” .

Ciò che solo conta è questo: noi oggi ci troviamo in mezzo ad un mondo di ro­vine. E il problema da porsi è: esistono an­cora uomini in piedi in mezzo a queste ro­vine? E che cosa debbono, che cosa posso­no essi ancora fare?

(…) Devesi riconoscere poi che la devastazione che abbiamo d’intorno è di ca­rattere soprattutto morale. Si è in un clima di generale anestesia morale, di profondo disorientamento, malgrado tutte le parole di ordine in uso in una società dei consumi e della democrazia: il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologi­co, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata, stanno a caratterizzare, in genere, l’uomo del dopoguerra. Ricono­scere questo, significa anche riconoscere che il problema primo, base di ogni altro, è di carattere interno: rialzarsi, risorgere inte­riormente, darsi una forma, creare in se stessi un ordine e una drittura”.

Compito essenziale che oggi si pone all’uomo differenziato: ‘far che ciò su cui non si può far nulla, nulla possa su di noi’ “.

***

Concludiamo in maniera un pò particolare, con le parole del compianto grande combattente Ugo Franzolin, corrispondente di guerra in Africa orientale nella Decima Mas, scrittore e giornalista autore di libri come “Il Repubblichino”, “I giorni di El Alamein” ed “I Vinti di Salò”, e firma del Meridiano d’Italia e del Secolo d’Italia. Franzolin ebbe modo di incontrare Evola diverse volte volte nel dopoguerra, nell’abitazione di Corso Vittorio Emanuele.

Queste parole, tratte da un articolo di Franzolin uscito sul Secolo d’Italia nel 2012 e da noi riproposto, tracciano, con la sensibilità e la signorilità che sempre appartennero a quest’uomo, un quadro che, in questo periodo così delicato, è significativo, come dicevamo sopra, di un sentire e di un modo di vivere che è sempre più difficile preservare dai ritmi alienanti e disumani che caratterizzano quest’epoca, prima che irrompesse all’improvviso questa “pausa” forzata. Un pizzico di malinconia che Evola non avrebbe apprezzato, ma che ogni tanto può servire, senza crogiolarvisi mai, per fermarsi, tirare un respiro, guardare il cielo stellato e ripartire. Tanto più in queste giornate in cui il tempo ordinario è sospeso ed in cui, in qualche modo, le nostre menti possono trovare beneficio dal subentro di un tempo straordinario, che, proprio in quanto tale, non va sprecato.

“Un giorno, mentre Evola mi parlava della Parigi delle avanguardie nella quale viveva, qualcuno citofonò. Una signora che si occupava delle cose domestiche, venne a dire che un ragazzo chiedeva di salutare. Disse il nome, Adriano.
Entrò un giovane, poco più che ragazzo. Aveva una sua composta eleganza, un tratto signorile. Alla presentazione seppi che era il figlio di Pino Romualdi, che mi onorava della sua amicizia, conosciuto a Milano, vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano. Conversammo un po’, ma dopo una decina di minuti dovetti salutare e andarmene perché mi aspettava il solito lavoro al giornale.
Prima di congedarmi invitai Adriano a collaborare alla mia pagina. Volevo ospitare dei giovani, voci nuove. Così fu, infatti. Diventammo amici. Io do del tu volentieri ai ragazzi, mi è più facile parlargli, e se loro fanno altrettanto, la cosa mi fa piacere. Eppure con Adriano ci fu sempre di mezzo il lei, anche se il rapporto era cordiale, affettuoso da parte mia e, oso credere, anche da parte sua. Era preparatissimo, riflessivo, sempre disposto a riesaminare un concetto, ma con dei punti fermi, che erano ormai miei.

Gli chiesi di Evola. “Sa”, gli dissi introducendo il discorso, “mi sembra un mago”. Adriano si mise a ridere. “Un po’ lo è”, rispose, “nel senso che sa sublimare intuizioni rare, al limite della visione onirica, il percorso misterioso della vita”.

Ricordo con rimpianto quel tempo. Evola è morto, Adriano, ancora giovanissimo, ci ha lasciati in situazioni tragiche, sul ciglio di una strada, dopo un incidente.
Perché rimpianto? Ma perché allora, anche se da posizioni intellettuali diverse, per un proprio carattere, una propria storia personale era bello vivere, essere in attesa di un evento. Utopisti? Forse, ma la nostra utopia non era la carta di credito, o il telefonino, o la curva sud. Eravamo in attesa, ecco, ripeto. In attesa? Sì, certo, che i sentimenti tornassero.
Un giorno Evola mi disse: ‘Sa, la strada è lunga, interminabile …’. ”

In alto i cuori.

L’immagine in evidenza è tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: Syaibatul Hamdi)



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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