Storia vissuta della rivoluzione Fascista (seconda parte)

Seconda parte della recensione di Julius Evola della celebre “Storia della Rivoluzione Fascista” di Roberto Farinacci, pubblicata su “Vita Italiana” nel febbraio 1940. Evola termina di esporre la linea di sviluppo dell’opera, e comincia la propria analisi critica, incentrata su temi importanti quali: i presunti antecedenti storici del fascismo, individuati da Farinacci nella Lotta dei Comuni contro l’Impero e nel Risorgimento; l’interpretazione bivalente del Risorgimento stesso e dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale; il significato che ebbe, in termini di “dietro le quinte della storia”, il primo conflitto mondiale; l’atavica avversione italiana verso l’Austria e, più in generale, verso gli imperi centrali ed il mondo mitteleuropeo.

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di Julius Evola

Tratto da “Vita Italiana”, febbraio 1940

segue dalla prima parte

Farinacci mette simultaneamente in risalto un’altra caratteristica, che il movimento ebbe in proprio fin dalle sue primissime ore: il principio, che valgono solo le idee che costano sangue. Non è più la guerra che si fa combattendo con le schede e con le varie menzogne delle campagne elettorali. È invece il principio sorelliano dell’«azione diretta», nuova prova per una vocazione e una qualificazione, che non si misurano più con le doti dell’intelletto astratto e con le abilità del politicante, ma con la prontezza ad un sacrificio attivo, virile, cosciente, con la gioia per il combattimento ordinato da una superiore idea.

Che cosa era l’altro fronte, cioè la sovversione in Italia? Quale il senso del partito che più pretendeva ad assumere la successione della classe dirigente postbellica, il cui fallimento era palese? Farinacci mette in chiaro la profonda contraddizione propria al socialismo italiano. Già nel momento della loro massima vittoria elettorale, nel 1919, questa si era risolta in un motivo di scherno e di polemica da parte delle correnti estremiste, massimaliste e comuniste, che lo accusavano di sabotare la rivoluzione, di combattere la dittatura del proletariato da raggiungersi insurrezionalmente, di accettare i metodi della democrazia borghese e parlamentare. E di tale borghesia e democrazia, a dir vero, i socialisti italiani, nel carattere, nella statura, riflettevano esattamente l’inconsistenza, l’indecisione, la irresponsabilità. «Questi socialisti avevano insomma tutti i vizi e i difetti degli avversari, che proprio essi avevano sempre vituperato e deriso; non avevano nessuna delle virtù degli odiati compagni bolscevici, che erano e presto si sarebbero mostrati ignoranti e ostinati come tutti i fanatici e i selvaggi, pur avendo qualche coraggio, almeno il coraggio di pagar di persona, soffrendo sciagure, sofferenze, persecuzione e morte» (I, 287,293). Rappresentavano qualcosa di analogo al regime di Kerenski in Russia, e fatalmente sarebbero state travolte da forze di carattere ancora più basso, confinanti col caos, con la volontà di distruzione e di sovversione pure, se nessun ostacolo serio si fosse presentato e se, per dir così, l’abisso avesse chiamato l’abisso.

E tali forze effettivamente han fatto apparizione anche in Italia. Anche per esse bisogna forse riferirsi al fatto guerra. La guerra opera un risveglio di energie che, pur avendo un comune carattere antiborghese, a seconda dei casi, assumono segno opposto. Le une conducono l’uomo al disopra di sé stesso, lo fanno capace di comprendere e volere, fino al sacrificio, ciò che sta di là dalla sua breve e oscura vita di individuo. Le seconde lo riconducono invece ad un piano subpersonale, ove agiscono le influenze più oscure e gli istinti atavici più bestiali. Bisogna pensare che la gran massa incandescente delle energie interiori mobilitate dalla guerra nella razza italiana, cessata la conflagrazione, in una certa misura era ancora indifferenziata; era come una materia prima, rispetto al quale il comunismo costituì una specie di reattivo, di prova del fuoco, conducente alla definitiva differenziazione secondo una legge di affinità elettiva. Nell’opera del Farinacci si trova anche la documentazione completa, data spesso in forma impressionantemente suggestiva, di tutti gli avvenimenti sanguinosi del periodo squadrista, di tutti gli episodi del terrore rosso.

E, in tale occasione, viene ravvisata la natura di ciò che, in Italia, potè agire affrontando, contro il fascismo, la prova dell’azione, di là dagli agitatori imbelli e dai socialisti parlamentarizzati. Episodi, come quello dell’eccidio di Sarzana o di Empoli, che la profanazione di tombe e le orgie sadistiche portate oltre ogni limite dall’immaginazione, rivelano un substrato tenebroso della natura umana, che la scossa della guerra aveva portato alla superificie, che l’ideologia comunista aveva ravvivato per la sua stessa natura di dottrina rivolgentesi agli elementi più bassi della società umana, generata in diretta connessione con l’odio e il sadismo e la gioia di distruzione sempre più vasto, dopo che, dopo quelle diplomatiche e parlamentari, una serie di catastrofi economiche, di fallimenti e di corruzioni, fecero apparire chiaro, non poter, il governo italiano, né guidare le forze della vita e, là dove interveniva, agire in realtà come uno strumento più potente di nuove catastrofi epperò di una fatale demagogia (III, 296). Ad un tale punto, la sede dello Stato poteva considerarsi vacante e indugiare per imporsi e spezzare le forme sopravviventi di un mondo già decaduto sarebbe stato delitto.

Le ore di vigilia della marcia su Roma vengono descritte da Farinacci con impressionante efficacia. E in chiara luce viene messo l’atteggiamento preciso di Mussolini di fronte alla Monarchia nel momento decisivo; i problemi, che gli avversari sollevavano per minare la compagine fascista, non esistevano. Il fascismo era maturo per voler divenire Stato, tanto, da poter ricevere la sua definitiva consacrazione. Farinacci ricorda queste parole dello storico manifesto pubblicato da “Cremona Nuova”: «Noi siamo insorti né contro lo Stato né contro le sue istituzioni, non siamo ribelli alla Monarchia né contro l’esercito, al quale vanno i migliori palpiti della nostra anima. Siamo insorti contro un governo, vergogna d’Italia, impotente così a difendere lo Stato come a tutelarne i vitali interessi e che trascina con sé, travolgendola nella rovina, l’esistenza della Patria» (III, 435).

«Il parlamento e tutto l’armamentario della democrazia non hanno nulla a che fare con lo Stato e con l’Istituto monarchico – aveva dichiarato Mussolini (III, 424). – il nostro mito è la Nazione, è la grandezza della Nazione. E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto. E per noi la Nazione è soprattutto spirito, non è soltanto territorio».

Nel punto culminante della crisi il Re, duce vittorioso della grande guerra, col suo atteggiamento deciso fa inclinare definitivamente la bilancia dalla parte dell’Italia del Carso, del Piave e di Vittorio Veneto. È la fine di un’epoca storica della nostra nazione, l’inizio di una èra nuova, romana e fascista. «Ad ognuno pareva una grazia esser nato, avere combattuto, vivere ancora, e camminare avanti – dice, di quel momento, Farinacci (III, 444). – Quel che volesse dire essere fascisti, quale immensa energia fosse chiusa in questa parola “Italia di Vittorio Veneto”, che risplendeva dopo tanto sangue e tanto dolore, solo intendevano le camicie nere, solo a questi figli prediletti della guerra e della vittoria era dato di sentire. Era il loro premio e la loro vittoria».

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In linee più che schematiche, questa è in linea generale di sviluppo dell’opera di Roberto Farinacci. Architettonica nella sua struttura, essa, peraltro, è tutta satura di una passione e di una vita, che, a loro volta, non intorbidano, ma acuiscono la potenza di visione e di intuizione. Così. Per quel che riguarda il suo valore in sede storica e politica, difficilmente vi sarebbe posto per dei rilievi critici. È per chi si pone, più che dal punto di vista politico, da quello dottrinale e tradizionale nel senso più rigoroso del termine, che forse alcuni punti meritano di essere chiariti, tanto da prevenire ogni equivoco.

I consoli di Milano al cospetto di Federico Barbarossa chiedono clemenza dopo la resa della città (1162)

Anzitutto, si tratta degli antecedenti storici del fascismo. Che il primo risveglio della razza italiana dopo la caduta di Roma antica sia rappresentato dai Comuni, questa è forse l’affermazione più dubbia che si trovi in tutta l’opera. Certo, tutta una «storia patria» di schietta confezione massonico-liberale ha creato e propagato questo mito, procedendo anzi a mettere in relazione il risveglio «italiano» dei Comuni ribelli contro l’autorità imperiale con lo stesso Risorgimento, perché tale storia ha valorizzato il Risorgimento nei suoi aspetti sovversivi, la verità è invece che all’epoca dei Comuni era assurdo parlare di un sentimento «nazionale» alla moderna. Italiani combatterono tanto da parte dei Comuni che da quella dell’Imperatore; da quella dell’Imperatore, ad esempio, la stessa Casa di Savoia: né si può dire che, per es., Lodi e Cremona fossero meno italiane per mantenere essenzialmente, e la prima, fino ad un sacrificio eroico, la parola data e il patto giurato, contro i Comuni, che invece l’avevano arbitrariamente infranta. La lotta dei Comuni non fu quella di una nazione contro lo «straniero», ma quella di un principio contro un altro: da un lato stava la civiltà qualitativa e aristocratica della feudalità ghibellina e dell’impero, esaltata da Dante, dall’altra quella della «gente nova dai subiti guadagni», per usar l’espressione dantesca, di una civiltà mercantile e borghese sconsacrata, usurpante il diritto di portar le armi. Farinacci riconosce (III, 215) che l’Italia dei Comuni aveva anticipato di alcuni secoli l’èra del capitalismo su tutta l’Europa. Esatto: si tratta solo di vedere se c’è da rallegrarsene o da deplorarlo. Quali catastrofi si debbono al prevalere della civiltà capitalistico-borghese su ogni altra di tipo superiore, è, oggi, ad ognuno, fin troppo noto.

Secondo punto: il Risorgimento. Molto si è discusso a proposito. E qui della polemica basta indicare i risultati. Considerandone l’ideologia predominante, sarebbe difficile riconoscere nel Risorgimento un antecedente del fascismo. Una tale ideologia è in realtà imparentata nel modo più stretto con quella demoliberale e soprattutto demomassonica, e la parte che la massoneria ha avuto nel Risorgimento è ormai venuta in chiaro nelle nuove ricerche sui retroscena segreti della storia moderna. Le forze segrete della sovversione mondiale alimentarono il Risorgimento e propiziarono la diffusione di idee patriottiche – che esse schernivano – per dei fini inconfessati. Uno dei capi segreti, il cosiddetto «Piccolo Tigre», giunse, p. es., fino a qualificare Mazzini come un ridicolo cospiratore che può darsi da fare quanto vuole con la sua associazione patriottistica, ma ben deve guardarsi dal voler penetrare i piani, a cui egli, senza saperlo chiaramente, serviva, se il pugnale non doveva dire l’ultima parola. Questi piani, erano: colpire gravemente l’Impero Asburgico, bestia nera della massoneria, del liberalismo e del giacobinismo, fomentare la tendenzialità antimonarchica e anticattolica del Risorgimento, far dell’Italia, qualora essa fosse riuscita a costituirsi, una magnifica preda, una terra promessa della stessa massoneria e dei suoi mandatari più o meno diretti: cosa che, purtroppo, in una certa misura, riuscì.

Solo che la realtà guastò la manovra, perché malgrado tutto il Risorgimento valse a destare energie eroiche e nazionali, le quali, alla fine, si dimostrarono le più forti. È solo in questo secondo aspetto che il Risorgimento può essere considerato come un antecedente del fascismo, non certo alla stregua di Mazzini, Pisacane e altri uomini d’indubitato sentire patriottico, ma di ideologie più che sospette. Ciò, del resto, può corrispondere alla veduta espressa da Farinacci con queste parole: «Il Risorgimento è stato la fonte delle più forti, profonde e vitali energie dell’Italia. Solo il Risorgimento ha avuto la forza di preparare gli italiani a combattere e a morire» (II,63). Quanto al resto, delle precise riserve si impongono: negli stessi riguardi della «tradizione», che insiste sull’odio secolare italiano contro l’Austria e gli Asburgo. Tanto reale è stato, in tempi passati, quest’odio, tanto lo è la parte che però, nell’esasperarlo e giustificarlo con un alibi ideologico sovversivo, ha avuto il fronte massonico-giacobino.

Cosa che conduce ad una analoga discriminazione nei riguardi della stessa guerra mondiale. Nel nostro intervento si ritrovano, infatti, le stesse componenti. Da un lato, l’interventismo riprende il Risorgimento positivo, eroico, sanamente nazionale – e qui si ha davvero l’antecedente più diretto della rivoluzione fascista. Dall’altro lato però l’interventismo riprende anche l’altra «tradizione» del Risorgimento, cioè l’antitradizione, l’ideologia pervertitrice, liberalizzante, giudeo-massonica che tanta parte aveva avuta nei miti risorgimentistici e che di nuovo torna ad averne nei miti esteriori che, per coloro che ignoravano i retroscena giustificarono e determinarono il «generoso» schierarsi dell’Italia dalla parte degli Alleati e il suo uscire dalla Triplice Alleanza.

Si sa infatti, ormai, il significato preciso che, per il fronte segreto della sovversione mondiale, ebbe la guerra mondiale: essa doveva essere la crociata delle democrazie contro gli «imperialismi» e i residui del mondo oscurantistico feudale, antiliberalistico, imperiale ed aver quindi per effetto di far fare un enorme sbalzo in avanti alla sovversione mondiale già propagatasi in ogni paese con le «generose idee» della rivoluzione francese. Purtroppo, l’ideologia esteriore del nostro interventismo si fece spesso dupe di questo giuoco. Per tale ragione, non sapremmo dire fino a che punto nell’intervento, invece di isolare il puro lato eroico e guerriero, sia opportuno, come fa Farinacci, contemplare e quasi approvare il suo aspetto di lotta specifica contro l’Austria e di guerra combattuta «per distruggere l’Austria» (I, 120, 101-102), chiamando l’Austria «il nemico tradizionale e visibile, ch’era l’impero plurinazionale e antinazionale, lo Stato dinastico e militaresco e clericale… fra tutte lem potenze, la più antipatica al nostro cuore». (III, 227).

Stemma del Sacro Romano Impero

Non bisogna dimenticare, qui, che l’Austria fu l’ultima erede dell’idea, in sé, non antinazionale ma supernazionale, del Sacro Romano Impero. Verissimo l’aspetto dell’irredentismo e dell’interventismo, che «fu la reazione contro la tracotanza dell’Austria che ostentava il ricordo dell’antico dominio e l’alto disprezzo della nostra minore età» (ibid.): ma, a voler esser sinceri, già il far atto d’accusa, con Farinacci, contro il regime imbelle e ignavo dell’Italietta vivacchiante fra il ‘70 e il 1914 non significa riconoscere, che, almeno in parte, questo disprezzo era meritato? È facile ragionare con i se: pensiamo tuttavia a quale diverso corso avrebbe avuta la storia del mondo, se il 1914 avesse trovato già una Italia fascistizzata e autoritaria, quindi proprio del tipo esacrato dai liberali di quel tempo, e che come tale avrebbe saputo farsi rispettare e, nella Triplice, pretendere ad una dignità di pari a pari: se, dunque, come allora sarebbe stato logico, lasciando da parte il bagaglio deteriore di un aspetto del risorgimentismo, l’Italia fosse sì intervenuta, ma a fianco delle potenze centrali, contro il fronte delle democrazie giudeo-massoniche, dei liberalismi e dei nazionalismi demagogici. Del resto, quando Farinacci (III, 236) considera il nemico come un «puntello» per le forze eroiche e nazionali interventiste e per la loro unità, finisce col riconoscere che la volontà di distruggere l’Austria corrispose non all’essenziale, ma all’accessorio: e nella sua aspra requisitoria contro l’ideologia ipocrita che inspirò i trattati di pace vi è quanto basta per far ben vedere quale sia, in fondo, per lui, il senso dei miti ipocriti, che propiziarono l’intervento italiano.

Segue nella terza parte



Julius Evola

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