Sulla “glorificazione” del lavoro

Alla vigilia del 1° maggio e delle consuete celebrazioni del dogma laico del lavoro, fondamento totalmente materializzato delle repubbliche contemporanee, lasciamo ancora, con piacere, la parola al Maestro Guénon, proponendo anche un parallelo con Evola sulla materia. In questo articolo, inserito nella prima opera postuma di Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale”, uscita nel 1952, ideale completamento di “Considerazioni sull’iniziazione” (“Aperçus sur l’initiation”, 1946), il metafisico di Blois ci offre un quadro estremamente chiaro e preciso del fenomeno della “glorificazione” tutta moderna del lavoro, inteso nella sua accezione più biecamente profana.

Conformemente alla sua impostazione, di cui abbiamo più volte parlato, in ultima battuta anche nella seconda parte dell’articolo “Il Demiurgo” proposta qualche giorno fa, Guénon ricollega l’esaltazione del lavoro, svuotato di qualunque contenuto superiore, al bisogno esagerato e frenetico, tipico degli occidentali moderni, di “agire”, di porre in essere un’“azione” fine a sé stessa, o tutt’al più orientata alla propria sopravvivenza materiale o al proprio tornaconto personale.

Ben altro il concetto di “lavoro” inquadrato in un’ottica tradizionale, nel cui contesto esso si manifesta come un’”attività” conforme alla vocazione individuale, alla natura di chi lo compie, funzionale quindi alla realizzazione di Sé, del proprio dharma (Swadharma). Allora il “lavoro” diventa qualcos’altro, diventa mestiere in senso tradizionale, rito ed iniziazione, come nelle antiche corporazioni, e quindi una forma di arte – sempre da intendersi in senso tradizionale, come imitazione della Natura quale Causa, nella sua conformità all’ordine superiore. Il mero “lavoratore”, in quest’ottica, si presenta pertanto come un artifex, un artigiano, un artista, del tutto assimilabile, per analogia nel suo dominio particolare, all’Artigiano Divino.

Nel 2017, sempre per la ricorrenza del 1° maggio,  pubblicammo un estratto da “Gli uomini e le rovine” (capitolo VI, “lavoro – demonia dell’economia”) in cui Julius Evola, scrivendo sul medesimo tema della superstizione moderna del lavoro, giungeva ovviamente alle stesse considerazioni di Guénon, parlando di una “specie di autosadismo”, consistente “nel glorificare il lavoro come valore etico e dovere essenziale, e nel concepire sotto specie di lavoro qualsiasi forma di attività”. È, però, interessante verificare come Evola assumesse, ovviamente, un diverso approccio nei confronti nel concetto di azione rispetto a Guénon: per Evola, se “lavoro” era un termine che da sempre designava le forme più basse dell’attività umana, quelle condizionate più univocamente dal fattore economico, tutto ciò che non si riduceva a simili forme andava definito come azione: tale era, ad esempio, “quella del capo, dell’esploratore, dell’asceta, dello scienziato puro, del guerriero, dell’artista, del diplomatico, del teologo, di chi pone una legge o di chi la infrange, di chi è spinto da una posizione elementare o guidato da un principio, del grande imprenditore e del grande organizzatore”. E ancora: “Mentre ogni civiltà normale, grazie al suo orientamento verso l’alto, s’intese a dare un carattere di azione, di creazione, di “arte” perfino al lavoro (per il che, ad esempio, ci si può riferire di nuovo all’antico mondo corporativo), esattamente il contrario accade nella presente civiltà economica”.

Il contenuto essenziale dell’elaborazione dei due maestri è, appunto, il medesimo (e non potrebbe, tradizionalmente parlando, essere diversamente), ma Evola e Guénon “giocano” sulla terminologia, sulle forme tramite le quali si estrinseca l’essenza della loro disquisizione, conformemente, ripetiamolo ancora una volta, al diverso angolo visuale che li caratterizzava: quello di metafisico, di orientale, di contemplativo, di brahmino, per Guénon; quello di occidentale, di uomo d’azione,  di kshatriya, per Evola. In tal senso rinviamo, ancora una volta, all’intervento di Paolo Rada al convegno su Evola e Guénon del 12 maggio 2018 a Brescia.

Per un’altra concezione del “lavoratore” in senso impersonale e superiore (seppure non in senso metafisico), inteso quale dominatore sulla Tecnica e sulle forze sollecitate dalle estreme meccanizzazioni moderne nel mondo del lavoro, figura archetipica analoga a quella del soldato chiamato a confrontarsi con le potenze elementari distruttive scatenate dell’evento bellico, si rinvia ovviamente all’elaborazione di Ernst Jünger e del suo Arbeiter, che ha attirato, com’è noto, l’interesse di Evola, ed al quale RigenerAzione Evola ha dedicato diverso spazio, sia pubblicando approfondimenti specifici, che curando la raccolta di scritti evoliani Ernst Jünger, il combattente, l’operaio, l’anarca, edita da Passaggio al Bosco.

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di René Guénon

(inserito in “Iniziazione e realizzazione spirituale”, cap. X, Luni Editrice, 1952, orig. “Initiation et Réalisation spirituelle“, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952)

È di moda, nella nostra epoca, esaltare il lavoro, quale che sia e in qualunque modo lo si compia, come se avesse un valore eminente di per sé e indipendentemente da ogni considerazione d’altro ordine; è il soggetto d’innumerevoli declamazioni tanto vuote quanto pompose, non solo nel mondo profano, ma anche, cosa ben più grave, nelle organizzazioni iniziatiche rimaste in Occidente (1). È facile capire che questo modo di considerare le cose si riallaccia direttamente all’esagerato bisogno d’azione caratteristico degli Occidentali moderni; infatti, il lavoro, almeno quando lo si considera in questo modo, evidentemente altro non è che una forma dell’azione, e una forma alla quale, d’altra parte, il pregiudizio “moralista” esorta ad attribuire un’importanza ancora maggiore a qualsiasi altra, essendo quella che meglio si presta a essere presentata in veste di “dovere” per l’uomo e tale da contribuire ad assicurare la sua “dignità” (2).

Il più delle volte a ciò si aggiunge un’intenzione nettamente antitradizionale, quella di disprezzare la contemplazione, che si finge d’assimilare all’“ozio”, mentre, al contrario, essa è in realtà l’attività più elevata che si possa concepire, e d’altronde l’azione separata dalla contemplazione non può essere che cieca e disordinata (3). Tutto ciò si spiega fin troppo facilmente da parte d’uomini che dichiarano, senza dubbio sinceramente, che «la loro felicità consiste proprio nell’azione» (4), noi diremmo volentieri nell’agitazione, giacché, quando l’azione è presa così come fine a se stessa, quali che siano i pretesti “moralisti” invocati per giustificarla, essa non è davvero niente più di quello.

Contrariamente a quel che pensano i moderni, un lavoro qualsiasi, compiuto indistintamente da chiunque, e unicamente per il piacere d’agire o per la necessità di “guadagnarsi la vita”, non merita per niente d’essere esaltato, e pure non può essere considerato che come una cosa anormale, opposta all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, al punto che, nelle condizioni della nostra epoca, arriva troppo sovente ad assumere un carattere che si potrebbe, senza esagerazione alcuna, qualificare come “infra-umano”. Quel che i nostri contemporanei sembrano ignorare completamente, è che un lavoro non ha reale valore se non quando è conforme alla natura stessa dell’essere che lo compie, se ne risulta in modo diciamo spontaneo e necessario, sì da essere per tale natura il mezzo per realizzarsi il più perfettamente possibile. Ecco, in definitiva, la nozione stessa di swadarma, che è il vero fondamento dell’istituzione delle caste, e sulla quale abbiamo sufficientemente insistito in tante altre occasioni da poterci accontentare di ricordarla senza dilungarci oltre. Si può anche pensare, a questo proposito, a quel che dice Aristotele dell’esecuzione da parte d’ogni essere del suo “atto proprio”, con il che va inteso sia l’esercizio di un’attività conforme alla propria natura sia, come diretta conseguenza di quest’attività, il passaggio dalla “potenza” all’“atto” delle possibilità comprese in questa natura. In altre parole, perché un lavoro, di qualunque genere possa essere d’altronde, sia quel che dev’essere, occorre anzitutto che corrisponda per l’uomo a una “vocazione”, nel vero senso della parola (5); e, quando è così, il profitto materiale che può legittimamente derivarne appare come un fine del tutto secondario e contingente, addirittura trascurabile di fronte a un altro fine superiore, che è lo sviluppo e come il compimento “in atto” della natura stessa dell’essere umano.

Va da sé che quel che andiamo dicendo costituisce una delle basi essenziali di ogni iniziazione di mestiere, poiché la “vocazione” corrispondente è una delle qualificazioni richieste per una tale iniziazione, e anzi, si potrebbe dire, la prima e la più indispensabile di tutte (6). Tuttavia, vi è un’altra cosa su cui è opportuno insistere, soprattutto dal punto di vista iniziatico, giacché è quella che dà al lavoro, considerato secondo la nozione tradizionale, il suo significato più profondo e la sua portata più alta, superando la considerazione della sola natura umana per ricollegarlo all’ordine cosmico stesso, e di là, nel modo più diretto, ai principi universali. Per comprenderlo, si può partire dalla definizione dell’arte come “imitazione della natura nel suo modo d’operare” (7), ossia della natura come causa (Natura naturans), e non come effetto (Natura naturata); dal punto di vista tradizionale, infatti, non vi è alcuna distinzione tra arte e mestiere, come non ve n’è tra artista e artigiano, ed è questo un altro punto sul quale abbiamo già avuto sovente occasione di spiegarci; tutto quel che è prodotto “conformemente all’ordine” merita per ciò stesso, e allo stesso titolo, d’esser considerato come un’opera d’arte (8).

Tutte le tradizioni insistono sull’analogia che esiste tra gli artigiani umani e l’Artigiano divino, gli uni come l’altro operanti “mediante un verbo concepito nell’intelletto”, il che, notiamolo di sfuggita, dimostra nel modo più netto possibile la funzione della contemplazione come condizione preliminare e necessaria alla produzione di ogni opera d’arte; ed è questa un’ulteriore differenza essenziale con la concezione profana del lavoro, che lo riduce a essere pura e semplice azione, come dicevamo sopra, e pretende anche d’opporlo alla contemplazione. Seguendo l’espressione dei Libri indù, «noi dobbiamo costruire come i Dêva lo fecero all’inizio»; questo, che si estende naturalmente all’esercizio di tutti i mestieri degni di questo nome, implica che il lavoro ha un carattere propriamente rituale, come d’altronde devono averlo tutte le cose in una civiltà integralmente tradizionale; e non soltanto è questo carattere rituale ad assicurare la “conformità all’ordine” di cui parlavamo poco fa, ma addirittura si può dire ch’esso è tutt’uno con questa conformità (9).

Dal momento che l’artigiano umano imita così nel suo dominio particolare l’operazione dell’Artigiano divino, egli partecipa all’opera stessa di questi in una misura corrispondente, e in un modo tanto più effettivo quanto più ha coscienza di questa cooperazione; e più egli realizza attraverso il suo lavoro le virtualità della propria natura, più accresce in pari tempo la sua somiglianza con l’Artigiano divino, e più le sue opere si integrano perfettamente nell’armonia del Cosmo. È evidente come ciò sia lontano dalle banalità che i nostri contemporanei sono abituati a enunciare credendo con ciò di fare l’elogio del lavoro; questo, quando è quel che dev’essere tradizionalmente, ma soltanto in questo caso, è in realtà ben al di sopra di tutto quel ch’essi sono capaci di concepire. Possiamo perciò concludere queste poche indicazioni, che sarebbe facile sviluppare quasi indefinitamente, dicendo questo: la “glorificazione del lavoro” risponde bene a una verità, e anche a una verità d’ordine profondo; ma il modo in cui i moderni l’intendono di solito non è che una deformazione caricaturale della nozione tradizionale, che arriva addirittura in qualche modo a invertirlo. Infatti, non si “glorifica” il lavoro con discorsi vani, cosa che non ha neppure alcun senso plausibile; ma il lavoro stesso è “glorificato”, cioè “trasformato”, quando, invece d’essere una semplice attività profana, costituisce una collaborazione cosciente ed effettiva alla realizzazione del piano del “Grande Architetto dell’Universo”.

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Note dell’autore

(1) È noto che la “glorificazione del lavoro” è segnatamente, in Massoneria, il tema dell’ultima parte dell’iniziazione al grado di Compagno; e disgraziatamente, ora, è interpretato in questo modo del tutto profano, invece d’essere intesa, come si dovrebbe, nel senso legittimo e realmente tradizionale che ci proponiamo d’indicare in seguito.

(2) Diremo subito a questo proposito che, tra questa concezione moderna del lavoro e la sua concezione tradizionale, vi è tutta la differenza che esiste in generale, come abbiamo spiegato ultimamente, tra il punto di vista morale e il punto di vista rituale.

(3) Ricorderemo qui una delle applicazioni dell’apologo del cieco e del paralitico, nella quale essi rappresentano rispettivamente la vita attiva e la vita contemplativa (cfr. Autorità Spirituale e potere temporale, cap. V).

(4) Rileviamo questa frase in un commentario del rituale massonico che peraltro, sotto molti aspetti, non è nemmeno uno dei peggiori, cioè uno dei più influenzati dalle infiltrazioni dello spirito profano.

(5) Su questo punto, come pure sulle altre considerazioni che seguiranno, rinvieremo, per più ampi sviluppi, ai numerosi studi che A.K. Coomaraswamy ha consacrato particolarmente a queste questioni.

(6) Certi mestieri moderni, e soprattutto i mestieri puramente meccanici, per i quali non si potrebbe realmente parlare di “vocazione”, e che di conseguenza hanno un carattere anormale, non possono supportare valevolmente alcuna iniziazione.

(7) E non nelle sue produzioni, come immaginano i sostenitori di un’arte cosiddetta “realista”, e che sarebbe più esatto chiamare “naturalista”.

(8) È appena il caso di ricordare che questa nozione tradizionale dell’arte non ha assolutamente niente in comune con le teorie “estetiche” dei moderni.

(9) Su tutto questo, vedere A.K. Coomaraswamy, Is Art a Superstition or a Way of Life? nella raccolta intitolata Why exhibit Works of Art?



René Guénon

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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