Sulla visione magica della vita

Dopo “sul carattere della conoscenza iniziatica”, proponiamo oggi il secondo dei tre articoli, da noi selezionati, raccolti nel volume Introduzione alla Magia, scritti da Julius Evola, sotto lo pseudonimo di EA, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, nel contesto nell’esperienza del Gruppo di Ur. Periodo delicato, a cavallo fra la fase più “filosofica” di Evola e l’approdo definitivo alla metafisica, col superamento di scorie, imperfezioni e incomprensioni precedenti. Con lo stile inconfondibile di quel periodo, l’ancor giovane Evola descrive gli esiti del processo di liberazione e di trasfigurazione dell’Io rispetto alle contingenze di questo mondo, sotto i tratti di un’azione assoluta, impersonale, svincolata. Lo schema è ancora quello della volontà di potenza dell’Individuo Assoluto fra le numinosità e le catene oggettive, in una prospettiva rigorosamente da kshatriya, “relativa” e molto “inquadrata”, come specificato nel cappello introduttivo, opera evidentemente di un altro commentatore o redattore. Ma si tratta dell’ennesima, significativa descrizione evoliana, tipica di quegli anni, che si aggiunge a tante altre testimonianze di autori tradizionali, di “cosa” si può vivere attraverso esperienze oltre la soglia della vita “ordinaria”, da uno dei possibili angoli visuali della trascendenza: sempre ricordando che l’essenza ultima del metafisico è Una, ma le vie di approdo possono essere, seppure in linea puramente apparente, svariate.

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di Julius Evola (alias EA)

Tratto da “Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io” (volume primo, pp. 171-174).

Il titolo del presente scritto non deve indurre ad attribuire alle idee in esso contenute una portata generale. Si tratta piuttosto di « verità » da assumere in una data fase dello sviluppo ai fini di una preliminare liberazione e purificazione dell’animo, che può rivestire questa forma soprattutto nella «via dei guerrieri» – dei kshatriya, volendo usare la terminologia indù. Una volta che il frutto di una tale disciplina sia stato raggiunto, varie prospettive possono mutarsi e subentrare il punto di vista proprio alla vera realizzazione trascendente (N.d.U.).

Il superamento di sè, oltre che oggetto dei riti, si lega ad una rinnovata, eroicizzata sensazione del mondo e della vita, non come un astratto concetto della mente, ma come qualcosa che vibri nel ritmo dello stesso sangue. È la sensazione del mondo come potenza, la sensazione del mondo come atto sacrificale. Una grande libertà, con l’azione, per unica legge. Dappertutto, esseri fatti di forza e, simultaneamente, un respiro cosmico, un senso di altezza, di aereità.

L’azione va liberata. Va realizzata in sè, monda dalla febbre mentale, detersa da odio e da brama. Queste verità debbono compenetrare l’animo: non vi è dove andare, non vi è nulla da chiedere, nulla da sperare, nulla da temere. Il mondo è libero: scopi e ragioni, «evoluzione», fato o provvidenza, tutto ciò è nebbia, è cosa inventata da esseri che non sapevano ancora andare da sè e abbisognavano di dande ed appoggi. Ora, sarai lasciato a te stesso.

E devi giungere a sentirti un centro di forza, fino a conoscere l’azione che non si determina più per questo o quell’oggetto, ma per sè stessa. Ecco: non sarai più mosso: distaccato, ti muoverai. Intorno, gli oggetti cesseranno di essere oggetti di desiderio per te – diverranno oggetti di azione. Roteando intorno a cose che non esistono più, gli impulsi di una vita irrazionale alla fine si estingueranno: e cadrà anche il senso dello sforzo, la mania del correre, del fare, dell’arrivare nell’azione, la serietà dolorosa ed il bisogno, il sentimento tragico e il vincolo titanico; cadrà insomma la grande malattia – il senso umano della vita. Subentrerà una calma superiore. Appunto da essa potrà riscaturire l ‘azione, l’azione pura e purificante: è l’azione pronta, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, ad assumere qualunque direzione; l’azione labile, inafferrabile, riaffermantesi continuamente di là da sè stessa, libera rispetto a sè stessa, superiore al vincere ed al perdere, al successo e all’insuccesso, all’egoismo e all’altruismo, alla felicità e alla sventura; l’azione disciolta dal vincolo, disciolta dalla identificazione, disciolta dall’attaccamento.

In una tale azione potrai trovare la purificazione, perché per essa l’« individuo » non conta più e perché essa ti porta di là sia dalla conoscenza astratta, sia dall’impeto irrazionale delle forze inferiori. Non spettri di concetti e di idee e di «valori» – ma visione senza segno, avente per unico, diretto oggetto la realtà. In più, appunto l’azione, ridestata come una cosa elementare, semplice, inattenuata. Potenza di comandare e potenza di obbedire: l’una, assoluta quanto l’altra, da quintessenziarsi fino al modo che è richiesto per le evocazioni e le identificazioni, così come per quegli istantanei, immateriali incontri di « presenze », nei quali gli uni potranno ascendere e scomparire, possenti ed invisibili, e gli altri precipitare in arresti corporei.

Ma a tanto già nella vita comune va seguita una disciplina, atta a far realizzare l’inutilità di ogni sentimentalismo e di ogni complicazione affettiva. Al loro posto, lo sguardo lucido e l’atto adeguato. Come nel chirurgo, al luogo di compassione e di pietà, l’intervento che risolve. Come nel guerriero o nell’uomo di sport, al luogo della paura, dell’agitazione irrazionale davanti al pericolo, la pronta determinazione di tutto quel che è in proprio potere fare. Pietà, paura, speranza, impazienza, ansia – sono tutti sfaldamenti dell’animo, che vanno a nutrire poteri occulti e vampirici di negazione. Prendi la compassione: non rimuove nulla del male altrui, ma fa che esso conturbi il tuo animo. Se puoi, agisci, assumi la persona dell’altro e comunicagli la tua forza. Se no, stàccati. Così pure l’odio: odiare degrada. Se vuoi, se giustizia lo vuole in te, abbatti, stronca, senza che il tuo animo si alteri. Inoltre: odiando decadi: l’odio altera, impedisce di controllare l’influenza dell’avversario, anzi ti apre a questa stessa influenza: che puoi conoscere e paralizzare, se invece resti senza reazione.

Per il «bene» cosi come per il «male», deve uccidere la «passione» chi vuole la scienza e la potenza del bene e del male. Saper dare con un atto puro, con un dono assoluto, non nella voluttà della simpatia o della pietà. Saper colpire senz’odio. «Io sono nei forti la forza esente da desiderio e da passionebalam balavatâm asmi kâmarâgavivarjitam» – ciò di sè dicendo, una figura divina ha indicato quella forza e quella purità, su cui nulla può, di fronte a cui la stessa legge di azione e reazione non trova più presa (1). Non appena la febbre, la forza oscura dell’istinto, dell’appetito o dell’avversione distolgano da questa centralità, anche il supremo fra gli dèi rovina.

Distacco, silenzio, solitudine –  ciò prepara la liberazione della visione della vita e del mondo.

Distanza fra gli esseri. Non riconoscersi negli altri; non sentirsi, ad essi, né superiori, né uguali, né inferiori. Nel mondo quaggiù gli esseri sono soli, senza legge, senza scampo, senza scusa, vestiti solo della loro forza o della loro debolezza: cime, sassi, sabbia. Questa è la prima liberazione della visione della vita. Vincere la contaminazione fraternalistica, il bisogno di amare e di sentirsi amati, di sentirsi insieme, di sentirsi uguali ed accomunati. Da ciò, purìficati. A partir da un dato punto, non più per il sangue, non più per gli affetti, non più per la patria, non più per un umano destino potrai sentirti ancora unito a qualcuno. Unito ti potrai sentire solo con chi è sulla tua stesssa via, che non è la via degli uomini, che non ha riguardo per la via degli uomini.

E volgendo lo sguardo alle cose, cerca di intendere la voce dell’inanimato. «Come sono belle, queste libere forze non ancora macchiate di spirito!» (Nietzsche). Tu non dire: «non ancora», ma «non più» macchiate di «spirito» e come «spirito» intendi, qui, appunto l’«irreale»: tutto ciò che l’uomo con i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue paure e le sue speranze ha proiettato nella natura per rendersela intima, per farle parlare la sua stessa lingua. Lascia ciò: e cerca appunto d’intendere il messaggio delle cose, proprio là dove appaiono straniere, nude, mute – là dove non hanno un’anima perché sono qualcosa di più grande dell’«anima». Questo è il primo passo per la liberazione della visione del mondo. Sul piano della magia conoscerai un mondo ritornato allo stato libero, intensivo ed essenziale, in uno stato, in cui la natura non è natura, né, lo spirito, «spirito», in cui non esistono né cose, né uomini, né ipostasi di «dèi» – ma poteri – e la vita è una vicenda eroica di ogni istante, fatta di simboli, di illuminazioni, di comandi, di azioni rituali e sacrificali.

In questo mondo non vi è più né un «qui», né un «là», non vi è attaccamento: tutto vi è infinitamente uguale ed infinitamente diverso e l’azione scaturisce da sè stessa, pura, occulta. E il «Vento», il «Soffio» – il Soffio del «Gran Verde» ermetico – porta il tutto nel senso di un sacrificio, di una offerta, di un rito luminoso e meraviglioso, fra zone di una attività calma quanto il riposo più profondo e di una immobilità intensa come il turbine più veemente.

Ciò che è «umano» qui si dilegua come un ricordo oscuro di miseria e come lo spettro di un lungo incubo. Sorge l’Angelo, l’ANTICO GELO: immobilità e lentezze vertiginose vanno a risolvere ogni tensione, e questa è appunto la soglia, questa la trasfigurazione: di là da ciò – il mondo dell’eterno.

Nota

(1) Bhagavad-gîtâ, Il, 38; Il, 47-8 ; III, 30; VII, 1 1 .



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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