Sull’antico ideale dell’uomo ariano

di Julius Evola

Tratto da Il Regime Fascista, XVII, 5 marzo 1939

In un articolo Che cosa significa ario uscito precedentemente su queste colonne, nel «Diorama», Di Lauriano, parlando dell’antica casta e razza degli Ari ha accennato  ad una simultaneità di perfezione biologica e di superiorità spirituale. Nei riguardi della prima, egli ha ricordato che gli antichi codici ari contenevano prescrizioni minuziosissime e indicavano una serie di attributi, ai quali il puro tipo ario doveva corrispondere. Non crediamo privo di interesse riprendere, dagli antichi testi, questa decisione, propria dunque ad un razzismo di qualche migliaia di anni fa. La premessa, si può dire, è spiccatamente «classica»: si pensava cioè, che una data statura spirituale fosse tenuta ad esprimersi in qualità e caratteristiche corporee ben individuabili oltreché in determinato stile, e ciò, fino al punto che queste caratteristiche potessero valere come contrassegno e simbolo di valori interiori. Questa è la base, per esempio, della cosiddetta teoria aria dei «trentadue attributi».

Accenniamone qualcuno, riprendendolo dal Majjhima Nikāya (X,1).

Alto è il tipo del nobile ario – «circa due metri», vien detto – e ben piantato sui piedi. Mento di leone e petto di leone ha egli, con le spalle colme e egualmente ben formate.  La lunghezza del suo corpo corrisponde all’apertura delle sue braccia. Lunghe dita, fini caviglie, piedi ben arcuati, mani venate. Ha il «color dell’oro», liscia e simile all’oro è la sua pelle, liscia e secca tanto, che polvere e sudore non insudiciano il suo corpo. Ampia fronte sporgente, occhi nerissimi, voce armoniosa, denti al completo, uguali, senza interstizi, bianchissimi.

“Luftlandetruppe, Panzerjäger” di Ferdinand Spiegel, esposto alla Grosse Deutsche Kunstaustellung di Monaco nel 1941

Alto e dritto egli cammina. Camminando, egli avanza col piede destro. Non allunga né accorcia il passo, non va troppo in fretta né troppo adagio. Mentre cammina, la parte inferiore del corpo del nobile ario non oscilla né si muove per la forza del corpo. Nel guardare, egli guarda col corpo tutto d’un pezzo; non guarda in alto, non guarda in basso, né cammina adocchiando qua e là. Sedendosi è composto, non abbandona il suo corpo. Seduto, non fa movimenti inutili con le mani o con i piedi; non accavalla gamba su gamba, caviglia su caviglia, non appoggia il mento sulla mano. La sua voce è chiara e determinata, profonda e sonora. Egli è calmo, privo di tremore, cinto d’isolamento.

Nei riguardi degli attributi corporei, il De Lorenzo ha ricordato che alcuni di essi ricordano spiccatamente quelli che Svetonio riferisce di Giulio Cesare: traditur fuisse excelsa statura, colore candido, teretibus membris, ore paulo pleniore, nigris vegetisque oculis, ecc. (1). In generale, negli antichi testi l’opposizione fra arii e non arii è data come quella fra una stirpe «bianca» e una «oscura». Il colore bianco, però, come lo stesso Di Lauriano ha notato, potrebbe avere un significato anche simbolico, perché in queste tradizioni il bianco ha riferimento con la natura luminosa e radiante.

Ciò ci conduce alla dottrina dei tre attributi, sattva, rajas e tamas, dottrina alquanto complessa, cui qui si può appena accennare. Si tratta, in genere, di tre modi di essere di quel che, in senso eminente, può dirsi «realtà» (sat) identificata anche alla luce, alla luce intellettuale. Rajas indica un modo espansivo, e oggi si direbbe «dinamico», d’essere, assimilato al fuoco: è «attuosità», impeto, azione. Infine tamas è il modo d’essere della materia, si riferisce a tutto quel che è torpido, contratto, ottuso, caotico. In particolare i testi indicano l’opposizione fra i due attributi estremi, cioè fra sattva e tamas nei termini di una tendenza all’ascendere di contro ad una tendenza discendente, ad un cadere.

Secondo queste dottrine arie, vi sono degli uomini «sattvici», degli altri «rajasici», e infine uomini «tamasici», e noi anzi abbiamo delle minute descrizioni caratteriologiche per ciascuno di questi tipi umani. Naturalmente, dato che anticamente nelle caste non si vedeva una divisione artificiale su base semplicemente sociale, bensì la conseguenza naturale di diversi modi d’essere, vi è una relazione fra la teoria dei tre attributi e quella delle caste, relazione che dà dunque luogo ad ulteriori determinazioni di un razzismo sui generis, cioè di un razzismo considerante non solo la razza del corpo, ma altresì quella dello spirito.

Avendo rilevato che a sattva veniva riferita la tendenza «ascendente», insomma ogni potenza di «elevazione », vi è da notare che in sanscrito la radice ar, che sta a base di ârya, cioè ario, evoca anche l’idea di muovere, di ascendere, di portarsi in alto. Una interessante convergenza di significati, dunque. Peraltro, risulta abbastanza chiaro che nell’antica gerarchia aria le caste superiori, che poi erano quelle propriamente ariane, comprendevano gli uomini dal modo d’essere «sàttvico» e «rajàsico», cioè gli esseri che, in senso eminente, «sono» e che hanno la luce della vera conoscenza, e quelli dalla natura di guerrieri, di realizzatori; mentre l’attributo «tamasico» era relegato alla casta non-aria dei cûdra, servi, perché da servi è il loro modo d’essere, ed essi non conoscono che la materialità e la bruta necessità.

Arjuna, l’eroe della Bhagavadgita, guidato da Krsna

Calma, padronanza di sé, purezza, longanimità, austerità, rettitudine e sapienza sono le qualità che procedono essenzialmente dal modo d’essere «sàttvico», secondo testi, come la Bhagavad-gitâ (XVIII); valore, gloria, fermezza, intrepidità sono qualità dei «guerrieri», che a loro volta riportano al modo «rajàsico» di essere o, almeno, ad un certo aspetto di esso, al suo aspetto migliore, al suo aspetto, diciamo così, stabilizzato attraverso il riferimento all’attributo che gli è immediatamente superiore, cioè a sattva. I testi procedono in minuziose descrizioni delle qualità e delle prerogative corrispondenti a questi vari tipi, nel qual ordine di cose si riafferma, fra l’altro, anche un’idea riaffacciantesi nel razzismo moderno: cioè, che il modo di concepire le cose, il culto, lo stesso sacrificio debbono intendersi in modo differenziato, differenziato in funzione della natura propria e, si potrebbe dire, della razza interiore, che nei vari esseri non è la stessa. Cosi la religione dell’essere «sattvico» non è la stessa di quella dell’essere «rajàsico» e questa, a sua volta, si differenzia nettamente dal modo oscuro e quasi demonico di intendere il divino proprio agli esseri «tamasici». Sul piano sociale, la naturale conseguenza di tale vedute è lo jus singulare, cioè un diritto esso stesso differenziato, e non «universalmente valido». E’ il romano suum cuique.

Questa rapida escursione nell’antico mondo ariano darà un senso di interessanti orizzonti. Si conferma soprattutto l’idea, che ad un tale mondo era propria una concezione superiore e totalitaria della razza, avente sue premesse metafisiche, comprendente la considerazione sia della parte naturalistica e biologica dell’essere umano che di quella spirituale e interiore.

Nota

(1) “Si dice che fosse di alta statura, di carnagione bianca, ben fatto di membra, di viso forse un po’ pieno, di occhi neri e vivaci” (Svetonio, “Vita dei Cesari”, I, 45) (N.d.R.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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