Sull’essenza e la funzione attuale dello spirito aristocratico (I parte)

Dopo la breve pausa per le festività, RigenerAzione Evola riprende le pubblicazioni del 2019 partendo da un importante mini-saggio che Evola pubblicò sulla rivista “Lo Stato” di Carlo Costamagna nell’ottobre 1941, in pieno conflitto bellico, quando diventava fondamentale fare il punto sulle forze in campo, le motivazioni sottese alla guerra, l’azione delle forze sovversive, e sui corretti riferimenti per un’azione rinnovata e rettificatrice, che avrebbe dovuto caratterizzare la ricostruzione spirituale dalle ceneri di uno scontro di portata cosmica. In questo scritto, che proporremo diviso in tre parti, Evola si soffermava, in particolare, sull’essenza e la funzione fondamentale dello spirito aristocratico, illustrandone i connotati spirituali ed espungendone false ed ingannevoli interpretazioni. Il tutto, in un’ottica storica e sostanziale, con i necessari chiarimenti in rapporto a concetti come quelli di totalitarismo ed autoritarismo, Tradizione e razza, élite ed intellettualismo, e così via. Buona lettura.

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di Julius Evola

Tratto da “Lo Stato”, XII, 10, ottobre 1941

Prima parte

1 . Esiste uno spirito aristocratico ed esistono manifestazioni varie di esso, legate al tempo e allo spazio. Queste manifestazioni, come tali, hanno un carattere contingente, conoscono una genesi, uno sviluppo, eventualmente anche una alterazione e un tramonto. Lo spirito aristocratico è però superiore ed anteriore ad ognuna di esse. Esso corrisponde ad un grado della realtà, ad una funzione primordiale nel tutto. Esso ha dunque una natura superstorica e si può perfino dire metafisica. Come tale, persiste dunque di lì dalla nascita e dal tramonto delle aristocrazie storiche, che lo possono incarnare più o meno perfettamente in un dato periodo e nel ciclo di una data civiltà e di una data razza.

Stemma asburgico nel 1892

Come l’idea del Regnum o quella di ordine, o quella di tradizione, cosi l’idea aristocratica ha in sé stessa la propria consacrazione e legittimazione. V’è già luce di crepuscolo nell’interiorità degli uomini quando sorge la supposizione, che sia la «storia» a creare un Regnum, una aristocrazia o una tradizione, e che l’uno e le altre ai giustifichino e valgano sulla base di fattori contingenti, o di utilità, o di dominazione puramente materiale, o di suggestione. La storia e, in genere, tutto quel che è semplicemente umano, può solo offrire la dynamis, la forza profonda a che, in date circostanze, un Regnum si formi e lo spirito aristocratico si manifesti. Ma, nella sua più profonda essenza, questa manifestazione è avvolta da un mistero: è il mistero che sempre si afferma dovunque le vie dall’alto s’incontrano con quelle dal basso, dovunque si realizzano delle corrispondenze fra gli apici delle ascese umane e gli sbocchi di influenze più che umane. Questi punti di interferenza sono i momenti fatidici della storia. Sono i punti, in cui ciò che è simbolo diviene realtà e ciò che è realtà diviene simbolo, in cui ciò che è spirito si fa potenza e ciò che è potenza si trasfigura in spirito.

2. Una delle tattiche più usate dalle forme segrete della sovversione mondiale è la sostituzione della persona al principio. Dovunque si miri a disgregare un ordinamento tradizionale, queste forze spiano il momento nel quale una certa decadenza si palesa nei rappresentanti storici dei principi fondamentali di questo stesso ordinamento. È questo il punto più opportuno per l’azione sovvertitrice: si fa di tutto perché il processo mosso contro le persone si estenda insensibilmente ai principi che essi rappresentano, sì che questi vengano colpiti con lo stesso discredito e siano dunque considerati scaduti e da sostituirsi con altri più o merlo intrisi di sovversione. Questa tattica è stata già da lungo tempo adottata contro una certa aristocrazia tradizionale europea. La degenerescenza innegabile di parte di tale aristocrazia è stato il più utile strumento per un attacco contro lo stesso spirito aristocratico: essa non ha portato per conseguenza il richiedere, che tale aristocrazia decaduta fosse desautorata e sostituita da un’altra, che stesse all’altezza della idea, dalla quale unicamente può trarre la sua autorità e la sua ragion d’essere, ma ha portato al disconoscimento di un tale idea a profitto di forze e di idee più basse.

Questo, del resto, non è stato che un episodio in un processo più vasto di sovversione e di involuzione, che qui varrà brevemente ricordare. Si pensi ai quattro gradi fondamentali dell’antica gerarchia sociale aria: capi spirituali, aristocrazia guerriera, borghesia, lavoratori.

La degenerescenza del primo grado non ha servito per imporre che capi spirituali indegni fossero sostituiti da altri degni rappresentanti dello stesso principio, ma è stato il prezioso pretesto, per mezzo del quale il secondo grado, l’aristocrazia guerriera, è stata condotta ad usurpare e assumere l’autorità legittimamente propria solo al primo. In un secondo momento la degenerazione di una parte della aristocrazia guerriera non ha avuto per conseguenza un sollevamento mirante alla sua restaurazione, bensì una seconda usurpazione, quella operata dal terzo stato che si è sostituito alla nobiltà guerriera come plutocrazia borghese. Infine la degenerescenza del sistema del terzo stato, della borghesia e del capitalismo non ha condotto ad una opportuna eliminazione delle escrescenze malate e parassitarie di esso, ma, di nuovo, per mezzo di essa si è intentato un processo contro il principio, propiziando il tentativo di una ulteriore usurpazione da parte del quarto stato, del mondo materializzato e proletarizzato delle masse (marxismo, bolscevismo).

3. Da questa breve sintesi storica appare simultaneamente ben chiaro, che la conoscenza dell’essenza e dell’importanza dello spirito aristocratico è fondamentale per la lotta contro la sovversione e per un giusto orientamento soprattutto in punti di svolta, come quello in cui attualmente si trova la civiltà occidentale.

Oggi i nostri movimenti rinnovatori si sono schierati spiritualmente e materialmente contro la civiltà e lo spirito borghese, contro la plutocrazia, contro il capitalismo. Essi vogliono la fine dell’«epoca borghese». Vi sono tuttavia due vie non solo diverse, ma perfino antitetiche, per negare la borghesia e per determinare la fine dell’«epoca borghese». Seguendo la prima, la borghesia con tutte le sue derivazioni va superata per dar luogo al dominio delle masse. D’altro punto di vista invece il vero superamento della borghesia è il ritorno ad una idea aristocratica, cioè l’idea dalla quale, da un lato per la degenerazione di una parte dei rappresentanti di essa, dall’altro per via di una usurpazione, si era sostituita l’egemonia del borghese e degli idoli del borghese: il capitale, l’oro, l’economia senza patria e senza volto.

Questa stessa alternativa si può chiarire da un ulteriore punto di vista. I nostri movimenti di rinnovamento hanno innegabilmente degli aspetti di  «totalizzazione» e di socializzazione, esteriormente simili a quelli che sono anche proprî all’«ideale» sociale marxistico-comunista. Quanto spazio ha l’assurda supposizione, che, sia pure, per via diversa, i nostri movimenti appartengono alla fine di un ciclo, cui è proprio appunto il regredire da ciò che differenziato, qualitativo, personale nell’anonimato del collettivo? Per rispondere a questa domanda ci si deve far chiaro, che il fenomeno del totalitarismo e della concentrazione statale ha due significati opposti a seconda della sua «direzione» e del tipo di regime della società che l’ha preceduto. Ma, a tal riguardo, la pietra fondamentale di prova oggi è di nuovo l’idea aristocratica.

Si supponga il caso il cui l’ordine preesistente alla «localizzazione» sia quello di una società ben articolata – non artificialmente, ma per naturale vocazione – in strati non chiusi e contrastanti, ma agenti ordinatamente di concerto in un tutto gerarchico: concepiamo inoltre che la differenziazione e l’anticollettivismo di tale società si esprimano altresì attraverso una certa ripartizione del potere e della sovranità, in una certa ripartizione di funzioni e di diritti particolari, sui quali però troneggia l’autorità centrale, rafforzata, anziché diminuita nel suo puro, immateriale principio appunto attraverso questa parziale decentralizzazione. Se in una tale società si affermasse il centralismo e il totalitarismo, essi significherebbero una distruzione e una disarticolazione, la regressione dall’organico all’amorfo. Raccogliere assolutisticamente al centro ogni potere significherebbe, in tal caso, come voler riferire direttamente al cervello ogni funzione e attività del corpo epperò realizzare la condizione di quegli animali inferiori, che sono costituiti solo da una testa e da un corpo inarticolato e indifferenziato. Proprio questo è il senso dell’assolutismo antiaristocratico e livellatore, che fu perseguito metodicamente, sotto la spinta di circostanze varie, soprattutto dai re di Francia.

Non è un naso che proprio nella Francia, attraverso la rivoluzione giacobina, si abbia avuta per primo la demagogia e l’avvento del terzo stato. Quei re assolutistici e nemici dell’aristocrazia, infatti, si scavarono letteralmente la propria fossa. Mentre da un lato la loro dignità si secolarizzava e perdeva la sua consacrazione originaria, centralizzando, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo una superstruttura burocratico-statale a forme virili, dirette di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità, essi crearono il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana nulla più poteva significare e quella militare era ormai priva di rapporti diretti col paese. Distrutta la struttura differenziale che faceva da medium tra la funzione e il sovrano restò appunto la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità secolarizzata. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella superstruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. Questo è un esempio per la prima direzione, involutiva, del processo di totalizzazione statale.

Diverso è il caso, quando l’antecedente del processo di concentrazione autoritaria non sia un ordine organico, gerarchico e differenziato, bensì una società in dissoluzione, come si verificò nell’epoca moderna. Il liberalismo, la democrazia, il razionalismo, l’internazionalismo avevano ridotto le nazioni allo stato di masse labili che stavano per disperdersi in ogni direzione e per raggiungere il fondo della china, rappresentato dal marxismo e dal comunismo. Di fronte ad un tale stato di cose, il primo e più urgente compito era evidentemente quello di creare con ogni mezzo un argine, un freno, di neutralizzare la tendenzialità centrifuga con una forza politica centripeta. E proprio questo senso è da ascriversi ai processo di totalizzazione dei nostri movimenti rinnovatori. Assolto questo primo compito, quello che subito si presenterà sarà di articolare di nuovo la nazione ricondotta a sé stessa, unificata nel segno di miti e di simboli vari: si tratta di sottrarla ad ogni collettivismo dando vita ad una struttura gerarchica ben stabile, ben formata con distinto risalto del principio della personalità e, in più, della vera autorità spirituale.

Ma riconoscere questo significa anche riconoscere che proprio l’idea aristocratica, come direzione, è quella che differenzia i due casi; è cioè quella, in base alla quale correnti, che appartengono storicamente alla fine di un ciclo, si differenziano nettamente da altre correnti, che già rappresentano il principio della resurrezione e della ricostruzione di là dall’internazionalismo e dal crollo collettivistico.

Segue nella seconda parte



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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