Sull’essenza e la funzione attuale dello spirito aristocratico (II parte)

di Julius Evola

Tratto da “Lo Stato”, XII, 10, ottobre 1941

continua dalla prima parte

4. Lo spirito aristocratico essendo anteriore e superiore ad ogni sua manifestazione, al problema di ogni formazione aristocratica concreta si presuppone la comprensione approfondita dell’essenza stessa di quello spirito. Devesi in ogni modo tener presente che, per la ricostruzione, non si tratta di una classe semplicemente politica, più o meno connessa al corpo amministrativo o legislativo dello Stato. Si tratta anzitutto di un prestigio e di un esempio che, connesso ad uno strato ben preciso, deve poter formare una atmosfera, cristallizzare un superiore stile di vita, destare speciali forme di sensibilità, e così dare il tono ad una nuova società. Potrebbesi perciò pensare ad una specie di Ordine, secondo il significato virile e ascetico che questo termine ebbe nella civiltà ghibellina medievale. Ma ancor meglio potrebbesi pensare alle più antiche società arie e indoarie, ove si sa che l’élite non era in alcun modo organizzata materialmente, ove essa non traeva la sua autorità dal rappresentare un qualunque potere tangibile o un dato principio astratto, ma pur manteneva ben fermo il suo rango e dava il tono alla corrispondente civiltà per mezzo di una influenza diretta promanante dalla sua essenza.

Il mondo moderno conosce molte contraffazioni dell’élitismo, da cui si deve prender distanza. Lo spirito aristocratico è essenzialmente antintellettualistico. Per primo, si deve prender netta posizione contro la cosidetta “aristocrazia del pensiero”. Il culto superstizioso del “pensiero” appartiene tipicamente alla civiltà borghese da noi combattuta, che lo inventò e lo diffuse per precise ragioni polemiche. Di coloro agli ultimi resti della aristocrazia del sangue e dello spirito, la civiltà borghese, consolidatasi con l’avvento del terzo stato, per scalzarli, inventò infatti il diritto della “vera” aristocrazia, che sarebbe stata appunto quella del “pensiero” e nella quale ebbero gran parte i “nobili” principi preparati negromanticamente dall’illuminismo massone. Il ritorno ad una vera civiltà aristocratica presuppone il superamento di questo mito borghese.

Che cosa è questa “aristocrazia del pensiero”? Essa si riduce in buona parte ai famosi “intellettuali”, ai creatori di brillanti quanto arbitrarie “filosofie”, ai poeti, letterati, umanisti, insomma più o meno a coloro che Platone, di fronte ai veri capi e ai veri “sapienti”, voleva giustamente bandire dal suo Stato, il quale non era per nulla – come volgarmente si crede – un modello utopico, ma rifletteva quel che tradizionalmente fu sempre ritenuto normale in fatto di ordinamenti politici. Già basta formulare la idea, che una élite di intellettuali, di umanisti e di pensatori, i quali possono esser anche, come carattere, vigliacchi e poco più che piccoli borghesi, debba essere al vertice di una civiltà, per avvertirne tutto l’assurdo e l’anacronismo non solo di fronte al problema del vero spirito aristocratico, ma anche già rispetto all’antintellettualismo e al virilismo proprio agli attuali movimenti di rinnovamento europeo.

5. Essendosi ormai diradati i fumi dell’illuminismo progressista e scientista, devesi anche prender distanza da una “aristocrazia del pensiero” concepita come composta di scienziati, di inventori e di tecnici. Tutti costoro sono indubbiamente elementi utili e indispensabili per una società di tipo moderno, e alla nuova idea di Stato, sostituitasi a quella demoparlamentare, è propria l’affermazione del principio delle competenze nel campo stesso dell’elemento politico. E’ però anche evidente che nemmeno questa aristocrazia può rappresentare la sostanza adatta per il nucleo centrale di una civiltà nuova di là da quella borghese e collettivistica. Molto più vicino al marxismo e al bolscevismo è il pensare, che una élite di tecnici, intesa a risolvere problemi puramente materiali, sociali ed economici, può illuminare l’umanità collettivizzata, al cui servigio essi stanno, e guidarla verso un nuovo paradiso, tanto da poter pretendere ad un superiore riconoscimento.

6. Non vi è nemmeno identità fra lo spirito aristocratico e una idea genericamente autoritaria e dittatoriale. Già il fatto dell’esistenza di un termine, come “dittatura del proletariato”, mostra oggi la necessità di specificare in fatto di dittature e di autoritarismo. Vi è stato chi ha cercato di dimostrare che il fenomeno dell’élitismo, cioè di una minoranza dirigente, è fatale della storia, Questo autore – il Pareto – ha parlato, nel riguardo, di una “circolazione delle élites”, che si sostituiscono le une alle altre, emergendo per mezzo di una tecnica di dominio più o meno analoga, servendosi di idee varie, che, a tale stregua, son meno idee vere e proprie, che miti, cioè ben preparati centri di cristallizzazione per forze suggestive irrazionali.

L’élitismo, a tale stregua, apparebbe come un concetto puramente formale: un certo strato è élite in quanto è al potere, e ad esso riesce di esercitare una certa suggestione, laddove la concezione normale è che un certo strato deve essere al potere, e ad esso deve esser dato di esercitare una determinata influenza, in quanto è élite, cioè gruppo selezionato (élite da eligo) avente in proprio una superiorità, un prestigio e una autorità inseparabili da dati principi immutabili, da un dato stile di vita, da una data essenza.

Il vero spirito aristocratico non può avere tratti in comune con le forme di dominio a base machiavellistica o demagogica come accadde nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe. Nemmeno può aver per base una teoria del “superuomo”, se nel riguardo si dovesse pensare soltanto ad un potere poggiato su qualità puramente individuali e naturalistiche di figure violente e temibili. Nel suo più intimo principio, la sostanza dello spirito aristocratico è invece “olimpica” – noi abbiamo già detto che essa si trae da un ordine già metafisico.

La base del tipo aristocratico è prima di tutto spirituale. Il significato della spiritualità qui ha però poco a che fare con la nozione moderna di essa: essa si connette ad un senso innato di sovranità, ad un disprezzo per le cose profane, comuni, d’acquisto, nate da abilità, ingegnosità, erudizione e perfino da genialità, disprezzo, che si avvicina assai a quello stesso che l’asceta professa, differenziandosene però per una assenza completa di pathos e di risentimento. Si potrebbe racchiudere in questa formula l’essenza della vera natura nobile: una superiorità rispetto alla vita divenuta natura, di razza.

Questa superiorità, che ha dell’ascetico, nel tipo aristocratico non serve poi a creare antitesi nel proprio essere; come una seconda natura, essa sovrasta e permea di sé in modo calmo la parte umana inferiore, si traduce in dignità imperiosa, i forza, in “linea”, in calma e controllata tenuta dell’anima, delle parole, del gesto. Dà luogo così ad un tipo umano, la cui calma, intangibile forza sta nel più netto contrasto con quella di tipo “titanico”, prometeico e tellurico. Se l’antichità attribuì simbolicamente una origine “celeste”, uranica, a tutti i principali ceppi portatori dello spirito aristocratico, in ciò si deve intendere un preciso riconoscimento di questo nucleo “olimpico” dell’essenza aristocratica. Si ricordi  l’antica concezione ario-ellenica del νους, che ad essa sovrasta come calma e ferma luce. E’ così che nel mito l’astuzia e l’audacia prometeica nulla possono contro il νους olimpico: né la tragedia degli uomini e degli stessi eroi tocca questo νους, che ad essa sovrasta come calma e ferma luce. E chi partecipa di essa – si pensava – è veramente di stirpe regale, come tale partecipa anche della comunanza al divino propria allo stato primordiale e le schiatte che a costoro si legano si costituiscono le razze superiori, le superrazze, quelle che hanno risolto positivamente l’oscillazione fra la condizione umana e la condizione più che umana, che originariamente fu propria a certe stirpi terrestri. Di questi significati superstorici un riflesso sempre si conserva dovunque nella storia si abbia avuto una realizzazione del vero spirito aristocratico.

7. Oggi si parla molto, e a ragione, di razza. Bisogna però badare a che per via di una generalizzazione la nozione di razza non si depotenzi e si svuoti del suo significato più alto. Nella storia l’idea di razza è stata sempre nella più stretta connessione con l’idea aristocratica e tale connessione ha impedito costantemente la sua materializzazione in una specie di zoologismo. L’aver della razza è stato sempre sinonimo, ad un dipresso, di aristocrazia. Le qualità di “razza” hanno sempre significato qualità di élite. Esse si opponevano alle qualità dell’uomo volgare perché apparivano , in buona misura, essenziali, innate, connesse a significati superiori. Per chiarire tali significati, è molto importante distinguere vari aspetti in ciò che, in generale, è razza. Il primo aspetto è la razza del corpo, il secondo è la razza come anima, il terzo è la razza come spirito. Si tratta di tre manifestazioni ben distinte di una stessa essenza, alle quali corrispondono eredità parimenti distinte, leggi proprie, dati limiti. Mentre nel primo grado la razza si riconosce in una data forma ereditaria della figura fisica, nel secondo essa si palesa in un dato stile dell’esperienza, e, nel terzo, nella data forma di una tradizione.

Nella sua forma più alta di apparizione, la razza si connette ad un elemento superbiologico, a doti e forze tali che nella loro purità possono realizzarsi e preservarsi solo in una élite e che nella massa fatalmente si disperderebbero. Si può così dire che se la razza si trova in modo diffuso in tutti gli esponenti di un dato ceppo, nei suoi gradi superiori essa si realizza però solo in un dato gruppo, il quale, all’interno di quel dato ceppo, si presenta simultaneamente come la sostanza più immediata per una incarnazione dello spirito aristocratico. Qui vive e si afferma ciò che noi possiamo bene chiamare la razza eterna: il corpo di questa manifestazione è la tradizione e i veri esponenti della tradizione, la quale rappresenta l’anima interna e il nucleo metafisico della razza biologica, cioè la razza biologica, cioè la razza come spirito, sono a loro volta la vena olimpica di quella schiatta, cioè l’aristocrazia.

Tradizione vien dal termine tradere, cioè trasmettere. A tale stregua sembra non esservi limite per il contenuto del concetto, cioè che tutto possa esser chiamato tradizione, che sia stato trasmesso. Da un punto di vista superiore le cose stanno però altrimenti. Si presuppone, infatti, nel trasmettere, una continuità, una identità del contenuto, cosa che a sua volta è inconcepibile senza un certo superamento della condizione temporale. Non può dunque parlarsi di tradizione in senso superiore dovunque il suo contenuto non si leghi a qualcosa di metafisico e supertemporale. La tradizione può avere forme di espressione e di manifestazione varie, condizionate da diverse circostanze, talvolta mutevoli, talvolta perfino apparentemente contraddittorie. Ma se essa non deve significare routine, trasmissione meccanica di consuetudini, abitudini e idee che si stratificano e sempre più si rendon opache e soggette alla deformazione, di là da quelle forme esteriori di espressione della tradizione deve sussistere una vena più profonda e continua, e uomini, che di questa vena abbiano piena, chiara coscienza. E’ necessaria, dunque, una esoterica della tradizione che per base naturale non può aver che quegli elementi, i quali sono simultaneamente gli esponenti dello spirito aristocratico. Qui, in fondo, si ha una condizionalità reciproca: la tradizione serve da base allo spirito aristocratico così come questo serve da base alla tradizione, che a sua volta esprime la razza eterna o l’eterno della razza.

In questo insieme l’apice e la forza più interiore e sottile di una tradizione e degli uomini di una tradizione costituiscono in un certo modo l’elemento supernazionale di una nazione o la superrazza di una razza. Procede da ciò una possibilità d’intesa e di solidarietà nel segno del vero spirito aristocratico, che il passato tradizionale ha sempre dimostrato nell’ordine di popoli di comune origine e che si è riflessa anche in alcuni costumi familiari e razziali della precedente aristocrazia europea. Si sa che nell’allevamento animale il “puro sangue” non è sempre l’animale sorto da genitori della stessa specie ma può esser anche il prodotto dell’incrocio di genitori diversi, con la condizione, però, di uno stesso rango e di una stessa purità. Le qualità del puro sangue vanno invece disperse e si ha l’imbastardimento se esso si incrocia con un tipo inferiore, sia pure della sua stessa specie. Dall’intuizione di una legge analoga, agente su di un piano superiore, procedette il sistema dell’imparentamento supernazionale di varie dinastie e di varie famiglie aristocratiche europee; incroci, cioè, secondo il principio della qualità. 

Anche se questo sistema abbia i suoi lati d’ombra, pure alla sua base sta un riflesso di una verità superiore: è il principio della comunanza di stirpe secondo la razza dello spirito, è l’unità e l’omogeneità che si attuano attraverso gli apici, non per promiscuità che si attuano attraverso gli apici, non per promiscuità ma per culminazioni gerarchiche, sulla base dell’elemento metafisico ed eterno potenzialmente compreso in ciascuno di essi e inseparabile dalla sostanza dei rappresentanti qualificati del vero spirito aristocratico.

continua nella terza parte



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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