Teologia Politica Giapponese: Yamato Damashii

Per il filone orientale, proponiamo oggi un articolo che Julius Evola pubblicò in prima battuta sulla rivista “Lo Stato”, nel maggio 1938, con l’intitolazione “Teologia Politica Giapponese”, e uscito poi qualche mese dopo su “Regime fascista”, XIII, nell’agosto 1938, come “spirito e politica in Giappone – “Yamato Tamashii””. Evola parte dal Ko-gi-ki o Kojiki (letteralmente “vecchie cose scritte” o “Racconto di antichi eventi”), conosciuto anche come Furukotofumi, il primo testo di narrativa sacro-mitologica giapponese pervenuto, nel quale vengono narrate le origini mitologiche e storiche del Giappone, composto dallo scrittore, storico e nobile giapponese Ō no Yasumaro nei primi anni dell’VIII secolo (711-712) su richiesta del sovrano Tenmu. Di esso ha parlato anche Riccardo Rosati nella seconda parte dello scritto introduttivo su Evola e la tradizione giapponese da noi di recente pubblicato. Da tale testo si estrapola una sorta di teologia politica, una concezione sacra e tradizionale del potere politico in Giappone, che Evola mette in evidenza rapportandola alla migliore tradizione occidentale “ghibellina” del medioevo romano-germanico. Da questa concezione sacra emerge “l’anima del Giappone, il suo lealismo, la sua etica, il suo ideale eroico-nazionale e simultaneamente religioso: yamato tamashii“, scrive Evola. L’espressione yamato tamashii (Rosati precisava che, per la presenza della parola “Yamato” che la precede, la prima sillaba della parola “Tamashii” viene “nigorizzata” o “sonorizzata” nella consonante; un fenomeno tipico della linguistica giapponese, per il quale, nello specifico, il suono “ta” si pronuncia “da”: da qui l’espressione corretta Yamato-damashii), si può tradurre come “Spirito” o “anima” (Tamashii) del Giappone (Yamato; parola che indica un’antica provincia del Giappone corrispondente all’odierna prefettura di Nara sull’isola di Honshū; si tratta del luogo dove si stanziò la corte imperiale giapponese, per cui il termine Yamato, o Grande Yamato, venne a indicare l’intero Giappone, per una sorta di sineddoche). Una percezione di sé, un “sentire comune” del popolo giapponese, intriso di uno spirito identitario, un senso di appartenenza alla propria comunità caratterizzato da una profonda idealità e da un’etica religiosa, sacra, atemporale, che travalica le generazioni (qualcosa, probabilmente, di assimilabile allo spirito comunitario tipico del germanesimo e dei popoli nordici in genere – almeno nelle loro epoche auree – e del migliore spirito russo d’ispirazione dostoevskiana). Rinviamo direttamente ad Evola e a Rosati per capire meglio l’essenza di questo concetto, che sicuramente Evola cerca di depurare da ogni elemento sentimentale-emotivo, che pure nella civiltà giapponese è, a suo modo, presente, non scevro da un certo immanentismo anche a tinte naturalistiche.

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di Julius Evola

Tratto da “Lo Stato”, IX, 5, maggio 1938 – intitolazione “Teologia Politica Giapponese”, ripreso su “Regime fascista”, XIII, 21 agosto 1938, come “spirito e politica in Giappone – “Yamato Tamashii” ”

Il Giappone è, senza dubbio, uno fra gli Stati moderni che in maggior misura hanno conservato un aspetto « tradizionale», nel senso specifico che noi sempre diamo a questa parola, riferendola ad un ordinamento gerarchico basato su una concezione metafisica.

Il leggendario Jinmu, che, secondo il Kojiki, sarebbe stato il primo imperatore del Giappone, in una stampa del periodo Meiji

Solo il futuro potrà dirci se solo una comunanza di interessi immediati ha oggi condotto il Giappone, l’Italia e la Germania in un fronte comune contro il comunismo, ovvero se, sia pure in forma oscura, in ciò abbia anche agito qualcosa di più profondo. La «teologia politica» propria allo Stato giapponese costituisce, in ogni modo, un oggetto assai interessante di studio e può perfino servir da reattivo nei riguardi di molte idee tradizionali nostre dimenticate ovvero messe in discredito dalla presunzione del cosidetto «spirito moderno».

Nel Giappone sono presenti quasi tutti i presupposti a che la lotta contro il comunismo dal piano politico passi altresì al piano di una vera e propria lotta metafisica, quasi di una «guerra sacra». Proprio in questi giorni, a cura dell’infaticabile editore Laterza, è uscito, in una traduzione italiana di Mario Marenga, il Ko-gi-ki, che è il più antico testo scritto della tradizione giapponese. Su questo libro – dice il traduttore – si basa l’anima del Giappone, il suo lealismo, la sua etica, il suo ideale eroico-nazionale e simultaneamente religioso: yamato tamashii. Esso sta alla stessa vita giapponese moderna come la Bibbia sta alla base della civiltà occidentale. Fu il Ko-gi-ki che formò l’ultimo Giappone, che suscitò la rivoluzione del 1864 e determinò il rovesciamento dell’usurpatore: fu questo libro che ridiede al Giappone il suo sovrano-dio in una ripresa, in nuova forma, degli ideali tradizionali. «E’ con l’aiuto del Ko-gi-ki che il Giappone ora combatte le teorie comuniste, l’individualismo, l’anarchismo, il collettivismo: è per questo libro che il Giappone respinge il messaggio del Vangelo; è con questo libro che il Giappone forma i suoi soldati; questo libro costituisce la base dell’educazione giovanile, del governo, dello Stato, della religione, la base dell’anima giapponese».

Il Ko-gi-ki esce ora per la prima volta integralmente in italiano. Qui non intendiamo farne una «recensione» e nemmeno accennarne i temi principali: cosa impossibile in una breve nota. Diremo solo che il testo è diviso in tre parti, di cui la prima ha carattere mitico e cosmologico, mentre le altre due riguardano il periodo, diciamo così, «eroico»: si scende sulla terra, si descrivono le vicende dei primi trentatré sovrani della dinastia giapponese a partire dalla fondazione di questo Stato, avvenuta, secondo la tradizione, per «assegnazione» e «discesa» divina. Il tutto è mescolato con episodi, aneddoti, poesie, frammenti folkloristici d’ogni genere: il sovrannaturale e l’umano vi trasmutano in ogni istante in guisa quasi caleidoscopica, né mancano, qua e lì, irruzioni di uno spirito pressoché boccaccesco e dei grotteschi, che lasciano piuttosto perplessa la nostra mente, non abituata a vivere un così diverso mondo. I lettori che considereranno per sé stesso il testo, cioè «letterariamente», avranno vario modo di interessarsene. Chi invece volesse orientarvisi da un punto di vista superiore, non sapendo già il fatto suo, non troverà forse il compito tanto facile.

Dobbiamo pur dire che se il traduttore ha dedicato più della metà del libro a note illustrative, ciò che in queste note egli meno ha avuto in vista, e che invece, secondo noi, avrebbe dovuto sopratutto curare, a costo, perfino, di tralasciare il resto (riferimenti storici, variazioni, corrispondenza, cronologie, ecc.), è il far risaltare, fuor dalla veste dei simboli, dei miti e delle figurazioni fantastiche, proprio quel contenuto superiore e spirituale, per via del quale il Ko-gi-ki ha potuto agire formativamente sul Giappone nel modo sopra accennato. E a tale scopo sarebbe stato anche necessario stabilire dei raffronti con altre forme tradizionali, a noi più familiari, tanto da lumeggiar le une con le altre. Per quel che qui importa, il traduttore riferisce che anche l’ultimo testo edito dal Ministero della Pubblica Istruzione giapponese (1937) riprende punto per punto gli insegnamenti tradizionali del Ko-gi-ki relativi all’origine divina del potere e alla religione imperiale.

Il ritorno di Amaterasu, che viene trascinata fuori dalla caverna ove si era nascosta (dopo gli atti sacrileghi del fratello Susano-ō) con uno stratagemma dal dio Taji-kawa-ō: dopo il buio profondo il mondo ritrova la luce del Sole (disegno di Kinuko Y. Craft)

Vale la pena riferire qualcuna delle idee-base ribadite da questo testo, e date nella forma di veri e propri dogmi politici. Si afferma anzitutto che il Giappone fu sempre governato dalla stessa dinastia (cosa senz’altro vera) la quale discende da una divinità solare. Questa divinità – Amaterasu-o-mi-kami – e tutti i sovrani del Giappone «fanno sola e medesima cosa»: nel che è evidente che, la personificazione a parte, s’intende parlare di una forza sovrannaturale trasmessasi ininterrottamente e conservatasi identica in tutti i rappresentanti della dinastia dominatrice, che così apparivano rivestiti di un carattere «non-umano» e «divino» – il resto ha cura di avvertire che quest’ultima parola qui vale a designare una speciale «generazione» di esseri e non ha il senso di Dio assoluto onnipotente. Segue un corollario assai interessante: «I sovrani del Giappone sono differenti da quelli delle altre nazioni, perché non sono eletti dal popolo». Questo punto mette a nudo e rende insuperabile l’antitesi col bolscevismo. Nella concezione tradizionale, a definire il vero Capo sta sempre una forza dall’alto: in Occidente, con una metafora, si parlava del «per grazia di Dio». Nel momento in cui dal «per grazia di Dio» si passò al «per volontà del popolo» o «della nazione» da un mondo si passò già ad un altro mondo, e la via che doveva condurre, per crolli successivi del principio di autorità, fino a Mosca, fu virtualmente dischiusa.

E’ interessante quel che dice il traduttore, nel riferire che in una recentissima conferenza, tenuta a 200 insegnanti giapponesi contro il comunismo, accusato di voler distruggere il Giappone, l’idea centrale era costituita dalla divinità solare presente nell’imperatore e concepita come l’unica vera realtà, come l’ «io universale». Un filosofo occidentale, traducendo, qui forse parlerebbe del «principio trascendentale dell’umana personalità»; in ogni modo, si vede che l’argomentazione colpisce nel punto giusto e essenziale. Il vero oggetto dell’attacco del collettivismo materialistico bolscevico è invero proprio la personalità umana, e la vera ragione del suo ateismo e del suo odio per tutto ciò che è supermateriale e supernaturale sta nell’esatta conoscenza, che la personalità è una vana parola se priva di un punto trascendente e più che umano di riferimento. Questo punto di riferimento supermondano il Giappone lo pone nella persona stessa del suo imperatore, per cui si ha una unificazione di morale, politica e religione, una unità assoluta, il cui cemento si riassume nel principio della «lealtà» o « fedeltà».

È dunque con ragione che si riconosce nella religione imperiale il vero centro dell’antitesi anticomunista. Questa religione dà luogo al tipo «eroico» e antisecolare di organizzazione sociale e politica: in tutte le singole particolari virtù, nei doveri familiari e corporativi, nella rettitudine civile, nello spirito propulsore dell’industria e dell’economia si ravvisano tante diramazioni secondarie e dipendenti dell’unica virtù-base, il ciȗ-ghi, la fedeltà assoluta di fronte al sovrano che sensibilizza una forza sovrannaturale, un principio «non-umano», un principio di dominio «venuto dal cielo». Donde la possibilità di personalizzare fortemente, di «decollettivizzare» e sproletarizzare ogni attività, superando i vari miti di un anodino «servizio sociale». Si può dunque affermare con ragione che Tokio costituisce la più aspra antitesi che l’ideologia bolscevica-collettivista di Mosca possa oggi incontrare sulla sua via.

Di fronte alla «teologia politica» giapponese, a qualche «spirito evoluto» potrà venir di accusare l’«oscurantismo orientale» o «la superstizione esotica». Tanto vale applicare gli stessi attributi al nostro stesso medioevo romano-germanico, che, sia pure in forma diversa, riconobbe valori analoghi e pose la «fides» a base di tutto il suo edificio gerarchico. Pur senza disporre di punti veramente trascendenti di riferimento, anche nelle nuove correnti nazionali antimarxiste e «fasciste» di oggi si fa viva la tendenza a riconoscere nella « fedeltà» una virtù-base del nuovo homo politicus e a ricondurre al «tradimento» ogni colpa, tanto da metter bene in risalto i valori della personalità eroica. E il Giappone si trova sulla stessa linea di tali tendenze nel combattere il pericolo comunista. Sorge da qui la relatività di ciò che la «razza», se intesa nel senso più materiale, può significare. Fisicamente, potrà non piacerci un certo colore di pelle e un certo taglio di occhi: ma noi esiteremo assai a chiamare «nostro fratello latino» l’uomo bianco incendiario, sacrilego e mozzatore di mani della Spagna rossa e a considerare invece come un «altro» uomo il samurai difensore dello yamato tamashii, cioè dell’ideale eroico dell’assoluta fedeltà e di un ordine politico-spirituale giustificato da una tradizione sacra e da una forza dall’alto.

L’immagine in evidenza è liberamente tratta da pixabay.com, generated from A.I. (author: Enoch111)



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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