Speciale Dante 700 – Un gergo cifrato nella Divina Commedia

Quest’anno, com’è noto, vengono celebrati i 700 anni dalla dipartita terrena di Dante Alighieri. Le celebrazioni stanno di fatto riempiendo il calendario di tutto l’anno solare, con iniziative di ogni genere, talvolta anche lodevoli, per quanto, per lo più, estremamente riduttive della reale portata dell’opera dantesca che, non inquadrata correttamente in termini tradizionali, viene sminuita e declassata a mera opera letteraria fine a sé stessa, se non peggio. Anche noi, alla nostra maniera, vogliamo dedicare uno spazio al Sommo Poeta, a partire da oggi – Dante scomparve a Ravenna, nella notte tra il 13 ed il 14 settembre del 1321. In realtà, come i nostri lettori più fedeli ricorderanno, RigenerAzione Evola dedicò già uno Speciale a Dante nel novembre 2017, in occasione della presentazione di Studi su Dante, un volume di saggi inediti di Guido De Giorgio sul Poeta fiorentino, a cura di Alessandro Scali, edito da Cinabro Edizioni. All’epoca, pubblicammo Inquadramenti danteschi, articolo di Evola apparso originariamente su Il Regime Fascista nel maggio 1939 (e poi poco tempo dopo su Bibliografia Fascista) per recensire il saggio Dante dello scrittore russo Dmitrij Sergeevic Merejkowsky; I tre mondi di René Guénon, tratto da L’esoterismo di Dante; Dante e la culminarità sacra della Tradizione Romana, di Guido De Giorgio, tratto da La tradizione romana. Rimandiamo senz’altro alla lettura di questi scritti molto interessanti, di cui ora questa nuova serie costituisce la ideale prosecuzione.

Cominciamo oggi con uno scritto apparso sul Roma nel 1954, in cui Evola accennava al tema dei significati segreti, interni, del lessico di Dante e dei “Fedeli d’Amore”, con riferimento, soprattutto, al significato simbolico da attribuire alla figura della Donna, come esposto da alcuni autori tra i quali, in particolare, Luigi Valli. Dell’argomento, come vedremo, parlò ampiamente anche René Guénon. Evola in chiusura fa cenno anche alla presunta appartenenza di Dante all’ordine templare, argomento su cui il barone aveva scritto qualche anno prima sempre sul Roma, in un articolo che non mancheremo di pubblicare.

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 28 gennaio 1954

Risale al 1927 un’opera che avrebbe dovuto segnare una rivoluzione nel campo degli studi danteschi ma che, dopo alcune discussioni in un àmbito ristretto, oggi appare aver lasciato più o meno le cose al punto in cui stavano: segno, questo, della ottusa forza di inerzia propria alle abitudini e ai canoni di certa critica ufficiale saldamente insediatasi nei posti di comando della cultura e dell’insegnamento italiano. L’opera a cui alludiamo aveva per titolo: Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore e autore ne era Luigi Valli, nobile figura di pensatore, di erudito e di uomo politico (fu anche uno dei primi esponenti militanti del nazionalismo), che doveva morire non molti anni dopo l’uscita di quel libro quasi sulla linea di combattimento: nel corso di una delle sue numerosissime ed apprezzate conferenze intese a difendere e a lumeggiare le sue tesi. Queste riguardano una dimensione segreta e ignorata non solo di Dante ma anche della letteratura che si suol designare come quella dei «Fedeli d’Amore» e che ha strette relazioni col «dolce stil novo». A dir vero, le tesi del Valli non erano nuove e inusitate che con riferimento all’Italia, e al piano di rigorosa critica su cui venivano ora formulate.

“Beatrice” di Marie Spartali Stillman (1895)

Invece in ambienti molto chiusi e non letterari o accademici si sapeva già da tempo di questo contenuto riposto della letteratura in quistione, epperò anche di un’altra faccia di Dante e di molti «Fedeli d’Amore». Con tali ambienti deve aver avuto certamente avuto contatto Gabriele Rossetti che nel secolo scorso a Londra pubblicò opere di ineguale valore sulla stessa linea interpretativa: opere, che furono messe a tacere e poi scomparvero. Si deve inoltre menzionare l’Aroux che aveva accettate le stesse tesi, però ai fini di una acrimoniosa polemica guelfa. Infine in Italia il Perez aveva già cominciato a penetrare il significato vero della Beatrice dantesca, e in alcuno aspetti la critica del Pascoli aveva preparato l’indagine critica del Valli.

In sostanza, ecco di che si tratta. In una grandissima parte della letteratura accennata – con la Vita Nova in prima linea – tutto quanto ha riferimento con donna e con amore è solo copertura, maschera. Non si «cantavano» una donna e un amore reali, il linguaggio erotico era un gergo convenuto, cifrato, inteso ad esprimere tutt’altre cose. E gli autori di quelle poesie non erano semplici poeti e cantori di un amore sotto tanti aspetti manierato, assurdo e inverosimile, bensì i possessori di una dottrina segreta e i membri di organizzazioni parimenti segrete, in larga misura, ghibelline ed avverse alla Chiesa, connesse verosimilmente coi Templari e con correnti provenzali di colorito più o meno «eretico».

Tutte le donne cantate, desiderate ed esaltate da quei poeti, qualunque fosse il loro nome, malgrado l’eventuale riferimento fuorviante a qualche donna reale, sarebbero state un’unica donna, la quale era solo un simbolo per la «Sapienza Santa»: nella quale, a sua volta – e ciò è l’essenziale – non dovrebbesi vedere una astrazione teologica o filosofica personificata, bensì un fatto mistico di illuminazione trascendente, atto a trasformare l’essere e ad introdurlo alla comprensione di superiori verità, che nella religione dominante si riteneva fossero cadute in oblio, fossero state deformate oppure soffocate da preoccupazioni politiche, militanti e temporali. Questa era, per così dire, l’anima segreta dell’attitudine decisamente, spesso violentemente ghibellina propria a Dante e a tutti i principali «Fedeli d’Amore».

Tornando al Valli, egli ha confortato una tale tesi con un lavoro minuziosissimo, serratamente documentato, induttivo o deduttivo ad un tempo: assumendola come «ipotesi di lavoro» egli ha mostrato che solo con riferimento ad essa una quantità di passi e di espressioni che nella letteratura in quistione appaiono assurdi e inintelligibili acquistano un senso chiaro e preciso, quanto insospettato. Che, nell’entusiasmo della sua scoperta, il Valli in vari punti sia andato oltre il segno, e che per la mancanza di precise basi dottrinali egli non abbia sempre potuto mettere in chiaro ciò di cui effettivamente si trattava, è spiegabile e scusabile, ma se l’ambiente della cultura italiana fosse stato meno sordo, quella sua opera avrebbe dovuto dare inizio a un’epoca nuova della critica dantesca e dei «Fedeli d’Amore». Il che non è successo. A quanto ci consta, solo A. Ricolfi ha ripreso, riveduto ed integrato le tesi del Valli estendendole alla letteratura provenzale. Ma anche i suoi pregevoli e documentati saggi sono rimasti senza eco: la critica ufficiale ha continuato la sua routine, come se nulla fosse successo. Del resto, come stupirsi, se gli esponenti di essa non hanno un lontano sospetto dell’ordine di idee di cui si tratta?

Va segnalato tuttavia un caso curioso, cui del resto accennammo già su queste colonne parlando di un’opera del Guénon sull’Esoterismo di Dante. Come si è accennato, una assai poco «ortodossa» tesi del Valli è che Dante era un templare e che colorito templare avevano non poche delle sue concezioni di là dall’indicata «copertura» letteraria e amorosa. Ora, ci è capitato sottomano un libro di un religioso cistercense, A. John, uscito a Vienna nel 1947. Esso s’intitola Dante e in esso la tesi di Dante templare vi è affermata perfino oltre il segno. Quest’opera, pregevole sotto più di un riguardo, reca un regolare imprimatur ecclesiastico.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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