Proponiamo, da oggi, due interviste molto interessanti che il grande metafisico Frithjof Schuon rilasciò nel 1967 al filosofo, professore e studioso delle religioni Jean Biès e, nel 1995, all’autrice Deborah Casey, estratte dal sito internet in italiano it.fschuon.info.

Frithjof Schuon in Algeria
Iniziamo con la prima intervista, ricordando, innanzitutto, che Frithjof Schuon (1907-1998), svizzero di nascita, di padre tedesco e madre alsaziana, è stato, insieme a René Guénon, uno dei principali esponenti della concezione metafisica integrale e dell’Unità trascendente delle religioni, di cui, di fatto, questi due grandi maestri hanno “codificato” i principi fondamentali. Della sua famosa opera “Unità trascendente delle religioni“, abbiamo proposto tempo fa il secondo capitolo, “Limitazione dell’exoterismo”, introdotta da una breve nota introduttiva e biografica, che oggi ampliamo con altre informazioni su questo altro grande esponente delle dottrine tradizionali.
Il rapporto tra Schuon e Guénon fu particolare: Schuon scoprì gli scritti del maestro di Blois poco più che ventenne, nel 1924, e ciò fu decisivo per la sua formazione, per mettere a fuoco le sue intuizioni e chiarire i principi metafisici che, fin da adolescente, lo interessavano e lo avevano indotto a studiare testi sacri come la Bibbia, le Upanishad, la Bhagavadgītā e il Corano, oltre ad autori come Platone e Goethe. Schuon avrebbe detto in seguito che Guénon era stato per lui “il teorico profondo e potente di tutto ciò che amava“. Con il metafisico di Blois intrattenne una corrispondenza a partire dall’inizio degli anni Trenta, iniziando a collaborare con la rivista guénoniana Études traditionnelles, fino ad incontrarlo personalmente nel 1938 a Il Cairo. Ciò non avrebbe impedito a Schuon, molti decenni dopo, nei primi anni Novanta, di analizzare l’opera di Guénon in un celebre e definitivo saggio in cui non risparmiò delle critiche al maestro di Blois (“Considerazioni sull’opera di René Guénon”).
Dopo essersi spostato dalla Svizzera alla Francia (Parigi, poi Marsiglia), Schuon arrivò in Algeria, dove, a Mostaganem, abbracciò l’Islam e trascorse quasi quattro mesi nella zāwiya (“angolo”, “cella”, ad indicare il luogo di residenza o di riunione dei sufi) dello sheikh Ahmad al-Alawî, che lo iniziò all’ordine sufi Shādhilī. Non si trattò di una vera “conversione”, dal momento che Schuon non rinnegò il cristianesimo (era stato battezzato cattolico), sebbene in esso non fosse possibile seguire una via di conoscenza diretta sotto la guida di un maestro spirituale, In tal modo, Schuon rimase fedele al principio unitario secondo cui in ogni forma religiosa regolare si ha l’espressione di una stessa Verità che si esprime in forme diverse a seconda dei tempi, dei popoli e dei luoghi.
Nel 1935, tornato nella zāwiya di Mostaganem dopo la scomparsa del suo maestro (che Schuon avrebbe percepito con una esperienza sovrasensibile durante la lettura della Bhagavadgītā) il successore di quest’ultimo, Sheikh Adda ben Tounes, gli conferì la carica di muqaddam, autorizzandolo a iniziare aspiranti alla confraternita Alawī. Al ritorno in Europa, Schuon fonderà tre zāwiya, a Basilea, a Losanna e ad Amiens, prima di trasferirsi a Losanna, dove rimarrà per circa quarant’anni (1941-1980). Qui continuerà la collaborazione con Études traditionnelles, sposerà nel 1949 Catherine Feer (che, oltre a interessarsi di religione e metafisica, fu una pittrice di talento), con cui viaggiò molto. Durante questi decenni Schuon approfondì, soprattutto grazie a molti viaggi negli Stati Uniti, la conoscenza delle tradizioni e dei rituali di varie tribù di “indiani” delle Pianure nordamericani, dei Sioux in particolare, scrivendo sul tema varie opere, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti, a Bloomington, nell’Indiana, nel 1980.
E’ significativo ricordare come, durante tutta la sua vita, Schuon mostrò una particolare devozione per la figura di Maria, che espresse nella sua opera dottrinale, poetica e pittorica. Insieme alla moglie, visitò la famosa abitazione della Vergine nei pressi di Efeso. Il suo legame con la madre di Gesù, nella quale vedeva il simbolo della femminilità divina, è stato studiato da James Sherman Cutsinger (scrittore e professore americano, studioso degli autori del pensiero tradizionale e della Metafisica integrale, con particolare riferimento a Schuon, nonché del cristianesimo orientale), che ha raccontato due episodi del 1965 in cui Schuon disse di aver sperimentato una particolare grazia mariana. Intorno al 1969, in onore di Maria – figura veneratissima anche nell’Islam – Schuon diede il nome di Maryamiyya alla sua tariqa sufi.

Jean Biès
L’intervistatore, il francese Jean Biès (1933-2014), è stato un importante studioso delle religioni e di metafisica, professore e scrittore. Il filosofo cattolico Jean Borella lo ha definito “uno dei grandi e più autentici poeti del nostro tempo“.
Ha studiato Lettere classiche all’Università di Algeri e in seguito alla Sorbona. Fu molto influenzato dall’Oriente durante la sua infanzia e adolescenza trascorse ad Algeri. All’età di vent’anni scoprì la philosophia perennis attraverso le opere di René Guénon e Frithjof Schuon. In seguito incontrò diversi rappresentanti del pensiero tradizionale, tra cui lo sceicco sufi Adda Bentounès nel 1952, Swami Siddheswarananda nel 1954 e 1956 e proprio Frithjof Schuon nel 1967, 1968 e 1971. La sua tesi di dottorato del 1973, in cui si studiava la relazione tra letteratura francese e pensiero indù (“Littérature française et la Pensée Hindoue”) fu insignita del Prix d’Asie dall’Académie des Sciences d’Outre-mer.
Durante la sua carriera come insegnante di francese al liceo di Nay e come professore di letteratura greca all’università di Pau, ha anche tenuto diverse conferenze in Francia, Svizzera, Belgio e Venezuela. Ha scritto numerosi articoli apparsi in una serie di riviste, mentre allo stesso tempo proseguiva il suo lavoro di scrittore. Si ritirò con la moglie ai piedi dei Pirenei nel 1993 per dedicare completamente il suo tempo alle sue opere. Nel 1997 è stato nominato Cavaliere della Legion d’onore francese.
Le opere di Jean Biès sono divise in saggi di orientamento tradizionale, resoconti di viaggi, testimonianze personali, articoli accademici e raccolte di poesie (nel 1970 ricevette l’Alto Premio della Società dei Poeti Francesi) per un totale di circa 10.000 pagine di testi pubblicati e inediti.
L’intervista che vi proponiamo, realizzata in occasione del primo incontro con Schuon, fu pubblicata sulla rivista Sophia (Vol. 4, No. 2, 1998) con il titolo “Frithjof Schuon: A Face of Eternal Wisdom”.
***
J.B – Vorrei anzitutto domandarvi: in quale fase del Kali-yuga ci troviamo esattamente? E’ l’ultima?
F.S. Siamo nell’ultima fase del Kali-yuga, non nella fase ultima, che è il regno dell’anti-Cristo e che precederà immediatamente la dissoluzione finale, il pralaya degli induisti.
J.B. Che credito possiamo dare alle date che sono state avanzate della fine dell’età oscura?
F.S. Nessuno. Quelle date sono approssimative o si tratta di numeri simbolici. Si può solo fissare la fine del ciclo a una cinquantina d’anni; forse prima…

J.B. La caduta è verticale?
F.S. E’ un movimento ondulatorio discendente. Esistono certe compensazioni. C’è un mezzo secolo, nell’Universalità, era la notte intellettuale. E’ anche oggi la stessa notte, ma si può parlare di yoga, di vedanta. Allora si insegnavano errori ufficiali contro i quali non si poteva dire niente. Oggi si è meno naif; c’è un’immensa curiosità per l’oriente. Merito degli orientalisti, di cui è impossibile negare il valore.
J.B. Credete che sia già cominciata una risalita nell’ombra e che questa risalita possa avere la sua origine in occidente?
F.S. Non si vedono i segni di una effettiva risalita; ci sono solo individualità isolate che riscoprono le saggezze tradizionali.
J.B. Che vuol dire allora l’hadith, secondo cui alla fine del ciclo il sole e le stelle si leveranno a ovest?
F.S. Significa che a partire da una certa epoca i grandi santi dell’islam saranno soprattutto dei magrebini; ed è ciò che si è constatato. Poi, che il Mahdi verrà dall’ovest. E infine, che l’oriente ha bisogno oggi, non certo di lezioni dall’occidente moderno, ma di un certo aiuto del genio occidentale valorizzato dallo spirito metafisico e tradizionale, dunque in larga misura dall’oriente…E’ la parte buona del loro spirito critico, la stessa di certe loro qualità morali, che gli occidentali guariti dalla deviazione moderna possono trasmettere agli orientali oscurati.
J.B. Come pensate di costituire l’élite virtuale di cui parla Guénon, mentre lo stesso autore scrive che il passaggio da un ciclo all’altro è istantaneo, cioè fuori dal tempo?
F.S. Non si può considerare per il momento che una salvezza individuale. Bisogna che l’élite sussista per conservare la verità. Non è il ciclo futuro che ha bisogno dell’élite, siamo noi!… Tutta l’umanità non scomparirà.
J.B. Se la fine del Kali-yuga è vicina, cosa voleva dire RamaKrishna predicendo che sarebbe tornato tra 200 anni?
F.S. 200 anni è simbolico. Voleva dire che ci sarebbe stato presto un fenomeno analogo al suo. Ma il fondo del suo messaggio è nell’unità delle religioni.
J.B. In Logica e Trascendenza fate allusione ad una prima intesa, urgente e facile, tra le diverse religioni, fondata sulla base di interessi comuni, contro il materialismo, lo scientismo, l’ateismo, che sono dannosi. Cosa intendete con questo?
F.S. Non si può chiedere l’impossibile ai credenti. Ma bisognerebbe far loro comprendere che, di fronte al materialismo, allo scientismo e all’ateismo, essi hanno tendenze simili. So che il narcisismo religioso impedisce di vedere la verità nell’altro. Quando un cristiano pensa all’islam, non pensa che alla poligamia. Ma ci sono musulmani casti. Quanti sono i cattolici che hanno due o tre donne di nascosto?… I musulmani e gli induisti pregano, digiunano, vegliano e si prosternano. Ancora oggi. Quanti cristiani lo fanno? So di riviste che assimilano l’islam a satana!…
J.B. Secondo quali modalità si farebbe quella intesa?
F.S. Ci vorrebbe una conferenza tra differenti emissari che si accordassero tutti nella lotta contro l’ateismo. Almeno intendersi sui principi. L’ecumenismo come viene inteso oggi è assurdo. L’intesa non è possibile che sulla base dell’esoterismo…Un cattolico ha compreso l’islam: Massignon, lui ha anche visto un’autentica Rivelazione.

L’orientalista, teologo e presbitero francese Louis Massignon, definito da Papa Pio XI il “cattolico musulmano” (free image from wikimedia commons, under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license, author Taqtigre, taken with no changes)
J.B. Massignon ha compreso l’islam e Thomas Merton era alla vigilia di comprendere l’Asia…Ma nella prospettiva di una unità trascendente delle religioni, vorrei chiarire tre punti. Prima di tutto le diverse tradizioni prevedono una successione ciclica del tempo; il cristianesimo lo divide in un avanti e un dopo Cristo e dice infernale la ronda degli eoni. Il Cristo, incarnandosi, ha trasfigurato il tempo, spezzato il cerchio delle ripetizioni. Questa visione non è conciliabile con le dottrine orientali.
F.S. E’ meno una visione che un punto di vista metafisico, un darshana per molti. Non tutti i padri della chiesa hanno condannato la dottrina ciclica. Concentrando l’attenzione sul Cristo e perché doveva combattere i filosofi dell’epoca, il cristianesimo è stato portato a preferire quella concezione lineare del tempo. Ma non dice falsa la concezione ciclica. Si può osservare che ogni religione forma essa stessa un ciclo maggiore con cicli secondari… Questa è una delle questioni più complesse.
J.B. Si può conciliare il dogma cristiano secondo il quale il Cristo, figlio unico di Dio, si è incarnato una volta sola e una per tutte, con la dottrina degli avatar successivi, dove il Cristo è uno tra tanti altri?
F.S. Si!… Una religione semitica si fregia sempre di un fenomeno, e il cristianesimo esoterico insiste sull’apparizione storica di Cristo. Per i giudei, i cristiani e i musulmani, non è vero che ciò che credono. Si confonde una verità principale con un fatto avvenuto nel tempo umano; ci si attacca sentimentalmente a un fatto, a un’idea… Il Cristo attualizza una manifestazione divina; lo stesso i Veda, Muhammad, etc. Ma la metafisica sta al di là del fenomeno. “Io sono la Via, la Verità e la Vita”: per i cristiani, Io è Gesù Cristo; ma dal punto di vista metafisico l’io corrisponde al Logos, che può manifestarsi dappertutto.
J.B. Infine esiste un punto di contatto tra la dottrina della trasmigrazione (anche interpretata nella sua accezione simbolica) e la dottrina della vita terrestre unica e dell’unicità della persona umana, come la descrive la teologia cristiana?
F.S. La dottrina giudaico-cristiana rimane parziale. Di quello che non riguarda più l’essere umano come tale, non ne parla, o rimane vaga e imbarazzata. O allora dichiara eterno l’inferno (l’essere non può nulla, tranne l’assoluto!…). Ora, se il Cristo non parla della trasmigrazione, non la condanna, da nessuna parte… L’India parla di un paradiso eterno, il brama-loka, dove non ci sono rinascite, e della trasmigrazione, che si può avvicinare a dei limbi.
J.B. Voi scrivete del modernismo che non è una religione malata, ma una contro-religione. Di fatto la chiesa romana non ha più niente a che vedere con quella sulla quale Guénon fondava ancora delle speranze. Cosa consigliereste ad un cattolico oggi?
F.S. Molti cattolici dicono che è loro divenuto impossibile accettare gli eccessi demagogici della chiesa modernista. Se è patire il martirio assistere ad una messa, possono pregare a casa loro.
J.B. Come comprendere l’hadith, secondo il quale chiunque alla fine del ciclo compie il decimo della legge sarà salvo?
F.S. All’inizio del ciclo sono nove decimi che bisogna compiere. Guardate i Sastra… Alla fine, il decimo: è il minimo. Guardate l’operaio della undicesima ora. Nell’Islam le cinque preghiere quotidiane, l’elemosina… Per il cristiano confessarsi una volta l’anno, fare le pasque.
J.B. E’ ancora possibile seguire un vero esoterismo cristiano?
F.S. Si tratta di intendersi sulla parola esoterismo. Tutto nel cristianesimo è nel principio esoterico, contrariamente all’Islam che si divide in Shari’ah, l’esoterismo, sociale e legislativo, e in Tariqah, la via iniziatica. Nel Cristianesimo, come in tutte le altre religioni, i dogmi possono essere interpretati esotericamente, alla luce della gnosi universale; e cosa di più esoterico del vino nella messa?…
J.B. E’ possibile secondo voi condurre una vita spirituale nel mondo attuale, nelle condizioni fisiche e d’ipertrofia intellettuale che voi stesso denunciate?
F.S. E’ sempre possibile… A condizione di intercalare pause meditative tra le occupazioni, tutti i giorni, regolarmente.
J.B. Come conciliare una apoliteia di fatto con l’idea che altri, come scrivete, si incaricano di pensare e di agire per quelli che non ne hanno voglia?
F.S. La vera apoliteia non è solo non fare nulla di buono dei politici moderni, ma lavorare, da solo, a diventare un uomo antico, a diventare capace di seguire una strada, soprattutto a volerla seguire. Tutte le azioni dell’uomo moderno vanno contro gli esercizi spirituali: prendere un giornale, usare il telefono, guidare un’auto; sono tanti esercizi distruttivi… Bisogna evitarli ad ogni costo, come le filosofie e le ideologie attuali: non ci è mai stato chiesto di prendere veleni e porcherie. Occorre acquistare lo spirito di un metafisico e conservare l’anima di un bambino; avere contatto con la natura, amare i fiori, leggere libri vecchi, come La leggenda aurea… Mi piace citare questa frase di S. Ireneo: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio.”
J.B. Ma si arriva subito ad una specie di ristagno.
F.S. Per forza!…L’orefice deve battere il metallo a lungo, invano; ma, al centesimo colpo, si spezza. La stessa cosa è per l’anima. Essa è fatta di vetro, passioni oscure e di un elemento luminoso che vuol essere liberato dal suo fodero. Si tratta di distruggere l’indurimento, non l’energia passionale. Questa in sé non è cattiva; ma neutra; bisogna liberare l’increatus et increabilis di Eckhart, l’elemento immortale in noi: Dio chiede di essere liberato dalla prigione delle tenebre. Si è fin da qui in basso ciò che saremo nell’aldilà… L’ascesa richiede sempre una certa violenza; essa è una conversione: essere ciò che si è. E’ lo sforzo di tutta una vita; il risultato può non venire che al momento della morte. Ma accade; e ci si fonde come cera.
J.B. Ho molto apprezzato le pagine che avete dedicato all’esichiasmo nell’unità trascendente. Hanno il merito di dare il desiderio di pregare. Cosa mi potete dire della preghiera del cuore?
F.S. Avete spesso letto che per l’uomo del kali-yuga ciò che conta di più è il ricordarsi di Dio, l’invocazione di un nome divino; è la quintessenza della religione…. Ci sono tre motivi per invocare Dio: un motivo di verità o di conoscenza, un motivo d’amore, un motivo di timore. Motivo di conoscenza: si invoca Dio perché è la sola realtà, senza attaccamento, né attesa di una ricompensa. “Amo perché amo” diceva san Bernardo: è un’eccellente ellisse metafisica. Motivo d’amore: l’uomo cerca la felicità; ha il diritto di cercarla perché è fatto per la felicità. Ora, dove posso trovare questa felicità se non nell’amore dell’amore? Invoco Dio perché voglio e devo essere felice. Motivo di timore: l’uomo è peccatore; rischia la sofferenza del purgatorio, lui lo sa. Sa che deve salvarsi. Come fare? Niente calma la collera di Dio più che l’invocazione del suo Nome con fede, umiltà e perseveranza.
J.B. Come un laico oggi può praticare la preghiera giaculatoria?
F.S. La chiesa cristiana propone delle formule giaculatorie per le diverse indulgenze, e queste formule, che contengono il più delle volte il Nome di Gesù, a volte quello di Maria, possono funzionare come metodo d’invocazione sulla base dei sacramenti e di un voto appropriato ed anche di ogni specie di condizioni disciplinari. Ma basta un’idea falsa o una tendenza disarmonica per compromettere tutto. Nel medioevo non si poneva questo problema. Come anche sul monte Atos.
J.B. Quali ultime raccomandazioni mi potete dare?
F.S. Ricordate che gli stessi fondamenti di ogni via spirituale sono, primo: distinguere il reale e l’illusorio, atman da maya; secondo: concentrarsi sul reale. E questo, secondo certe condizioni, che sono, da una parte le virtù e dall’altra l’ortodossia formale. Dapprima le virtù statiche, come la rassegnazione, la pazienza, la povertà, l’umiltà, la coscienza del nostro niente ontologico; ma anche le virtù dinamiche, come il fervore, la fiducia, la vigilanza, la generosità… Poi l’ortodossia formale, cioè la conformità sacrale delle forme di cui ci circondiamo e viviamo e i cui prototipi sono la natura vergine, l’arte sacra, la civiltà tradizionale. Niente deve restare fuori dalla vita spirituale, perché aiuta l’uomo intero, dunque tutto ciò che è umano, nella misura in cui possiamo scegliere.
J.B. Che fare per conoscere, in tutto quel contesto, la nostra particolare vocazione? Cosa ci domanda Dio?
F.S. La questione non si pone praticamente, perché se sappiamo l’essenziale, sapremo per quello anche il secondario. Dio vuole la nostra anima; se gliela diamo, sapremo certamente ciò che esige di più all’occorrenza. Bisogna procedere dall’evidente al congetturale, dal necessario al possibile, dall’obbligatorio al facoltativo. Per diventare veramente utile, bisogna dimenticare chi si è; Dio non sa che farsene dell’ambizioso. La vocazione certa di ogni uomo è di darsi senza condizioni a Dio, dimenticarsi in Dio e fare così atto di presenza spirituale nel mondo.


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