Uno sguardo nell’Oltretomba

In questi giorni dalla forte valenza sacra, ormai letteralmente “infestati” dalle ossessioni dei “ponti” vacanzieri per sfuggire ai ritmi  lavorativi alienanti e dalle derive neo-spiritualistiche controtradizionali di Halloween (*) e dintorni, proponiamo un altro degli articoli che Evola dedicò al tema dell’aldilà, del post-mortem. Dopo aver pubblicato, lo scorso anno, in questo periodo, l’articolo “Prospettive dell’Aldilà”, torniamo sul tema con questo commento di Evola al “Bardo Thödol” tibetano, che sarà significativo confrontare con il resoconto delle esperienze “oltre la soglia” sperimentate in prima persona da Evola in gioventù, pubblicato con lo pseudonimo di “Iagla”su uno dei fascicoli della rivista “Ur” nel 1928 nella sezione “Esperienze” (“La legge degli enti”) e ripubblicato nella raccolta dei materiali di “Ur” e “Krur” (“Introduzione alla Magia”), che abbiamo riproposto nel luglio scorso.

* per chi non lo sapesse, Halloween è una storpiatura (non è ben chiaro se di origine irlandese o scozzese, o se addirittura di matrice protestante, in segno dispregiativo verso una ricorrenza cattolica) dell’espressione “All Hallows/Hallowed (Eve)“, vale a dire “(vigilia) (Eve) di tutti (All) i santi, i consacrati (Hallows, Hallowed)”, quindi “(vigilia, notte di) Ognissanti”.

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di Julius Evola

Tratto da “La Stampa”

Uno sguardo nell’Oltretomba con la guida di un Lama del Tibet

Uno dei punti nei quali esiste un preciso contrasto fra le vedute venute a predominare in Occidente e quelle che si sono conservate – anche se non sempre in forma pura – fra quasi tutti i popoli d’Oriente, riguarda la concezione della morte.

Secondo gli insegnamenti orientali lo stato umano di esistenza non è che una fase di ritmo che viene dall’infinito e va verso l’infinito. La morte, a tale stregua, non ha nulla di tragico: è un semplice cambiamento di stato, uno dei tanti che, in questo sviluppo, ha subìto un principio essenzialmente superpersonale. E come la nascita terrena viene considerata come una morte rispetto a stati precedenti, non-umani, del pari la morte terrestre può avere il significato di una nascita in senso superiore, di un risveglio trasfigurante. Ma, negli insegnamenti in parola, quest’ultima idea non resta, come da noi, astrattamente mistica. Essa acquista un significato positivo di una speciale tradizione relativa ad un’«arte del morire» e ad una scienza delle esperienze che sono da aspettarsi nell’oltretomba.

Di questa tradizione l’espressione più caratteristica si trova in alcuni testi tibetani recentemente portati a conoscenza del pubblico occidentale attraverso la traduzione del lama K. Dawa Samdup e di Evans Wentz. Il più importante di tali testi si chiama Bardo Thödol, termine che si può tradurre approssimativamente così: «insegnamento da ascoltare in ordine alle alternative» (Bardo)(1).

Infatti l’idea centrale di questa dottrina è che il destino d’oltretomba non è univoco; l’oltretomba offre possibilità varie, bivî, alternative, sì che, nel riguardo, l’atteggiamento e l’azione dell’anima di colui, che già fu uomo, hanno un’importanza fondamentale.

Ciò che colpisce in tali insegnamenti è la loro assoluta asentimentalità, il loro stile quasi da sala operatoria, tanto esso è calmo, preciso, lucido. «Mistero» ed angosce non vi trovano posto. Non a torto il traduttore ha parlato, nel riguardo, di una traveller’s guide to other worlds, cioè di una specie di Baedecker, di guida per gli altri mondi. Chi muore deve mantenere lo spirito calmo e fermo; con ogni forza egli deve lottare per non cadere in uno stato di «sonno», di coma, di deliquio, cosa che però sarebbe possibile solo se già in vita ci si è dati a speciali discipline spirituali, quali per esempio lo Yoga. Gli insegnamenti che allora gli vengono comunicati, o di cui egli si deve ricordare, hanno più o meno questo senso: «Sappi che stai per morire. Proverai questa e questa sensazione nel corpo, queste forze sentirai fuggirti via, il respiro si arresterà, cesserà questo senso dopo quest’altro – ed ecco: dal profondo, proromperà questo stato di coscienza, queste vertigini ti prenderanno e queste apparizioni si formeranno mentre sei portato fuor dal mondo dei corpi. Non ti sgomentare, non tremare. Devi invece ricordarti del significato di ciò che sperimenterai e di come ti conviene agire».

Delle tradizioni orientali in genere, il più alto ideale è la «liberazione». La liberazione consiste nel uno stato di unità con la suprema realtà metafisica. Chi, pur avendone l’aspirazione, a tanto non è stato capace in vita di uomo, ha la possibilità di venire direttamente a tanto in punto di morte, o negli stati che immediatamente seguono la morte, se è capace di un atto, il quale fa quasi pensare a quella violenza da usare per entrare nel regno dei Cieli, di cui si parla anche nei Vangeli. Tutto dipenderebbe da una capacità intrepida e fulminea di «identificazione».

A tanto, la premessa è che l’uomo, nella sua natura più profonda, è identico non pure alle varie forze trascendenti simboleggiate dalle varie divinità del pantheon di quelle tradizioni, ma altresì allo stesso Supremo. Il mondo divino non avrebbe una realtà oggettiva distinta dall’Io: la distinzione sarebbe una mera parvenza, un prodotto di «ignoranza». Ci si crede uomini, mentre non si è che degli dèi dormienti. Ma al cader del corpo il velo dell’«ignoranza» si lacera e lo spirito avrebbe – dopo una breve fase di tramortimento corrispondente al disfarsi della compagine fisico-psichica – l’esperienza diretta di questi stati o poteri metafisici, a partire dalla cosiddetta «Luce-folgore», stati e poteri che non sono che la sua stessa più profonda essenza.

Allora si pone una alternativa: o si è capaci, con uno slancio assoluto dello spirito, di «identificarsi», di sentirsi come quella Luce – ed allora la «liberazione» è raggiunta, il «dio che dorme» si desta. Ovvero si ha paura, si indietreggia, ed allora si discende, si passa ad altre esperienze, nelle quali, come per una scossa data ad un caleidoscopio, la stessa realtà spirituale si presenterà non più in quella forma nuda e assoluta, bensì in sembianza di esseri personali e divini. E qui si ripete la stessa situazione, la stessa alternativa, la stessa prova.

Propriamente, vi sarebbero due gradi. In primo luogo apparirebbero forme divine calme, potenti, luminose: poi forme divine terribili, distruttive, minacciose. Nell’uno come nell’altro caso, secondo l’insegnamento in quistione, non ci si deve ingannare né impaurire: è la stessa mente che, quasi a mo’ di allucinazioni, crea e proietta dinanzi a sé tutte quesate figure: è la stessa sostanza abissale dell’Io che vi si obbiettiva, con l’aiuto delle imagini che più furono familiari al morto. Per cui, viene ammesso senz’altro che l’indù «vedrà» le divinità induistiche, il maomettano il Dio islamico, il buddhista uno dei Buddha divinificati, e via dicendo, trattandosi di forme varie, ma equivalenti, di un fenomeno puramente mentale.

Tutto sta a «colui che è partito» (il morto) riesca a distruggere l’illusione di una differenza fra sé e tali immagini e a mantenere, per così dire, il suo sangue freddo. Ciò, tuttavia, è di tanto più difficile, per quanto più egli, sotto la spinta di forze oscure e irrazionali, si allontana dal punto iniziale delle esperienze postume. Infatti è più arduo riconoscersi in un dio che prende aspetto di persona e che fu sempre adorato come essere distinto, che non in una forma di pura luce; ed è assai meno probabile che, poi, l’identificazione possa avvenire di fronte alle divinità «terribili», a meno che, in vita, non ci si sia consacrati a speciali culti. Il velo della disillusione si fa così via via sempre più fitto, in un progressivo perder quota, equivalente ad uno scremare della luce interna. Si cade, ci si avvicina al destino di passare nuovamente ad una forma finita e condizionata di esistenza che, peraltro, non è detto sia di nuovo terrestre, come vorrebbero coloro che assumono come dogma, in una forma grossolana e semplicistica, la teoria della reincarnazione.

immagine tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: sciencefreak)

Ma chi si «ricorda», fino all’ultimo avrebbe delle possibilità; i testi in quistione indicano infatti delle azioni spirituali, per mezzo delle quali o si riesce a «sbarrare la matrice», ovvero, almeno, si riesce a «scegliere» – a scegliere il piano, il luogo e il modo della nuova manifestazione, del nuovo stato di esistenza, fra tutti quelli che, in un ultimo, supremo momento di lucidità, si squadernerebbero alla visione del morto. La riapparizione nel mondo condizionato avrebbe attraversato un processo che, in questi testi tibetani, presenta una singolare concordanza con varie vedute della psicanalisi, e che implicherebbe una interruzione della continuità di coscienza: si cancella il ricordo delle precedenti esperienze supersensibili, ma si mantiene tuttavia, nel caso di una «nascita scelta», l’impulso, la direzione. Si avrà cioè un essere che, pur trovandosi di nuovo a sperimentare la vita come «un viaggio nelle ore della notte», è animato da una vocazione superiore, è adombrato da una forza dall’alto, non è uno degli esseri volgari destinati a «perdersi come una freccia scagliata nell’oscurità», ma un «nobile» che un impulso più forte di lui spingerà verso lo stesso fine al quale nella prima prova si è venuti meno, ma che ora, con un nuovo potere, sarà di nuovo affrontata.

Singolari prospettive ci dischiudono dunque questi insegnamenti, confortati da una millenaria tradizione. Checché si possa dire nel loro riguardo, un punto è sicuro: gli orizzonti, con essi, restano allargati, in modo tale, che le oscurità, le tragedie, le contingenze di questa vita umana non possono che risultarne relativizzate. Ciò che, in una specie di incubo, si poteva considerare come definitivo, può non essere che un episodio, rispetto a qualcosa di più forte di più alto, che non comincia con la nascita e non finisce con la morte e che può ancora valere come principio di una superiore calma e di una impareggiabile, incrollabile sicurezza dinanzi ad ogni prova.

Nota redazionale

(1) In effetti, la traduzione del titolo del libro come Il libro tibetano dei morti si deve ai citati Kazi Dawa Samdup e W.H.Y. Evans-Wentz, ma è una sorta di “traduzione libera”. Bardo thos grol, il vero titolo tibetano, ha un altro significato. In tibetano l’espressione bar-do indica la condizione intermedia in cui ci si trova subito dopo il trapasso (nella tradizione tibetana gli stadi intermedi sono sei), mentre le parole thos grol significano che l’insegnamento offerto «libera» non appena lo si «apprenda» o lo si «intenda». Un esempio di corretta traduzione potrebbe, pertanto, essere L’insegnamento liberatore (la dottrina liberatrice) dello stadio intermedio,La suprema liberazione attraverso la comprensione nello stadio intermedio, e così via (cfr. ad es. http://neripozza.it/libri/bardo-thodol-il-libro-tibetano-dei-morti ).



Julius Evola

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